DICIAMO NO

Famiglie via dallo stadio non solo per gli ultrà


Altre cause: caro prezzi, biglietti «difficili» e scomodità «Io, oggi, in Italia non porterei i miei figli allo stadio». Così parlò Fabio Cannavaro, capitano del­la nazionale campione del mondo. Era il 3 settembre 2008. Al tempo il difensore della Juve giocava ancora nel Real Madrid. Anche lui, da «stra­niero », bastonava i malcostumi del­­l’Italia del pallone e esaltava il Paese di cui era ospite pro tempore. «Quan­do entri al Bernabeu — aggiungeva — sembra di essere nel salotto buo­no di casa». Lunedì è arrivato sir Fabio Capello a bacchettare e dire che a Londra, do­ve non comandano gli ultrà, si vedo­no gli impianti «pieni di donne e bambini». Ma è davvero così? Certo le immagini di stadi blindati, le scene di guerriglia urbana all’esterno, l’at­mosfera pesante che si respira in cer­te partite sono uno spot al contrario. Ma sono solo le malefatte dei teppisti a tenere lontane le famiglie? Sicura­mente, ma c’è dell’altro. A partire dal­la vecchia questione degli impianti, per lo più obsoleti e inadeguati. In tante città è già partita la corsa al nuo­vo stadio. I presidenti fremono, gli amministratori locali frenano. Interpellato sull’argomento da Sportweek Riccardo Montolivo, piedi buoni della Fiorentina, non ha avuto dubbi: «Come riportare la gente allo stadio? Stadi nuovi. Penso all’impian­to di Monaco di Baviera con strutture correlate come vorrebbero fare i Del­la Valle. Il calcio che si vede dentro uno stadio affascinante e che ti fa sen­tire la gente a un centimetro e vice­versa». Uno stadio così avrebbe cambiato la giornata a Matteo Niero. «Ho porta­to mio figlio di 7 anni allo stadio a ve­dere il Padova: 45’ di coda sotto il so­le per il biglietto, 10’ per passare i tor­nelli, cori irripetibili e una partita vi­sta male, lontano dal campo perché lo stadio ha il campo di atletica intor­no ed è circondato da vetrate spor­chissime che rendono difficoltosa la visuale ai posti più bassi». Non è l’unica lettera al Corriere che contiene un cahiers de doleance per un viaggio fantozziano nella buro­crazia italiana. Un geometra dell’hin­terland milanese, racconta di quando perse un tempo del Milan a far la spo­la tra botteghini e cancelli. Fino a quando si ritrovò fuori dai tornelli con suo figlio di 11 dentro, in lacrime per aver perso il gol di Ronaldinho. Lex dura lex sed lex. E allora con la comodità e la ricchissima offerta del­la tv (all’estero, dove gli stadi sono sempre, per dirla con Sandro Ciotti, «gremiti ai limiti della capienza», non tutte le partite vengono trasmes­se) alle volte la scelta è quasi obbliga­ta. Anche perché i club non fanno molto per invertire la tendenza. Quanto previsto dell’art. 11 ter della legge Amato («...biglietti gratuiti no­minativi per minori di anni quattordi­ci accompagnati da un genitore o da un parente fino al quarto grado, ... per un numero di manifestazioni sportive non inferiore al 50 per cento di quelle organizzate nell’anno») è se­guito alla lettera solo da pochi club. Chievo e Parma vanno anche oltre: under 14 gratis tutte le partite. Il Bolo­gna fa pagare 1 euro agli under 10. Al­tri abbassano l’età o aspettano una partita che non tira o la squadra in difficoltà per aprire le porte a baby fan e donne? Già, l’altra metà del cielo che dice? Il j’accuse capelliano parlava di stadi londinesi con tante donne, non solo le Wags. «Ma Capello, con cui io ho più foto che con mio marito, stavolta ha proprio sbagliato». Nella Grossi, classe ’40, abruzzese, commerciali­sta, presidente dell’Anfisc (Associa­zione nazionale Femminile Sostenitri­ci squadre calcio), circa 6 mila asso­ciate, divise nei vari club «rosa» (dal Milan Club Femminile «Stella» Saron­no alle Mule alabardate), s’infervora. «In Italia ormai il 25% del pubblico è composto da noi donne. Per il mio Milan siamo addirittura il 35%». In­somma, qui, nessuno si sognerebbe di fare una proposta come quella dai tifosi dello Zenit San Pietroburgo: niente donne allo stadio. «E potremmo essere ancora di più», aggiunge, decisa, la signora Grossi. Se non ci fossero gli ultrà? «Macché: il problema è il caro-prez­zi. Certo tra tante persone è possibile che si infiltrino i delinquenti. Eppure io sono 40 anni che giro per gli stadi per seguire il Milan e una sola volta ho avuto veramente paura: a Marsi­glia, nel ’91, quando si spensero le lu­ci. In Italia oggi la situazione è miglio­rata. Purtroppo, però, i biglietti costa­no: marito, moglie e due figli devono spendere più di 100 euro. E quante fa­miglie se lo possono permettere? In serie B e in prima divisione ci sono iniziative per noi donne. In A ancora poche». Altro da dichiarare? «Comprare un biglietto è diventato complicatissi­mo. Chi fa le leggi sta nei palazzi del­la politica e non è mai stato in uno stadio pagando il biglietto e facendo tutta la trafila . Aggiungiamo che i servizi igie­nici sono quelli che sono... Quindi, ca­ro Capello il problema non sono gli ultrà». L’impressione è che parli a nuora, perché suocera intenda.http://www.violanews.com/news.asp?idnew=45560