Ormai era disperato. Da mesi tentava invano di trovare un posto di lavoro. Da tempo covava segretamente la speranza di vedere un futuro più azzurro davanti. Tempo perso. In colloqui, in telefonate con segretarie che rispondevano sempre – ci faremo sentire, lasci il suo nominativo e sarà contattato al più presto -. Tutto così mortificante. Tutto faceva abbattere quel ragazzo che ormai non ne poteva più. Voleva andar via dal suo paese che non gli offriva più niente. Sognava un posto che gli rendesse giustizia. Sognava un luogo dove non fosse più necessario andare in giro ad elemosinare posti inutili, degradanti, sottopagati. Questi il più delle volte i quesiti posti dai “datori di lavoro”: - ha già esperienza nel campo? - Cosa si aspetta da questo lavoro? - Perché vorrebbe questo lavoro? Lui intanto ne aveva piene le tasche e si chiedeva – come faccio ad avere esperienza se nessuno mi da’ la possibilità di farmela? Cosa mai mi dovro’ aspettare da un lavoro? La tranquillità! Cercando e ricercando, scartato più volte da varie ditte, trovò il solito posto a tempo determinato. Solo qualche giorno di lavoro prima di ritrovarsi ancora una volta per strada a leggere il corriere dello sport o per sembrare più colto la Repubblica. Primo giorno di lavoro. I colleghi lo guardano di traverso, vedono in lui un possibile nemico. Neanche gli vanno incontro per presentarsi, neanche un saluto. Tutti chini sulla scrivania a guardare un monitor che diventa di riflesso sempre più grigio come le loro stesse facce. Un tipo bassino dallo sguardo cattivo gli fa “e tu chi saresti?” - io sono Franco piacere – - piacere un cazzo, io sono Alberto e qui non c’è nessun piacere. Gli altri presenti nella stanza ridono, sghignazzano apertamente. Lui non fa una piega e prende posto alla sua scrivania. Deve occuparsi di “elaborare dati”. Precisamente di raccogliere dati. Che saranno poi riutilizzati dai clienti che ne hanno fatto richiesta. Archiviazione documenti. Smistamento documenti. Un lavoro edificante per la mente e per lo spirito. Le ore passano e non le senti. Passano al rallentatore. Mentre tu ti guardi intorno e ti chiedi quand’è che finirà. Ed è solo il primo giorno. Dopo due ore passate con gli occhi fissi sullo schermo decide di riposare la vista. Gira la testa dall’altro lato. Cerca di raddrizzare la schiena che già gli fa un male cane. Nemmeno due secondi sono trascorsi quando si accorge di un’ombra dietro le sue spalle. E’ la figura ombrosa del capo che lo sta guardando di sbieco. – E tu? Cosa cazzo credi di fare? Non sei ancora arrivato e già tenti di derubarmi? Non ho intenzione di pagare uno scansafatiche! Uno che non muove il culo veloce e si stanca presto! Non voglio mollaccioni! Voglio gente dinamica! Sveglia! Reattiva! E non farmelo ripetere un’altra volta! Ti consiglio di girarti di nuovo verso quel cazzo di monitor e riprendere il lavoro o giuro che ti sbatto subito in mezzo alla strada! Sai quanta ne trovo di gente che vuole farsi davvero il culo? E per molto meno di quello che pretenderesti tu! – Lui si gira e guarda incredulo i colleghi. E’ vero non stanno più sghignazzando ma sono tutti con la testa verso il basso e non accennano reazioni. Sono rassegnati al loro destino. Hanno piegato la loro volontà alla legge del più forte. I deboli sono loro. E non c’è da stupirsi se hanno la faccia che hanno. Lui riflette un po’ e poi dice in maniera piuttosto decisa, perentoria: - andatevene a fare in culo tutti. Non ho intenzione di farmi ridurre nel vostro stato per questo lavoro di merda! Preferisco crepare di fame piuttosto. Preferisco sparire a testa alta! – e così facendo corre via e percorre di fretta le scale di quell’ufficio. Torna in strada, guarda una macchina sfrecciargli accanto, guarda due ragazzi che si baciano ed una mamma che tiene per la mano il suo bambino. Si accorge di avere il viso rigato dalle lacrime ma non può farci niente. Sa che è stato sconfitto ancora una volta dal sistema. E con una rabbia incontrollata si mette a correre. Corre e ancora corre. Non ha ancora deciso in quale direzione. Si lascia trasportare dalla collera. Si lascia spingere dal vento. Ma il vento non cambia e non porta lontano. E sa già che anche quella volta tornerà prima o poi sulla strada di casa. Tornerà ancora una volta nell’esatto punto da dove era già partito.
SCONFITTO DAL SISTEMA
Ormai era disperato. Da mesi tentava invano di trovare un posto di lavoro. Da tempo covava segretamente la speranza di vedere un futuro più azzurro davanti. Tempo perso. In colloqui, in telefonate con segretarie che rispondevano sempre – ci faremo sentire, lasci il suo nominativo e sarà contattato al più presto -. Tutto così mortificante. Tutto faceva abbattere quel ragazzo che ormai non ne poteva più. Voleva andar via dal suo paese che non gli offriva più niente. Sognava un posto che gli rendesse giustizia. Sognava un luogo dove non fosse più necessario andare in giro ad elemosinare posti inutili, degradanti, sottopagati. Questi il più delle volte i quesiti posti dai “datori di lavoro”: - ha già esperienza nel campo? - Cosa si aspetta da questo lavoro? - Perché vorrebbe questo lavoro? Lui intanto ne aveva piene le tasche e si chiedeva – come faccio ad avere esperienza se nessuno mi da’ la possibilità di farmela? Cosa mai mi dovro’ aspettare da un lavoro? La tranquillità! Cercando e ricercando, scartato più volte da varie ditte, trovò il solito posto a tempo determinato. Solo qualche giorno di lavoro prima di ritrovarsi ancora una volta per strada a leggere il corriere dello sport o per sembrare più colto la Repubblica. Primo giorno di lavoro. I colleghi lo guardano di traverso, vedono in lui un possibile nemico. Neanche gli vanno incontro per presentarsi, neanche un saluto. Tutti chini sulla scrivania a guardare un monitor che diventa di riflesso sempre più grigio come le loro stesse facce. Un tipo bassino dallo sguardo cattivo gli fa “e tu chi saresti?” - io sono Franco piacere – - piacere un cazzo, io sono Alberto e qui non c’è nessun piacere. Gli altri presenti nella stanza ridono, sghignazzano apertamente. Lui non fa una piega e prende posto alla sua scrivania. Deve occuparsi di “elaborare dati”. Precisamente di raccogliere dati. Che saranno poi riutilizzati dai clienti che ne hanno fatto richiesta. Archiviazione documenti. Smistamento documenti. Un lavoro edificante per la mente e per lo spirito. Le ore passano e non le senti. Passano al rallentatore. Mentre tu ti guardi intorno e ti chiedi quand’è che finirà. Ed è solo il primo giorno. Dopo due ore passate con gli occhi fissi sullo schermo decide di riposare la vista. Gira la testa dall’altro lato. Cerca di raddrizzare la schiena che già gli fa un male cane. Nemmeno due secondi sono trascorsi quando si accorge di un’ombra dietro le sue spalle. E’ la figura ombrosa del capo che lo sta guardando di sbieco. – E tu? Cosa cazzo credi di fare? Non sei ancora arrivato e già tenti di derubarmi? Non ho intenzione di pagare uno scansafatiche! Uno che non muove il culo veloce e si stanca presto! Non voglio mollaccioni! Voglio gente dinamica! Sveglia! Reattiva! E non farmelo ripetere un’altra volta! Ti consiglio di girarti di nuovo verso quel cazzo di monitor e riprendere il lavoro o giuro che ti sbatto subito in mezzo alla strada! Sai quanta ne trovo di gente che vuole farsi davvero il culo? E per molto meno di quello che pretenderesti tu! – Lui si gira e guarda incredulo i colleghi. E’ vero non stanno più sghignazzando ma sono tutti con la testa verso il basso e non accennano reazioni. Sono rassegnati al loro destino. Hanno piegato la loro volontà alla legge del più forte. I deboli sono loro. E non c’è da stupirsi se hanno la faccia che hanno. Lui riflette un po’ e poi dice in maniera piuttosto decisa, perentoria: - andatevene a fare in culo tutti. Non ho intenzione di farmi ridurre nel vostro stato per questo lavoro di merda! Preferisco crepare di fame piuttosto. Preferisco sparire a testa alta! – e così facendo corre via e percorre di fretta le scale di quell’ufficio. Torna in strada, guarda una macchina sfrecciargli accanto, guarda due ragazzi che si baciano ed una mamma che tiene per la mano il suo bambino. Si accorge di avere il viso rigato dalle lacrime ma non può farci niente. Sa che è stato sconfitto ancora una volta dal sistema. E con una rabbia incontrollata si mette a correre. Corre e ancora corre. Non ha ancora deciso in quale direzione. Si lascia trasportare dalla collera. Si lascia spingere dal vento. Ma il vento non cambia e non porta lontano. E sa già che anche quella volta tornerà prima o poi sulla strada di casa. Tornerà ancora una volta nell’esatto punto da dove era già partito.