Scintille

La rivincita del polinomio


La mia pagella di terza media riportava la frase: “ragazza particolarmente portata per studi ad indirizzo umanistico o artistico”. In realtà, il mio cuore era decisamente orientato verso la biologia e, soprattutto, quel mondo microscopico che, fin da ragazzina, aveva destato in me un’immensa curiosità. Ciò premesso, tutte queste valutazioni a nulla valsero in quanto gli unici parametri che presi in considerazione nella scelta delle superiori furono il fatto che mio fratello avrebbe frequentato il liceo scientifico e che, all’epoca, per me staccarmi da lui sarebbe stato più o meno come togliere la bombola dell’ossigeno ad un malato terminale di enfisema polmonare. Non ricordo gli anni del liceo come entusiasmanti, soprattutto gli ultimi, i problemi a casa erano molti e, forse anche per quello, non riuscii a vivere quel periodo con la spensieratezza tipica dell’età. Non sono mai stata una grande secchiona, diciamo che avendo anche altri impegni ed interessi, ho sempre cercato di applicare la regola del “minimo sforzo, massimo rendimento”. Di quel periodo una delle cose che ricordo nitidamente ancora oggi, nonostante siano trascorsi venticinque anni, è la professoressa di matematica, che chiamerò “La Terribile” giusto per tutelare la sua privacy; tanto per dare un’idea di cosa abbia rappresentato per me posso dire che, talvolta, mi capita di svegliarmi nel cuore della notte terrorizzata da un incubo in cui alcuni omaccioni vestiti di nero mi comunicano con fare minatorio che non posso svolgere la professione in quanto la mia laurea non è valida perché, a causa sua, non mi sono proprio diplomata e pertanto devo ricominciare tutto da capo.Vista con gli occhi di un’adulta “La Terribile” era solo una cinquantenne nubile che viveva con la madre anziana, di sgradevole aspetto, non particolarmente brillante, di certo molto bigotta e, probabilmente, repressa e poco soddisfatta della sua vita in generale. Manteneva costantemente un atteggiamento molto più cortese con gli alunni appartenenti al sesso maschile, vestiva come Mary Poppins, senza tuttavia averne il sorriso simpatico e gentile, non si depilava le gambe e,  secondo me, non dedicava neppure un’adeguata attenzione alla sua igiene orale. Svolgeva gli esercizi in classe sempre ricopiandoli da quel quadernetto scritto a matita che non abbandonava mai. Vista con gli occhi di un’adolescente, per sua natura piuttosto insicura e per di più educata al rispetto delle persone e delle gerarchie in generale, tuttavia, era la “professoressa”, una donna adulta, con il compito di insegnare a giovani menti nozioni a loro sconosciute e, in un certo senso, di contribuire alla loro educazione; dinnanzi a lei, io non mi ponevo il dubbio che potesse avere dei problemi, dando per scontata la sua buona fede, e ne subivo inerme le angherie, certa di non capirne il motivo, ma pensando di meritarle. Se una persona nella mia vita è riuscita a farmi sentire inetta, poco intelligente, irrecuperabile e sfiduciata, questa è stata lei; non credo di averla odiata, non mi sono mai riconosciuta in questo tipo di sentimento per nessuno, nemmeno più tardi e per cose ben più gravi, ma certo l’ho detestata con tutte le mie forze ed ho avuto paura di lei. Interrogandomi, le cose più carine che riusciva a dirmi erano frasette del tipo: “quanto dicono tu sia brava in lettere, tanto non capisci niente delle mie materie…”, “…sei proprio stupida”, “…non vedi che fai dormire tutti i tuoi compagni?”, “….tuo fratello si, che è intelligente!” ed altre facezie del genere. Non riuscì mai a rimandarmi a settembre; ogni anno era una lotta sfinente all’ultimo mezzo punto, per raggiungere la sufficienza, ma ci arrivavo e credo che lei mi detestasse ancora di più, per questo. A pochi mesi dalla maturità la mia ansia aumentò a dismisura e contattai un giovane studente d’ingegneria chiedendogli di darmi qualche lezione privata. Non so dire se fu perché il tizio aveva due splendidi occhi azzurri ed era decisamente galante con me o perché “La Terribile” aveva il potere di paralizzare il mio cervello, fatto sta che ne bastarono tutto sommato poche per aprire la mia mente ad un nuovo mondo: ma allora tutti quei numeri che io avevo pedissequamente trascritto, quelle formule, quegli studi di funzione, avevano un senso! Non erano statici, non dovevo subirli…tutto sommato potevano essere visti come simpatici genietti che potevi mescolare usando le regole, certo, ma anche tanta fantasia, per trasformarli in altro. Una materia che avevo tanto detestato mi sembrava ora addirittura bella, e, nonostante tutto, stranamente semplice ed intuitiva. Feci la pace, con la matematica e, dal quel momento, non ebbi più alcuna diffidenza nei suoi confronti.Quando l’altra sera, arrivata a casa della mia amica, ex compagna di classe e testimone di tutto ciò che ho fin qui raccontato, mi sono sentita chiedere “Micky, tu te li ricordi i polinomi? Fil non riesce a risolverne uno…ci abbiamo provato in mille modi…un nervoso” e, dopo tanti anni,  mi sono accostata con un filo d’ansia a quei numeri, loro non mi hanno tradito; il denominatore scomponibile, il quadrato del binomio, il raccoglimento a fattori mi sono sembrati il giochino di sempre e la matita ha trasformato l’ammasso insensato nel risultato perfetto [1]. Sarò sincera: il mio ego non si è controllato e non sarò certo stata al massimo della finezza ma non sono riuscita a trattenermi dal saltare dalla sedia lanciando un urlo di soddisfazione, fare con veemenza il classico gesto dell’ombrello ed esclamare a gran voce: “Toh …..Terribile! Forse, alla fine, la stupida eri tu!”