Appare oggi sulle colonne del quotidiano spagnolo Cinco Dias una lucida analisi di Emilio Fontela, Decano della facoltà di Scienze Giuridiche, Economiche ed Aziendali della Università Antonio de Nebrija, intitolata "La crisi italiana".L'analisi cerca di isolare da ogni contaminazione politica le ragioni dello stato economico del nostro Paese, paragonandolo spesso con l'esperienza spagnola. E sin dal primo paragrafo il desiderio di estraniarsi dalle polemiche politiche è evidente. "Con il precedente governo Prodi, e con quello di Berlusconi, la situazione italiana non è molto cambiata. L'Italia non ha digerito la Unione economica e monetaria. Se negli ultimi dieci anni fosse cresciuta come la media europae, ora il suo PIL sarebbe un 9% più alto, se lo avesse fatto con i ritmi spagnoli lo sarebbe del 20%".<A spiegare questa situazione, secondo l'autore, non sono sufficienti le ragioni che spesso vengono citate. E' vero che "l'Italia ha dovuto affrontare le conseguenze del invecchiamento di una struttura produttiva concentrata su prodotti a bassa tecnologia" (l'Italia esporta solo un 13% di prodotti ad alta tecnologia contro il 21% europeo) però la stessa situazione non ha causato gli stessi effetti in Spagna.E' altresì vero che "i contributi per la Sicurezza Sociale hanno alzato il costo del lavoro", ma secondo Fontela, "è una situazione che esiste dal dopoguerra che non ha impedito il successo italiano nei decenni precedenti".Secondo l'analisi, e qui si può trovare un tratto di novità, dietro ad ogni problema economico vanno ricercate le cause psicosociali; secondo l'editoriale di Cinco Dias, "il tutto dipende dalla lettura dell'Unione Monetaria e dell'Euro". Mentre l'imprenditore spagnolo ha letto il cambiamento come "una grande opportunità con l'apertura di nuovi orizzonti", l'imprenditore italiano, "cosciente del ruolo delle svalutazioni della lira nella sua competitività", lo ha vissuto come "una minaccia di maggiore rigore". Solo così, secondo Fontela, "si può spiegare come lo stesso cambiamento istituzionale abbia portato ad effetti opposti in due paesi così simili come la Spagna e l'Italia".E conclude il saggio, se questa è la vera ragione alla base della crisi italiana, non saranno mai sufficienti provvedimenti di tipo economico; "se il problema è di natura psicosociale, il punto è mutare l'attitudine dei governanti in modo che trasmettano confidenza, speranza e sicurezza al mondo imprenditoriale ed alla società civile". Bajo el anterior mandato de Prodi o con el de Berlusconi, la situación italiana no ha cambiado mucho. Italia no ha digerido la unión económica y monetaria (UEM). Si durante los 10 últimos años hubiera crecido como la media europea, hoy su PIB sería más elevado en un 9%, y si lo hubiera hecho como la economía española lo sería casi en un 20%. Son pérdidas de crecimiento importantes. En Italia, los bajos tipos de interés no han estimulado ni el gasto privado ni la inversión, y el déficit público tampoco ha proporcionado este estímulo. La economía italiana está estancada.Los diagnósticos abundan. Para unos, se trata de la consecuencia del envejecimiento de una estructura productiva demasiado concentrada en bienes y servicios de bajo nivel tecnológico (la proporción de los bienes de alta tecnología en las exportaciones italianas es de un 13% frente a la media europea del 21%), pero esta misma situación no ha afectado significativamente el crecimiento español. Para otros, se trata del elevado coste de las contribuciones a la Seguridad Social que encarecen el precio relativo del trabajo, pero éste es un fenómeno que se verificó también durante toda la posguerra y que no impidió el éxito italiano durante los anteriores periodos de expansión.Algunos analistas piensan que el estancamiento italiano ha sido causado por el fracaso del modelo de crecimiento basado en el desarrollo de las pymes en zonas del centro y del norte de Italia, en los llamados modernos distritos industriales: cuando la pyme no consigue dar el salto hacia la gran empresa, su debilidad tecnológica y su escasa capacidad de inversión en I+D la condenan a una lucha para controlar costes que acaba por destruir su capital humano.Todas estas explicaciones son válidas y se pueden apoyar con argumentos estadísticos relativamente sólidos, pero como siempre ocurre en cuestiones de economía, es importante ahondar en el análisis para buscar causas psicosociales. Frente a los obstáculos, ¿por qué los empresarios italianos se han desanimado en lugar de sobreponerse y de transformar los problemas en oportunidades?Lo más probable es que todo dependa de su lectura de la UEM y del euro. El empresario español ha leído el cambio como una gran oportunidad de negocio con dinero barato, ha notado que se le abrían nuevos horizontes, que España se le quedaba pequeña. El empresario italiano, que había vivido consciente de que con las devaluaciones de la lira siempre se le devolvería la competitividad perdida, han leído el cambio como una amenaza de mayor rigor, como una obligación de tomarse en serio la fiscalidad o las relaciones laborales. Solamente así puede explicarse que un mismo cambio institucional, la UEM, haya tenido efectos tan dispares en dos países tan parecidos como España e Italia. No es lo mismo interpretar un cambio importante como una oportunidad, que hacerlo como una amenaza.¿Podrá el nuevo Gobierno de Prodi cambiar esta situación? Por lo pronto, el esfuerzo electoral se ha concentrado en la crítica de las políticas públicas anteriores y en la sugerencia de tímidos cambios impositivos y de flexibilización. Pero si en el fondo el problema es de índole psicosocial, lo importante sería cambiar la actitud de los gobernantes para que transmitan confianza, esperanza y seguridad a la empresa y a la sociedad civil. Si nos atenemos al discurso estrictamente político, los males de Italia no van a encontrar todavía solución.Decano de la Facultad de Ciencias Jurídicas, Económicas y Empresariales de la Universidad Antonio de Nebrija
LA CRISI ITALIANA HA RADICI PSICOSOCIALI ?
Appare oggi sulle colonne del quotidiano spagnolo Cinco Dias una lucida analisi di Emilio Fontela, Decano della facoltà di Scienze Giuridiche, Economiche ed Aziendali della Università Antonio de Nebrija, intitolata "La crisi italiana".L'analisi cerca di isolare da ogni contaminazione politica le ragioni dello stato economico del nostro Paese, paragonandolo spesso con l'esperienza spagnola. E sin dal primo paragrafo il desiderio di estraniarsi dalle polemiche politiche è evidente. "Con il precedente governo Prodi, e con quello di Berlusconi, la situazione italiana non è molto cambiata. L'Italia non ha digerito la Unione economica e monetaria. Se negli ultimi dieci anni fosse cresciuta come la media europae, ora il suo PIL sarebbe un 9% più alto, se lo avesse fatto con i ritmi spagnoli lo sarebbe del 20%".<A spiegare questa situazione, secondo l'autore, non sono sufficienti le ragioni che spesso vengono citate. E' vero che "l'Italia ha dovuto affrontare le conseguenze del invecchiamento di una struttura produttiva concentrata su prodotti a bassa tecnologia" (l'Italia esporta solo un 13% di prodotti ad alta tecnologia contro il 21% europeo) però la stessa situazione non ha causato gli stessi effetti in Spagna.E' altresì vero che "i contributi per la Sicurezza Sociale hanno alzato il costo del lavoro", ma secondo Fontela, "è una situazione che esiste dal dopoguerra che non ha impedito il successo italiano nei decenni precedenti".Secondo l'analisi, e qui si può trovare un tratto di novità, dietro ad ogni problema economico vanno ricercate le cause psicosociali; secondo l'editoriale di Cinco Dias, "il tutto dipende dalla lettura dell'Unione Monetaria e dell'Euro". Mentre l'imprenditore spagnolo ha letto il cambiamento come "una grande opportunità con l'apertura di nuovi orizzonti", l'imprenditore italiano, "cosciente del ruolo delle svalutazioni della lira nella sua competitività", lo ha vissuto come "una minaccia di maggiore rigore". Solo così, secondo Fontela, "si può spiegare come lo stesso cambiamento istituzionale abbia portato ad effetti opposti in due paesi così simili come la Spagna e l'Italia".E conclude il saggio, se questa è la vera ragione alla base della crisi italiana, non saranno mai sufficienti provvedimenti di tipo economico; "se il problema è di natura psicosociale, il punto è mutare l'attitudine dei governanti in modo che trasmettano confidenza, speranza e sicurezza al mondo imprenditoriale ed alla società civile". Bajo el anterior mandato de Prodi o con el de Berlusconi, la situación italiana no ha cambiado mucho. Italia no ha digerido la unión económica y monetaria (UEM). Si durante los 10 últimos años hubiera crecido como la media europea, hoy su PIB sería más elevado en un 9%, y si lo hubiera hecho como la economía española lo sería casi en un 20%. Son pérdidas de crecimiento importantes. En Italia, los bajos tipos de interés no han estimulado ni el gasto privado ni la inversión, y el déficit público tampoco ha proporcionado este estímulo. La economía italiana está estancada.Los diagnósticos abundan. Para unos, se trata de la consecuencia del envejecimiento de una estructura productiva demasiado concentrada en bienes y servicios de bajo nivel tecnológico (la proporción de los bienes de alta tecnología en las exportaciones italianas es de un 13% frente a la media europea del 21%), pero esta misma situación no ha afectado significativamente el crecimiento español. Para otros, se trata del elevado coste de las contribuciones a la Seguridad Social que encarecen el precio relativo del trabajo, pero éste es un fenómeno que se verificó también durante toda la posguerra y que no impidió el éxito italiano durante los anteriores periodos de expansión.Algunos analistas piensan que el estancamiento italiano ha sido causado por el fracaso del modelo de crecimiento basado en el desarrollo de las pymes en zonas del centro y del norte de Italia, en los llamados modernos distritos industriales: cuando la pyme no consigue dar el salto hacia la gran empresa, su debilidad tecnológica y su escasa capacidad de inversión en I+D la condenan a una lucha para controlar costes que acaba por destruir su capital humano.Todas estas explicaciones son válidas y se pueden apoyar con argumentos estadísticos relativamente sólidos, pero como siempre ocurre en cuestiones de economía, es importante ahondar en el análisis para buscar causas psicosociales. Frente a los obstáculos, ¿por qué los empresarios italianos se han desanimado en lugar de sobreponerse y de transformar los problemas en oportunidades?Lo más probable es que todo dependa de su lectura de la UEM y del euro. El empresario español ha leído el cambio como una gran oportunidad de negocio con dinero barato, ha notado que se le abrían nuevos horizontes, que España se le quedaba pequeña. El empresario italiano, que había vivido consciente de que con las devaluaciones de la lira siempre se le devolvería la competitividad perdida, han leído el cambio como una amenaza de mayor rigor, como una obligación de tomarse en serio la fiscalidad o las relaciones laborales. Solamente así puede explicarse que un mismo cambio institucional, la UEM, haya tenido efectos tan dispares en dos países tan parecidos como España e Italia. No es lo mismo interpretar un cambio importante como una oportunidad, que hacerlo como una amenaza.¿Podrá el nuevo Gobierno de Prodi cambiar esta situación? Por lo pronto, el esfuerzo electoral se ha concentrado en la crítica de las políticas públicas anteriores y en la sugerencia de tímidos cambios impositivos y de flexibilización. Pero si en el fondo el problema es de índole psicosocial, lo importante sería cambiar la actitud de los gobernantes para que transmitan confianza, esperanza y seguridad a la empresa y a la sociedad civil. Si nos atenemos al discurso estrictamente político, los males de Italia no van a encontrar todavía solución.Decano de la Facultad de Ciencias Jurídicas, Económicas y Empresariales de la Universidad Antonio de Nebrija