ButlerEra il tempo di quella famosa nevicata. Butler aveva bisognodi soldi e l'agenzia interinale l'aveva spedito allo scalodell'Interporto a tirare giù neve dai vagoni e a fare la rottatra le viuzze ricoperte da 40 centimetri di materiale bianco.Gli avevano detto di farsi trovare all'altezza del distributore in via Maccani e così aveva fatto. Aveva aspettato quindiciminuti fumandosi due paglie e poi era arrivata: era una pandastracarica, due persone davanti e tre dietro, con Lui (se fosse riuscito a entrare) quattro. C'erano l'autista, un tizio dell'Adecco,poi Enrico un alcolista di 42 anni, fancazzista in progress, fungodi Provincia nonché fenomeno itinerante da baraccone, Vikramun indiano molto giovane, responsabile e timido, pulito ma povero,saggio e lavoratore, Sturdy praticamente un barbone senza fissadimora, all the way from Caserta e alla ricerca di una professioneprecaria qualsiasi e di un tetto sopra la testa, Pablo ex commesso all'Elettrocommerciale parecchio musone e scassapalle, nonchépossibile frequentatore part-time del Centro di Salute Mentale, einfine Artan un cinquantenne dai reni malandati che si lamentavaogni secondo del freddo, degli sbalzi della macchina e dei propridolori fisici, un ipocondriaco maniacale depressivo. Butler fissòl'interno dell'auto e, sorridendo, cercò di farsi posto. Alla fine, conun gomito di Vikram in faccia e la coscia di Artan sulle palle riuscìa sistemarsi. così partirono per l'Interporto malgrado Enrico premessepetulantemente per farsi una grappetta mattutina (a occhio e crocese n'era già fatte tre). Giunsero all'Interporto e furono scaricati nella bufera e abbandonati al proprio destino. Il tizio dell'Adecco sgommòcon difficoltà e di Lui si persero ben presto le tracce all'orizzonte fosco. Finirono in una baracca dove furono provvisti di pale da neveda un coglione qualsiasi chiamato Amilcare Libardi. Un tipo stizzito ebilioso, piccolo e acrimonioso che, evidentemente, si era già fatto l'ideadei novelli spalatori come dei fannulloni fatti e finiti, mangiapane a ufo.Li piazzò sparsi in un raggio di 600 metri a tirare su neve dai vialetti ea farla estirpare dai vagoni spalancati. Poi, dopo avere dato le consegne,tornò a rinchiudersi nella comoda baracchetta che gli faceva da base.Enrico e Butler si ritrovarono a lavorare fianco a fianco ma fu subitochiarissimo che Enrico non aveva voglia di fare un cazzo. Aveva presoa lamentarsi di come erano stati scaricati e a raccontare a Butler (che nelfrattempo si spezzava la schiena) dei bei tempi a Genova e Bologna, dovesi beveva wild turkey e si fumavano splendidi cannoni. Butler un po' lo assecondava, un po' guardava preoccupato la baracca di Libardi, da dove,probabilmente, il piccoletto Li osservava con un binocolo elettronico e prendeva prove del lazzaronare. Infatti non passò molto tempo che unafigura irsuta e alterata uscì dall'igloo sbattendo la porta e lasciandolaspalancata, correndo verso di loro. Era Libardi, che aggredì Enrico a maleparole e poi passò alle vie di fatto minacciandolo fisicamente. Il Tizio,seccato, infreddolito e alterato prese a reagire e ben presto arrivarono alle mani, con Butler che tentava di dividerli sotto una nevicata fittissima. Benpresto, sul ring arrivarono Vikram, Sturdy, Artan e Pablo, stanchi della loroinutile battaglia contro la bufera. Presero a fare il tifo per uno o per l'altroe batterono i pugni. alla fine, tra minacce di tribunale, bestemmie e lamentelefu chiamata l'Agenzia Interinale, furono rifilati a tutti un misero indennizzoe furono rispediti ai loro luoghi di provenienza con mezzi propri. Affranto,distrutto e congelato Butler si sorbì i due chilometri fino alla Città con Enricoche si ripuliva del sangue e beveva da una fiaschetta estratta dal giacconesotto l'ascella. E intanto urlava improperi e cantava canzoni oscene controun indifferente, grigio cielo di merda...(Fine)