Ci sono ricordi che restano indelebili in ciascuno di noi; attimi, luoghi, visi. Per me tutte queste cose si riassumono splendidamente in Torgnon, carinissimo paese in Valtournenche, ove ho trascorso la maggior parte delle mie vacanze da ragazzina ed al quale torno sempre con una sensazione frammista di gioia e di malinconia. In quel posto io, i mie fratelli e gli amici vivevamo allo stato "brado"; d'estate uscivamo la mattina, verso le nove, per far rientro solo al tramonto mentre d'inverno le ore erano scandite dall'apertura dei pochi e rudimentali impianti sciistici che ben si accoppiavano con le nostre attrezzature antidiluviane. Nelle stagioni migliori facevamo la vita di veri e propri animaletti al pascolo, correndo per i prati, arrampicandoci ovunque, spesso in modo alquanto incosciente con il senno di poi, organizzavamo gite e giochi nei prati, escursioni e gare che prevedevano quasi sempre un'assurda penitenza per il perdente (ben ricordo di aver dovuto suonare una decina di campanelli con un rotolo di carta igienica in mano chiedendo cortesemente di poter utilizzare il bagno perché il mio era intasato).
Quando il tempo era brutto ci si ritrovava in casa a preparare una torta o ad elaborare gli articoli per il giornalino del paese che raggiunse, ricordo, la ragguardevole cifra di ventidue abbonamenti e le cui copie erano scritte a macchina con la carta carbone, oppure ancora vicino al camino, a giocare a Monopoli. Tra la mia casa e quella della mia migliore amica avevamo teso una corda con attaccato un barattolo ed un campanaccio: una specie di teleferica che ci consentiva di scambiarci messaggi anche in orari inusuali e di accordarci sugli appuntamenti.
In tutto questo c'è un luogo che ricordo con una dolcezza particolare, il piccolo lago nei pressi del bivacco Tzan. Ricordo l'allegria con la quale ci arrampicavamo fino alla piana di Chantornè per poi giungere dell'Alpe Chatelard ed all'Alpe Chantè de Guerre. Ricordo le mani e la bocca scure di mirtilli, le dita rigate dai rovi, i viveri nello zaino e la legna pesante che sarebbe servita ad alimentare la vecchia stufa a legna. Ricordo quel piccolo tubo di latta, i letti a castello con le coperte sporche, l'allegria di preparare per cena una pasta asciutta che non sarebbe mai cotta bene, ma che a noi sembrava buonissima lo stesso, il fumo denso e le lacrime agli occhi, il tramonto tra il rosso del cielo e le vette attorno ad assisterci.
Ricordo la notte, davanti al lago, il freddo e la luce della luna, le stelle giganti, quasi a toccarle. E la mattina quella luce forte, la voglia di correre, ridere e scherzare, inciampando tra i sassi, il viso bruciato dal sole, le stelle alpine, il Tantanè e lo Zerbion, la in fondo, che ci guardavano con maestosità. Se mi chiedessero quando nella mia vita ho provato gioia pura probabilmente quello sarebbe uno dei momenti che citerei.
Avrei voluto accompagnarti a vedere il "mio Cervino" e quel piccolo lago dall'acqua talmente verde da sembrare magico. Avrei voluto poter provare quell'attimo di pura gioia anche insieme a te.
(Ringrazio
Silvia per avermi concesso di utilizzare alcune sue foto)