SIGNIFICANDO

Post N° 350


Due mosse, una incognita
Silvio Berlusconie Giulio TremontiI risparmiatori non perderanno un euro, lo Stato Padrone non tornerà. Se queste due promesse fossero vere, dovremmo accogliere con favore il decreto anti-crisi varato per fronteggiare la "tempesta perfetta" che sta travolgendo il sistema bancario mondiale. Non si può dire che Berlusconi e Tremonti non siano stati rapidi nell'azione, e convincenti nella comunicazione. Il governo ha dato un segnale forte e insieme rassicurante. Almeno nella forma. Il coinvolgimento diretto del governatore della Banca d'Italia, nella preparazione e nell'illustrazione dei provvedimenti, restituisce ai cittadini, almeno sulla carta, l'immagine di una coesione istituzionale importante. Se poi verrà anche quella politica, e se il Cavaliere smetterà di "fregarsene" del contributo dell'opposizione, sarà un altro passo significativo sulla via della civiltà politica e della responsabilità nazionale. Per giudicare la sostanza, invece, il condizionale è d'obbligo. Purtroppo, com'era già successo con la Finanziaria triennale approvata prima dell'estate, il Consiglio dei ministri è durato pochi minuti, forse anche meno dei nove necessari per la manovra. Non ha licenziato un testo. Non ha messo nero su bianco una sola cifra. Dunque, per esprimere un'opinione bisogna fidarsi sulla parola di quanto il premier e il ministro dell'Economia hanno detto in conferenza stampa. L'impostazione del decreto si articola su due misure. Con una prima decisione, coerente alla luce della sonora bocciatura all'Ecofin della proposta italiana di istituire un grande Fondo europeo per gestire i fallimenti creditizi dell'Unione, Berlusconi e Tremonti hanno deciso di seguire l'esempio dell'Irlanda e della Germania: dunque sì a un fondo nazionale che affiancherà la garanzia mutualistica dello Stato a quella privatistica già prevista per i depositi degli italiani. Una scelta limitata, perché assunta al di fuori di quella logica comunitaria che sarebbe stata necessaria e sicuramente più efficace. Ma sensata, perché volta a tranquillizzare i clienti delle nostre banche, finora tutelati da un Fondo di garanzia interbancario ma non anche dal Tesoro. "Nessun cittadino ci rimetterà un euro", ripete il Cavaliere. E a questo punto, è ragionevole ritenere che sia così. Con una seconda mossa, sorprendente per la pseudo-cultura del liberismo alle vongole che caratterizza da sempre la destra italiana, Berlusconi e Tremonti hanno invece deciso di non seguire l'esempio inglese e olandese: dunque no alle nazionalizzazioni e all'ingresso diretto dello Stato nella proprietà e nella gestione degli istituti di credito in crisi. Se questa "filosofia" è sincera, va dato atto al governo di aver evitato una forma di "socialismo finanziario" pericoloso, per i destini dell'economia di mercato. L'intervento pubblico sarà "eventuale", cioè attivato o su richiesta della banca in difficoltà patrimoniale o su sollecitazione della Banca d'Italia. Sarà "temporaneo" perché finalizzato solo a rafforzare i "ratios" dell'istituto per il periodo necessario a superare le difficoltà. E soprattutto sarà "neutrale", perché si tradurrà nell'acquisto da parte del Tesoro di azioni privilegiate della banca, e dunque senza diritto di voto sulle strategie. "La gestione delle banche resterà assolutamente privata", giura Tremonti. È un impegno solenne, che vogliamo prendere per buono. Sarebbe molto grave, invece, se la manovra per mettere al sicuro i risparmi degli italiani si accompagnasse al tentativo di mettere le mani sulle banche. E soprattutto su quelle più lontane dall'orbita del centrodestra. Nel decreto legge c'è un codicillo che autorizza qualche sospetto. Nel caso in cui la Banca d'Italia decida sull'opportunità di ripatrimonializzare una banca, e il Tesoro intervenga direttamente nel suo capitale, scatta anche la rimozione automatica del management responsabile. In teoria, un principio legittimo, che è compreso tra i sette criteri concordati dall'Ecofin dell'altro ieri: come ha detto ancora Tremonti, "lo Stato non dà i denari del contribuente a chi ha sbagliato". Ma in pratica, anche un grimaldello pericoloso, che può essere usato per scardinare posizioni ritenute di volta in volta scomode o anche semplicemente non gradite al governo. È inutile fingere di non vedere quello che tutti vedono. Almeno a livello italiano ci sono due piani diversi di valutazione della crisi, e dei suoi risvolti politico-finanziari. C'è un piano di sistema, che chiama in causa la qualità delle nostre banche, il loro modus operandi, la loro struttura patrimoniale. E a questo risponde (bene) la prima mossa. Ma c'è anche un piano di potere, che chiama in causa la proprietà delle nostre banche, la loro "governance" e la loro contiguità con la politica. E a questo rischia di rispondere (male) la seconda mossa. Anche nel nostro sistema creditizio, per quanto solido e liquido, ci possono essere delle mele marce. Anche un banchiere come Alessandro Profumo ha sicuramente compiuto errori gravi, dei quali è giusto che risponda ai suoi azionisti. Se serve, anche rassegnando il suo mandato. Ma se la posta in gioco "nascosta" di questo giusto lavacro del "mercatismo" diventa solo la "normalizzazione" di Unicredit (colosso internazionale autonomo e distante dal nuovo capitalismo domestico che si va ricomponendo intorno al Cavaliere), allora si deve sapere che quella non è una mela. Non è neanche un albero. È almeno la metà del bosco. E sarebbe inaccettabile che a controllarlo, in modo diretto o indiretto, fosse il governo, o l'establishment che gli è sempre più vicino. LA REPUBBLICA 09/10/2008 - 07:15