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Un blog creato da SallyBowles il 04/07/2007

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How love became anthropology.

 
 

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Playlist therapy

Post n°56 pubblicato il 04 Febbraio 2009 da SallyBowles
 

Improvvisamente, da due giorni, Sally si sentiva legata. Aveva passato quasi due anni a cercare di mantenere un sano distacco. Si era impegnata a fondo nel ripetersi che il Signor Tempo cambia troppe volte le carte in tavola e che per questo non ci si può fidare di Lui. Si era allenata a vivere bastando a se stessa, in ogni situazione, pensando alla solitudine come all'essenza stessa dello stare al mondo. Non che nulla della sua filosofia di vita fosse cambiato, e per la verità  continuava a non sentire il bisogno di vivere una vita a due nè a tre nè a quattro. Ma qualcosa si era spezzato, come una diga di un fiume di sangue, nel momento stesso in cui lui l'aveva guardata negli occhi mentre lei si toccava. O forse aveva a che fare con certe cose che si erano confessati. O forse era stato come lui l'aveva ascoltata la sera a cena da Baffetto. O forse erano le strade del centro di Roma. O forse improvvisamente aveva incominciato a sentirsi a suo agio nel guardare il mondo attraverso quegli occhi un pò abruzzesi, un pò polacchi, un pò di Yonkers e un pò di Piazza Bologna. Forse aveva a che fare con le loro maledette playlist.

Forse, da due giorni, sentiva semplicemente che era il caso di vivere. Ma non sapeva perchè, aveva anche la sensazione di essere arrivata troppo tardi a questa conclusione. Forse era solo arrivato il momento del fatidico "mò sò cazzi".

Fatto sta che si era scoperta molto nervosa per non essere tra le prime in classifica delle magnifiche venti.

 
 
 

Ho fatto pace con l'antropologia perchè...

Post n°55 pubblicato il 12 Gennaio 2009 da SallyBowles
 

Perché ho scoperto che è utile. Di una utilità che non tutti riescono a vedere o apprezzare.  E’ utile metodologicamente: permette di mettersi al di fuori di se stessi e prendere le distanze da quello che ci riguarda. Permette di vedere l’alterità, ampliando le potenzialità della nostra percezione del mondo. Permette di creare e di progettare strategie di incontro con l’alterità. Permette di riconoscere e accettare l’alterità in se stessi e negli altri. Permette uno sguardo caleidoscopico sulla realtà.
E’ utile dal punto di vista dei contenuti: permette di capire come funziona una società, una microsocietà, permette di vedere società invisibili e decostruire società visibili. E’ dunque estremamente politica. E necessaria per chi intende occuparsi della cosa pubblica.

Perché ho scoperto che l’amore è una questione di scontro di civiltà. Grazie a te, che spesso mi dai la possibilità di non sentirti uguale a me , di non sentirti in sintonia , di non sentirmi compresa al volo. E mi costringi in questo modo a ricordarmi da dove vengo e a fartelo vedere. Grazie a te che hai una cultura diversa dell’amore e del sesso. Che ti senti e ti dici materialista, e ti contrapponi al mio approccio spirituale alle cose. Grazie a te che mi metti le mani tra le gambe prima di baciarmi, diversamente dal fatto che io prima ti bacio, e poi ti metto le mani tra le gambe. Grazie al fatto che con te è sempre necessario spiegare tutto, affermare la propria cultura, tradursi l’uno nel linguaggio dell’altro. Ricordarsi costantemente del fatto che un battito di ciglia per te significa amore e per me significa che non riesco a tenere gli occhi aperti. Ed essere curiosi anche se un po’ incazzati. Tutti e due in cerca di una migrazione nel mondo dell’altro. Tutti e due sperando di prendere e di imparare quello che ci manca. Tutti e due pensando puntualmente di non farcela, di parlare due lingue diverse, di non essere in grado di capire accettare e amare la storia dell’altro. E infine rendersi conto, durante un attacco di ridarella coitale, che i nostri tentativi disperati di mediazione culturale sono come gocce che un po’ alla volta scavano la roccia e che ogni tanto io mi scopro a pensarla come te e mi incazzo. E che lo stesso accade a te.

Perché aiuta a vivere meglio. Per esempio, nel caso in cui tu soffra da anni di un sintomo che non ha causa apparente, ti permette di scoprire cosa c’è, semanticamente parlando, dietro un sintomo. Ti fa capire che il medico non è un detentore di verità, ma solo uno che ti sta proponendo un’interpretazione della realtà che può esserti più o meno utile. Ti fa vedere i rapporti di forza nel rapporto medico-paziente. Ti fa vedere come la diagnosi sia uno strumento di affermazione di valori. Ti fa vedere come puoi essere schiavo di una diagnosi, invece che padrone di te stesso, sia che la diagnosi diventi un’etichetta sia che ti venga a mancare, creando in te il bisogno di un’etichetta. Ti fa vedere come una diagnosi sbagliata o superficiale può nascere dalle incompresioni tra la tua cultura e quella del medico. O dalla reciproca antipatia tra te e la ASL, e che questo dunque non ha necessariamente a che fare con il tuo corpo e con il fatto che non funziona.  Mi ha fatto capire che non voglio un’etichetta, che non mi voglio sentire ammalata. Ma che ho bisogno di smettere di sentirmi posseduta dai miei sintomi. L’antropologia ti spiega che la possessione è realmente una categoria di interpretazione di fatti biologici. C’è questo essere bizzarro, nel corpo, che talvolta si mette a urlare nel mio orecchio e io non so cosa vuole, cosa vuole da me, a volte si placa, a volte no, e lui non è parte di me, è un’alterità. E’ una vera alterità, che a volte dorme, a volte no, ma io in ogni caso non ho alcun controllo sulla sua volontà. Sarebbe bello che questa alterità e io diventassimo la stessa cosa. Sarebbe bello portare un po’ di luce in questo caos, non attaccandomi addosso la prima diagnosi/etichetta che viene formulata da un altro essere alieno (il medico), ma cercando di capire cosa vuole questo essere dentro di me. Cosa mi sta dicendo. Cosa vuole che io diventi. Quale strada mi sta indicando. Quale storia mi sta raccontando. Ho bisogno di conoscere le cause del sintomo, non voglio un'etichetta. Che è come domandarsi: "Perchè quell'essere parla? ".  Se saprò la causa, forse, questo essere dentro di me diventerò io e smetterà di essere un dio capriccioso che ogni tanto si impossessa di me, risucchiandomi la vita e la vitalità. Certo, fa paura. Ma l’antropologia ti insegna che dietro una malattia c’è una storia e un significato. Un modo culturalmente appreso con cui noi la guardiamo, la elaboriamo, la reagiamo, la gestiamo.  E quindi la facciamo o meno parte di noi. Forse non sempre si può guarire, e questo rientra nelle cose che non possiamo controllare. Ma di certo possiamo raccontarci la nostra storia in un modo differente. In un modo  meno doloroso. In un modo che non ci rende schiavi né nemici del nostro corpo e quindi di noi stessi.

L'antropologia somiglia a un negozio di ottica con tanti occhiali nuovi per guardare il mondo.

 
 
 

Post N° 54

Post n°54 pubblicato il 16 Dicembre 2008 da SallyBowles

Il tutto si può riassumere in un bisogno terribile di casa 

Eccomi di nuovo scaraventata in mezzo a Termini Town, ma stavolta è diverso. Stavolta sono un antropologa e non una passante. Stavolta devo restare. Stavolta devo cercare. Stavolta devo incontrare. Gettata in mezzo alla terra e in mezzo al fango. In caduta libera verso il mondo dei cancellati vivi. Di nuovo il maledetto buco di Alice. E quel biglietto giallo che conservo ancora per ricordami la domanda: “Perché io?” alla quale si abbina inesorabilmente la risposta: “Perché tu sei tu”. E stavolta non posso dire “no, grazie”. Perché ho cercato, ho voluto e ho ricercato un posto che fosse un viaggio. E l’ho trovato alla stazione.

E in questa corsa folle verso qualcosa, in questa smania di andare e di soffrire per vedere, in questa inquietudine incomprensibile che come Malinowsky fugge dalla civiltà mentre si lamenta degli indigeni…

Voglia di cantare.

Perché adesso a chiamarsi casa è il rumore che ha fatto il vento quando abbiamo iniziato a cantare, nel bosco. E’ il vino rovesciato la sera di Pasqua, ubriachi, ballando. Casa sono i girasoli in cui amo passare attraverso. Casa è un panino con i pomodori secchi che ho mangiato con te davanti alle giostre, al mare.

E tutto il resto mi suona come una terra straniera. 

And the radio plays: "E nell'alba un vecchio treno/ mi sparisce la tua mano/ ed un figlio un quinto piano/ ogni sera invecchio tremo/ e nell'alba un vecchio treno/mi riporta la tua mano/ed un figlio un quinto piano/ogni sera un vecchio treno".                                                                  

 
 
 

Termini town

Post n°53 pubblicato il 14 Novembre 2008 da SallyBowles

Coltivo questo sospetto.

Il fatto che alla Stazione Termini sia impossibile mangiare decentemente, è un abile manovra atta a convincere te, passante, che persino Mac Donald è meglio della merda che hai appena ingerito (e ce ne vuole). Un pò come la fotografia de"Gli occhi del cuore 2", che deve far appositamente cagare per non far sfigurare la pubblicità.

E mentre le catene fast food avvelenano legalmente il mio organismo, intorno, polizia. A caccia di umanità dolenti. Per legittimare i nostri governanti ad autodefinirsi tali.

Nulla è rimasto del villaggio che ho visto l'altra notte. Quando la marmaglia non c'era, e un gruppo di esploratori del quotidiano mi ha fatto passeggiare tra i binari deserti. Ecco allora emergere i veri abitanti della Stazione: i barboni. Vite sotterranee, invisibili, parallele. Ho il sospetto che loro siano i custodi degli ultimi scampoli di umanità disponibili in questo posto. Quella sera ho visto Termini per la prima volta.

E lo stesso è adesso...Che torno ad essere solo una consumatrice di prestazioni ferroviarie (peraltro, insoddisfacenti).

And the radio plays: "Italia, quanto sei lunga/ Italia, quante chiese/ sembri dire "ogni scherzo vale"/ per non farti troppo male".