SIGNIFICANDO

norberto bobbio e il partito-persona


Repubblica — 09 aprile 2008   pagina 42   sezione: CULTURA l momento della «discesa» in politica di Berlusconi, Norberto Bobbio si avviava agli ottantacinque anni. A chi gli telefonava o andava a trovarlo nella sua casa di via Sacchi, a Torino, confidava di volersi concedere una pausa. Si mostrava propenso a rinchiudersi negli studi, mettendo in mora l' antica vocazione di dire la sua sui fatti del giorno. Alla mia età, diceva, «si è più portati a rimuginare sul passato che non a cercare di raccapezzarsi sul presente». La decisione era sincera e insieme velleitaria. Fra stanchezza e disgusto, Bobbio davvero si proponeva di tacere. Ma non ce la faceva. La comparsa nel cielo politico d' Italia di un leader così insolito a capo di un partito così irrituale rappresentava per lui, oltre che un cruccio, un problema. E il regresso etico-politico che si preannunziava in seguito a quella «discesa in campo» gli suggeriva pensieri di un imperioso pessimismo. Ora che riappaiono, raccolti in un volume dal titolo Contro il nuovo dispotismo. Scritti sul berlusconismo (Dedalo, pagg. 83, euro 14, a cura e con una premessa di Enzo Marzo), quei pensieri si può leggerli come una sorta di testamento. Al suo primo apparire, il Cavaliere di Arcore gli era apparso avvolto in un dilemma composto da due aggettivi in concorrenza: «autoritario» o «sprovveduto»? Presto, però, Bobbio si rese conto che, fra gli atteggiamenti quasi sempre ingannevoli del personaggio, quello relativo alla sprovvedutezza lo era quasi più degli altri: un' autentica commedia. Quel tanto di naif che egli inserisce nel proprio modo di presentarsi è inteso a distanziarlo da ciò che considera i cerimoniali della politica consueta. E l' indulgere ad una loquela semplice è un espediente funzionale alla sua recita, specie nei tanti momenti in cui vuol «farsi passare per vittima della malvagità altrui» e lasciarsi «compiangere come vittima della malvagità altrui». In simili casi, egli dimostra - riconosce il filosofo - di possedere «la perizia del vecchio comico». Solo un vecchio comico può accusare di «esproprio proletario» chiunque parli della necessità che un presidente del Consiglio venda le emittenti televisive di cui dispone. Mai sprovveduto, dunque. Autoritario, certo, appena gli eventi lo consentano. «Intelligente, ostinato e spregiudicato» nel perseguire i suoi obiettivi. Demagogo sempre: e nell' attribuirgli tale qualifica, Bobbio teneva presente la tipologia del leader disegnata da Max Weber. In quel politico diventato tale in virtù di una scelta repentina, andava insomma individuata una qualità esemplare, di coloro che, nei secoli, hanno voluto incarnare il potere senza troppi intralci "dal basso". «Come il tiranno classico», si legge in un libro-intervista a Bobbio di Maurizio Viroli, «Berlusconi ritiene, in fondo, che per lui sia lecito quello che i comuni mortali sognano». Come farsi sfuggire il fatto che egli «soffre, o forse gode, di un potente complesso di superiorità»? È, infatti, «L' Unto del Signore (e i Vescovi italiani l' hanno lasciato dire)». Se si vuol usare una formula sportiva, «Il Padreterno tifa per Berlusconi». In questo ritrattino a puntate dipinto dal Senatore a vita, il personaggio c' è tutto. E il partito che lo segue, lo adora, lo mitizza, gli obbedisce? Non è un partito vero, è la protesi di una persona. «È il primo partito personale di massa». «Chi ha scelto Forza Italia», insiste il filosofo, «non ha scelto un programma, ha scelto una persona». Che il tramite fra questa persona e gli elettori sia «un partito fantasma», «un partito che non c' è», «un non-partito», è confermato dalla sua genesi fulminea, improvvisata. È un insieme di comitati elettorali, che somigliano a certi conglomerati elettorali dell' Italia d' un tempo lontano. Ma comitati «composti da chi? Diretti da chi? Finanziati da chi?». Sulla consistenza - e aderenza - territoriale della forza berlusconiana il giudizio di Bobbio, che quelle domande se le poneva nel 1994, può sembrare poco attuale. Ma più validi che mai sono gli interrogativi che riguardano il grado di democraticità interna di quell' organismo. L' abilità mimetica e la destrezza dialettica del Capo - molto efficace proprio per la sua grossolanità - hanno fatto sì che quello strano «partitone personale» potesse ammantarsi, agli occhi dei credenti, di credenziali bugiarde. Esso - è sempre il filosofo che parla - «non ha nulla a che fare con la vecchia tradizione della destra liberale» di Croce e di Einaudi. Ma l' estraneità più clamorosa rispetto ai comportamenti di una qualsiasi democrazia consistono nel fatto che Berlusconi e i suoi seguaci ignorano la distinzione fra i poteri - economico, politico, culturale - e si comportano di conseguenza. Una condotta «che si chiama, come la chiamava Montesquieu, dispotismo». L' avvento di Berlusconi coincide, agli occhi di Bobbio, con l' impotenza della sinistra nel contrastarlo. Qui, la consapevolezza del vecchio pensatore della politica si tinge di fatalismo. Nel vedere il primo governo Prodi, quello dell' Ulivo, in procinto di essere liquidato da una decisione di Rifondazione comunista, Bobbio mostrò di soffrirne, ma non se ne stupì. Nemmeno un poco. In una sua intervista concessa all' Unità il 9 ottobre del ' 97, risuona una nota patetica: «La sinistra italiana conferma una sua costante: nei momenti difficili si divide per facilitare la destra». A un uomo della sua età ed esperienza non poteva sfuggire che, nella storia, i momenti difficili sono sempre. - NELLO AJELLO