SIGNIFICANDO

La missione del Professore


POLITICA di MASSIMO GIANNINIRomano Prodi diventerà il "dittatore di salute pubblica" di cui l'Italia ha bisogno? Chi si aspettava una risposta forte e chiara alla sfida che Eugenio Scalfari ha opportunamente posto su questo giornale mercoledì scorso, sarà rimasto deluso dalla conferenza stampa di fine d'anno del Professore. Seria e dignitosa nei contenuti, pacata ed essenziale nei toni, spartana e quasi artigianale nella regia. Un'altra era geologica, rispetto ai monologhi surreali, ai fuochi d'artificio mediatici e alla propaganda telepopulista alla quale ci aveva abituati il Cavaliere. Ma sulla questione fondamentale, quella che politicamente conta di più ed è più gravida di conseguenze, il premier non è riuscito a fugare del tutto i dubbi che si addensano sul suo governo alla ripresa di gennaio. Riuscirà a superare la crisi di consenso esplosa sulla Finanziaria, e a cavalcare in positivo quel "piccolo silenzioso boom" già in atto nell'economia italiana secondo il Censis? Riuscirà a farsi conferire dai suoi alleati quei "poteri speciali" senza i quali sarà difficile superare i veti dei partiti e i diktat delle lobby e far passare le grandi riforme strutturali che servono al Paese? La risposta alla prima domanda sembra positiva. Prodi ha difeso la sua Finanziaria, ma ha avuto almeno l'onestà di riconoscere che "non esaurisce i compiti del governo" e che soprattutto "restano problemi strutturali da affrontare". Dopo tante incomprensioni sulla manovra, il Professore ha cercato di spiegare al Paese che "la missione c'è", anche stavolta, come ci fu nel '96. "Il nostro euro, oggi, è far crescere l'Italia", ha detto. Ma se la vera missione è la crescita economica, com'è giusto che sia, le scelte riformatrici dovranno essere all'altezza del compito. E su questo il quadro appare più nebuloso. Al di là dei richiami alle "ulteriori liberalizzazioni" e a un nuovo "patto a difesa del potere d'acquisto", Prodi è stato evasivo sulla riforma delle pensioni, e generico sulla riforma della Pubblica Amministrazione. Eppure è proprio su questi due pilastri, che poggia il ciclo di rilancio dello sviluppo di un Paese come l'Italia. Un Paese che non fa più figli (1,33 per ogni donna, il tasso più basso d'Europa), è sempre più vecchio (i pensionati sono quasi il doppio dei giovani sotto i 14 anni), lavora sempre di meno (perde un anno di lavoro ogni cinque rispetto agli Stati Uniti) e dove la burocrazia uccide la competitività (secondo la Banca mondiale, siamo scesi all'ottantaduesimo posto tra i Paesi dove è più facile fare affari). Riformare le pensioni significa riscrivere su basi nuove il patto solidale tra le generazioni, oggi ancora sbilanciato a favore dei padri e a sfavore dei figli, con il meccanismo degli incentivi/disincentivi. È questo che dà stabilità di lungo periodo ai conti pubblici, molto più che il pur sacrosanto totem del rigore finanziario, propugnato ogni anno come se fosse l'ultimo. I cittadini-contribuenti, alla distanza, non ci credono più (e fanno bene: non c'è forse già scritto nella nota di aggiornamento del Piano di stabilità inviato a Bruxelles che con i saldi attuali la manovra di rientro dal deficit del 2007 è già quantificata in 10,5 miliardi di euro, cioè solo 5 miliardi in meno di quella appena approvata dal Parlamento?). Riformare la Pubblica amministrazione significa smettere di concedere rinnovi contrattuali al doppio del tasso di inflazione, riallineare le retribuzioni alla produttività ed accogliere proposte come quelle di Pietro Ichino, e quindi cominciare a discutere di "giusta causa" per i nullafacenti e di premi retributivi per chi lavora il doppio. Orvieto o Caserta. Fase due o Topolino. Non contano i luoghi o gli slogan. Le riforme camminano sui fatti, non sulle parole. Il riformismo si pratica, non si predica. Ma qui siamo alla risposta alla seconda domanda. Prodi avrà davvero la forza di affrontare e poi di imporre questi argomenti ai tavoli di gennaio, prima con Giordano e Ferrero, Diliberto e Pecoraro Scanio, poi con la Cgil, la Cisl e la Uil? Su questo il premier è parso meno convincente. L'idea di evocare "due opposizioni", come Prodi ha fatto più volte durante la conferenza stampa, ha una sua indubbia efficacia. Ma non basta a fugare l'impressione simmetrica che esistano "due maggioranze". Se a destra si cementa l'asse Forza Italia-An-Lega contro Udc, a sinistra si consolida il fronte Rifondazione-Pdci-Verdi contro Ds e Margherita. Il premier traveste questa contrapposizione impeditiva con una definizione suggestiva: siamo una "coalizione flessibile", dice. Ma la suggestione non cancella la condizione. E la flessibilità non si traduce per forza in utilità. Ad esempio: se il centrosinistra, per non spezzare la cinghia di trasmissione con il sindacato sul pubblico impiego, si piega fino al punto da annacquare la riforma di settore, sarà stato sicuramente flessibile, ma contemporaneamente inutile. Lo stesso ragionamento vale, su piani diversi, se si passa dall'economia politica all'etica pubblica. Se il centrosinistra, per non recidere l'esile filo che ne tiene legata una parte alle gerarchie ecclesiali, rifiuta la responsabilità laica di una scelta normativa precisa sul riconoscimento delle unioni civili e sul testamento biologico, si conferma politicamente duttile, ma propone soluzioni culturalmente fragili. Anche qui, le risposte del premier sui Pacs e sul caso Welby sono apparse vaghe. Funzionali all'obiettivo di non irritare le diverse "sensibilità" presenti nell'Unione, più che a quello di arrivare a proposte di legge autenticamente innovative ed efficaci. L'idea di un "dittatore della coalizione", come Scalfari ha suggerito due giorni fa, ha un suo fascino oggettivo. Ma non sembra conciliabile con lo "stile di governo" di Prodi, che come lui stesso ha affermato è e non può che essere "collegiale". E può anche apparire "di basso profilo", perché ciò che conta è che poi "ci sia compattezza al momento di prendere le decisioni". Qui sta il limite, che è oggi del Professore come ieri è stato del Cavaliere. L'architettura elettorale e istituzionale italiana, più che mai dopo il "porcellum" di Calderoli, non consente alternative ai governi di coalizione. Il deficit di questa formula, calata su un sistema a 23 partiti, non sta nell'elevata quantità delle decisioni che arrivano a valle, ma nella bassa qualità delle mediazioni che precedono a monte. Ad esempio: se il centrosinistra, per non rompere con l'ala radicale, decide di limitarsi a un maquillage minimalista sulle iniquità del regime previdenziale, salva se stesso e la sua base sociale di oggi, ma fa un danno all'Italia e alle generazioni di domani. Per chi guida un Paese e ha il dovere di perseguire un interesse generale, la coesione non è sempre un valore in sé. Meglio una scelta coraggiosa, a costo di qualche rottura al rialzo, piuttosto che un atto condiviso, al prezzo dei soliti compromessi al ribasso. Nell'Italia disillusa di oggi, questo resta tuttora un Rubicone invalicabile, per chiunque comandi il governo di Roma. Ma su questo, stavolta, Prodi si gioca davvero tutto. E' stato lui stesso a trarre il dado, dicendo che "il 2007 è l'anno della svolta". Secondo il calendario politico, il nuovo anno durerà fino a giugno, quando andranno alle urne oltre 9 milioni di italiani per una tornata di elezioni amministrative ad alto impatto, che da Genova a Palermo investirà molte città-simbolo. Se il governo risale a colpi di vere riforme la china dei consensi, e "scollina" senza danni questo appuntamento cruciale, l'orizzonte della legislatura si riapre. Se continua ad arrancare paralizzato dai veti incrociati, e subisce una sconfitta pesante, difficilmente reggerà all'urto della sua auto-distruzione. Il Professore ha solo sei mesi di tempo, per superare l'inverno del nostro disincanto. Per provare a diventare Cesare, o rassegnarsi alla fine di Pompeo. (29 dicembre 2006) LA REPUBBLICA