Creato da MuseoDeiRicordi il 25/05/2005
L'età favolosa dell'infanzia, la scoperta del mondo...quando le cose, le parole i gesti non erano tutti uguali...I ricordi dei blogger

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LA SEICENTO

Post n°35 pubblicato il 02 Luglio 2005 da MuseoDeiRicordi
Foto di MuseoDeiRicordi

 Era il 1962, avevo 12 anni; il babbo aveva da poco comprato un'automobile.. la prima...una seicento bianco azzurrina, a noi pareva una limousine.

Quell'anno fu deciso di andare in Sicilia con la macchina, non con il solito treno Partimmo il primo di agosto, incoscienti e inesperti, sotto un sole splendido e una temperatura torrida...papà, mamma, noi tre bambine , il cagnolino Pinki, bastardino nevrotico, l'uccellino in gabbietta da viaggio costruita da mio nonno, bagagli dappertutto e sul tettuccio , pinne, maschere , ombrellone e tanta acqua, perchè nelle seicento la si doveva rimboccare ogni tanto.

Un viaggio allo sbaraglio, muniti di cartine stradali e tanta capacità di adattamento...

L'autostarda c'era in minima parte e i tre giorni furono pieni di novità e di avventure, solo per attraversare la Calabria ci volle un giorno intero di curve, di tornanti, di saliscendi con il traffico rallentato dai mezzi pesanti che si arrampicavano sulle stradine di montagna e i muli che facevano impazzire il nostro cane, che si metteva ad abbaiare furiosamente e le angurie, che mangiavamo ad ogni sagra che si incontrava, praticamente era una sola lunghissima sagra, inframmezzata da paesini di poche case e la dissenteria che prese un po' tutti , e ricordo quella terra illuminata di notte come un presepio, l'odore di rosmarino, le donne con la giarra sulla testa,.. un viaggio ai confini della realtà, che ci ha fatto conoscere il calore di terre lontane, dove le persone si facevano in quattro per aiutarci, dove gli alberghi a cui si approdava in piena notte, al mattino ci regalavano l'incanto di un risveglio a strapiombo sul mare che terrorizzava mia madre e il rosso dei fiori che si arrampicavano sui muri delle case costruite lungo la montagna e le amicizie che si facevano....alla fine, al traghetto per Messina, eravamo in tre macchine..una seicento, la nostra e due cinquecento...una famiglia di Padova con un neonato di sei mesi e una di Milano con due bambini e.... da perfetti sconosciuti diventammo amici e compagni di viaggio, rendendolo più rassicurante e gioioso e divertente...

Adesso un viaggio così.vale      per  cento crociere in terre lontane....il viaggio che ci aprì al mondo, che ci riempì di ricordi, ancora entusiasmanti e unici, al confronto dei viaggi degli ultimi tempi, lungo tutta l'autostrada che evita l'Italia, (incubo), quello mi appare ancora come un sogno, un bellissimo sogno ...e noi , tutti Indiana Jones .

perlanaturale

verso Siracusa, primi anni '60

 
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Post N° 34

Post n°34 pubblicato il 01 Luglio 2005 da MuseoDeiRicordi

 IL  TRENO

In fondo alla strada polverosa e bianca si intravede un lungo orlo verde di peschi. A perdita d’occhio, campi, campi e campi.

La ruota della bicicletta scivola veloce, supera aie assolate e deserte, seguita a tratti dall’abbaiare di cani legati alla catena. Il fosso a margine della strada è profondo e verde di erba, bisogna stare attenti a non finirci dentro. Al primo bivio la direzione è sempre la stessa, a destra, verso la città che si indovina lontana. Ancora una curva e finalmente si incrocia la ferrovia, il nastro di rotaie metalliche chiuso da due sbarre bianche e rosse.

Al di là non si può andare, il territorio conosciuto termina e comincia l’ignoto.

Si ferma appena in tempo per vedere le sbarre  che si abbassano, le luci rosse intermittenti, sta per arrivare il treno!

Appoggiata al cancello girevole una bimba di dieci anni guarda passare in velocità le carrozze del treno che riporta a casa la sua mamma. L’unico dolore con cui cominciavano sempre le mie vacanze.   

Merizeta21

Cesena, 1966

 
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Post N° 33

Post n°33 pubblicato il 29 Giugno 2005 da MuseoDeiRicordi

TEMPI MODERNI


La stanza era molto piccola .

 dietro la porta d'ingresso , c'era incastrato un lavabo , accanto al lavabo , un povero armadio.
Sulla sinistra entrando , un vecchio cassettone, un comodino, un letto a due piazze. Un altro piccolo letto: quello del figlio.
Tra l'armadio e i letti, un tavolo e quattro sedie. Sulla parete di fronte alla porta d'ingresso, una finestra si affacciava sui tetti.


Quella stanza era ricavata da un sottotetto, ed aveva i soffitti spioventi, così che per andare a letto, un adulto doveva piegarsi, se non voleva sbattere la testa.


Non c'era il gabinetto, però il capofamiglia, aveva costruito con le sue mani, un paravento, dietro il quale si esplicavano le funzioni corporali della famiglia.
I resti di suddette funzioni, venivano adeguatamente depositate in appositi contenitori, trovati rufolando nei vicoli dietro alle trattorie, tra i rifiuti.
I preferiti erano le grandi latte da tre chili, di pomori pelati o di tonno. 
Naturalmente, era buona norma aprire la finestra quando si usava il paravento.
Per quanto riguarda la carta igienica erano a disposizione le rese delle edicole vicine.
Il giornale preferito dall'utenza, era in quegli anni la Nazione.Aveva la carta più delicata.


All'inizio del boom.

alta maremma,1958


IlGrandeSonno
 
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Post n°32 pubblicato il 28 Giugno 2005 da MuseoDeiRicordi

T E R R E M O T O

Visto dagli occhi posti a poco più di un metro da terra , di una bambina di neanche tre anni , il terremoto è innanzitutto il palazzo di fronte che veniva verso le finestre del mio salotto poi tornava indietro , poi si riavvicinava.

Era il compleanno di papà e la casa era piena di amici e parenti riuniti per festeggiare. A un certo punto andò via la luce. Io non avevo paura del buio, e poi era un buio affollato di ombre familiari.
Percepivo l'agitazione degli altri , ma non mi toccava quasi ... risento la voce di mio padre , " mettetevi sotto gli architravi" , la mia domanda " papà,cos'è l'architrave ? " la sua risposta "è questo qui , sotto l'arco della porta"

Il terremoto per me è il pianto isterico della mia amichetta
Barbara , che mi infastidiva (ma che piange a fare ? , pensavo) , mia madre che mi chiamava agitatissima e io che le rispondevo "Sono qui, non ho paura". Invece lei sì , aveva paura.

Il terremoto è la fuga per le scale al lume di candela , ricordo il mio cappottino rosso e come guardavo affascinata il riflettersi tremulo delle candele sul muro , la tromba delle scale mi appariva qualcosa di sconosciuto, misterioso , avventuroso . Poi l'aria fresca della sera , tutti i condòmini che si affollavano intorno alle aiuole e alle panchine , il cane di Giuliano ,col quale giocavo . Poi , mi dicono , mi sono addormentata su una panchina.

A metà della notte mi hanno riportata a casa , nel mio letto , e del risveglio il giorno dopo non ho memoria.

Medusa_dgl

napoli 1980

 
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Post n°31 pubblicato il 27 Giugno 2005 da MuseoDeiRicordi

UN AFFARE DI DONNE

Il 30 di luglio il sole è caldo e le giornate lunghe, a nove anni si sanno inventare mille espedienti per restarsene fuori a giocare, anche se da sola, perché sorelle e fratello stavano in colonia in montagna . Mi sembrava soltanto strano che nessuno mi chiamasse per rientrare. Quando mi sembrò che fosse ora di cena, ritornai da sola in casa.

In bagno una zia stava risciacquando dei panni nella vasca, acqua rossa in cui galleggiavano lenzuola imbrattate di sangue. Non capivo cosa fosse successo, non capivo perchè fosse la zia a sbrigare quel lavoro in casa mia, non capivo perché non si vedesse mamma in giro.
‘E’ in camera ’ , mi dissero .

Qualche giorno prima era venuta una signora che non conoscevo, e quando se ne andò mamma ripose una scatola di cartone nel comodino in camera sua ‘Cos’è ?’ ‘Non è una bella cosa ' , mi rispose brusca, è un pacco ostetrico.’ Non conoscevo quella parola, ma non insistetti , perché ormai mamma si era allontanata, come a chiudere il discorso.

La porta della camera era aperta, altre donne erano già dentro, e si scostarono per lasciarmi passare. Mamma era nel letto, mi sorrise vedendomi entrare, sentivo le voci delle donne ma non capivo quello che dicevano, e qualcuno mi spinse vicino ad una culla che non c’era fino al giorno prima : un faccino tutto rosso e grinzoso, con gli occhi chiusi come se ancora non avesse capito come tenerli aperti e due manine chiuse a pugno che sbucavano dalle maniche troppo lunghe di un camicino : e seppi di avere un altro fratello.

Lilith_0404

Lombardia 1968

 
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In estate, la sera.

Post n°30 pubblicato il 25 Giugno 2005 da MuseoDeiRicordi

Giù nella strada deserta, si udivano alte le voci che, dalle finestre spalancate, si riversavano nella strada deserta.Erano voci vere, di bambini che piangevano, uomini che litigavano, donne stufe di sopportarli.
Era l'ora di cena.Dalle cucine gli odori dei soliti poveri pasti, di minestre unte, di soffritti pesanti, traboccavano nell'aria ferma e stantia.
Poi sciamavano fuori, dagli androni puzzolenti d'orina, con le sedie in mano, ed alla misera luce gialla di una sporca lampadina, si facevano in cerchio.
Gli uomini in canottiera bianca, pulita, in piedi si arrotolavano le sigarette e discutevano.
Le donne sedute, a fare la calza, con matasse di lana dai colori smorti, lana usata e riusata, colorata e annodata, un nuovo maglione per l'inverno.
I vecchi e le vecchie, dagli occhi cerulei ed acquosi, le bocche sdentate, silenziosi, da parte.
I bambini, si rincorrevano per la strada, vocianti e urlanti in cerca di nascondigli.
Le bambine, con le bambole di celluloide, imparavano i mestieri delle mamme.

La televisione, non c'era.

IlGrandeSonno.

alta maremma anni 50

 
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Post n°29 pubblicato il 24 Giugno 2005 da MuseoDeiRicordi

RICORDO D AUSTRIA

Era il 5 dicembre , mamma veniva a prendermi all’asilo , 50 cm di neve e le mie gambe corte che affannavano a seguire il suo passo ... erano solo le quattro ma era già buio, solo la neve bianca illuminava la sera ... non si sentiva altro che i nostri passi , quel tonfo delle nostre scarpe sulla neve ,quell eco nella strada ...
Finalmente eravamo a casa – solo una cucina e una camera e vi faceva freddo , freddissimo , il gelo che morde la carne , c’era solo una stufa a carbone – spenta … perché la casa era stata vuota -'' Tesoro aspettami , vado a prendere il carbone per accendere la stufa e poi passiamo una bella serata insieme” - disse mamma... poi sentìi la porta che si chiudeva ...

ero restata sola e mi batteva il cuore ….. cercavo di non muovermi , irrigidita dal freddo e dalla paura ... poi c’era uno strano rumore alla porta ... ricordavo che era una di quelle sere ‘magiche’, che era il 5 dicembre e restavo tutta immobile ... seduta in un angolo della cucina e avevo paura , tanta paura , con lo sguardo fisso, per far la buona ...


Infine la chiave che girava nella serratura , mamma tornata con il carbone accovacciata accendeva la stufa. E mi alzavo rincuorata ,più forte adesso, andai alla porta, fuori c’erano tre pezzi di carbone proprio davanti
- '' Mammaaaa , mammaaaaaa , c’era il Krampus ... dài, ho sempre cercato di essere brava , perché voleva venire lui a cercarmi quest’anno invece del Nikolo? '' -
Mamma mi prendeva tra le sue braccia , mi stringeva e sorrideva ma non diceva niente ……….

eccomiqui4

Vienna 1961

 
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I L    P A N E

Post n°28 pubblicato il 23 Giugno 2005 da MuseoDeiRicordi



il pane si faceva in casa ogni quindici giorni ... ad agosto , quando si andava in paese , per farmi contento m infilavano nel forno e accovacciato andavo mettendo il pane su una pala che le donne tiravan via ... la sera prima le panelle ovali , che duravan tre , quattro giorni , incise nel dorso panciuto , dalle fette dense e sode ... le pizze doppie , quadrate , col pomodoro e il pecorino che si mangiavano in giornata ... il mattino , dopo avervi passato anche la notte , i biscotti di grano che duravan tanto e si mangiavan dopo averli bagnati in acqua , e accostati cantavano cricchiando all orecchio ...


per il bimbo giorni attesi , pieni di emozione , affannato intorno alle due donne che facevano il pane ... l impasto voluminoso manipolato dalle lor braccia forti , il raschietto a forma di trapezio tronco con cui dopo si levavan dalla tavola le incrostazioni di pasta , il riporre le forme morbide del pane nella madia con le coperte di lana sopra , l accensione della legna , e la pulizia del forno dopo il fuoco con fasci di felci umide legate con il sàlice ...

occhiodivolpe

cilento , fine anni '50

 
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primo viaggio

Post n°27 pubblicato il 22 Giugno 2005 da MuseoDeiRicordi


L’aria estiva, una vecchia canzone rifatta… tornano alla mente atmosfere lontane , un tempo andato , muto ricordo di odori allora sgradevoli , oggi dolci come miele … Non volevo andare, non avrei voluto lasciare l’atmosfera estiva nota , rassicurante , uguale anno dopo anno.
Andammo.


Primo viaggio…
Mal d’auto e poi mal di mare , nausea continua e rimbrotti di papà , dispetti di mia sorella. Mamma era allegra come sempre ... splendeva. Era viva.
Scoprivo la via principale del paese , diritta e pulita , l’aria pregna dell’odore di porto , le vecchie case accese.
Il nostro balcone si affacciava su una viuzza che sapeva di mare , e la sera io e mia sorella guardavamo le stelle e cantavamo quella vecchia canzone. Poi mio padre ci portava a fare una passeggiata , e io continuavo a seguire le stelle , immaginavo storie che non vedevo l’ora di trascrivere.
Poca gente per le strade scesa la sera , poca gente ovunque.
Locali che chiudevano presto , i pochi giovani in un andirivieni senza meta... aspettando il sonno che tardava ad arrivare... e i primi sguardi per me , ancora troppo bambina. La fantasia che s’involava. Le storie nella mia mente che prendevano forma, personaggi acquisivano consistenza e mi sussurravano all’orecchio altre mille storie…


Il cielo era terso e nero.
L’indomani saremmo andati a guardare mio padre pescare , poi mia madre avrebbe cucinato.
L’aria era calda e asciutta, soffiava una leggera brezza di pace.

beatriceh

lampedusa,1989

 
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SOGNI  DI  SETA

Post n°26 pubblicato il 21 Giugno 2005 da MuseoDeiRicordi


 Anni fa avevo il sole nel cuore e sogni di seta colorata. Riccioli neri ed occhi verdi, grandi e svegli per bere a grosse sorsate il mondo. Le mie dita volavano sui tasti del pianoforte senza nemmeno accorgersi che c'era uno spartito da seguire. Rifiutavano le regole e danzavano seguendo il ritmo che in quel momento mi rallegrava il cuore. Ero la disperazione del mio maestro di musica...smettila di suonare ad orecchio, perdi l'impostazione delle mani. Infatti le mie mani non si muovevano come quelle di un pianista, ma piuttosto come piccoli elfi ballerini impazziti di note! Riflettevano il mio carattere, fantasioso, estroverso e sognatore.


 Il mio primo amore fu un ragazzino di sedici anni, imberbe ed impacciato, che, seduti accanto nel buio di un cinema, mi disse "vorrei stare con te". La sua mano era sudata e calda e ricordo che mi sentii soffocare da un frenetico batticuore, che m'imprigionò il respiro e le parole. E' questo l'amore? Mi chiesi. E' questa sensazione così strana? Sembra quasi paura, vergogna, ansia, imbarazzo. E' dunque così che ci sente quando si ama? La domanda mi tormentò per giorni e allontanò il sonno di molte notti, fino a quando l'emozione degli sguardi e la tenerezza delle prime carezze mi risposero all'unisono di si.

A volte quel viso delicato e quelle mani sudate riaffiorano alla superficie dei pensieri e mi accompagnano premurosi e attenti nei luoghi delle mie prime emozioni. Quando accade sorrido di me e penso , e le mie dita disobbedienti sul piano, mentre la mia mano va su a ravviare i capelli e torna giù, composta, a distrarre una lacrima.

sicilia orientale,1980-82 

Uforobot

 
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I PENNINI

Post n°25 pubblicato il 20 Giugno 2005 da MuseoDeiRicordi

... si scriveva con i pennini ... alle penne , aste di varie fogge , non tutte eleganti e sinuose , si incastravano i pennini , di molteplici forme secondo l uso che se ne dovesse fare ... il più comune era color rame e la punta sgorgava da una serie di curve e di rientranze , un violino più un mandolino , poi c erano quelli color acciaio ,con la punta tagliata dritta o sghemba , i cavallotti ... e le punte si spezzavano nel gioco di infigger le penne sui banchi o nella gara del bersaglio , con la caduta a piombo ...


s intingeva il pennino nell inchiostro e si passava ancora sul bordo , per non farlo riempir troppo nella pancia , e si scriveva ... ma non era facile lasciare la pagina pulita , senza macchie per delle lettere che s ingravidavano d inchiostro o per la manica che strofinava o per dei peluzzi maledetti che raccolti dalla punta sulla pagina sbaffavano irrevocabilmente le righe ... e c eran quelli che non gli succedeva mai ...


per asciugar l inchiostro sullo scritto , prima di girar la pagina o piegare il foglio , c era la carta assorbente ... bianca , leggermente doppia e porosa , a fogli o strisce , per i grandi inserita in un curvo strumento ondeggiante ... su di essa il bimbo sognava ... su di essa , dove tremavan relitti di righe e di parole , dal pennino lasciava cadere le gocce d inchiostro che si spandevano lentamente , e col pennino le ampliava e traeva il flusso in forme tonde e curvilinee , in geometrie di aloni , ... magie che poi ritrovò in klee e in mirò ...

occhiodivolpe
napoli , fine anni '50


 
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LA PRIMA TRASGRESSIONE

Post n°24 pubblicato il 18 Giugno 2005 da MuseoDeiRicordi
Foto di MuseoDeiRicordi

Avevo tredici mesi quando mio padre, allora militare di carriera, fu trasferito a Vicenza. Portò con sè mia madre e me. Qui nacquero le mie due sorelle e vi abbiamo abitato per quindici anni.

Era il tempo delle lucciole e noi ragazzini di nove, dieci anni, subito dopo cena, ossia verso le otto, che allora si pranzava presto, ci riversavamo nella strada.
Io abitavo nell'unico palazzo di una via poco trafficata; poi vi erano un certo numero di casette basse col giardino e un orticello.
Non vi erano recinzioni, solo qualche rete bucherellata e qualche cespuglio e noi bambini, ne approfittavamo per nasconderci all'interno di questi giardini, quando si giocava a nascondino.

All'imbrunire, quando la luce comincia ad essere poca e in attesa di venire scoperti da "chi stava sotto", stavamo nascosti tra le piantine di pomidoro e di zucchine.
Guardavo estasiata i compagni che staccavano i frutti maturi e succosi dalla piantina e senza neanche pulirli, addentavano i frutti carnosi...vedevo il liquido rosso colare dalla loro bocca e sentivo dentro una gran voglia di imitarli.
Sapevo che non si poteva fare, che significava rubare e così impiegai del tempo per vincere le mie resistenze, ma finalmente una sera, accanto all'amichetto del cuore, che mi spronava ad assaggiare, cedetti....

Ricordo il sapore schizzarmi diretto nella bocca e la gola riempirsi di semini e di liquido asprigno..ricordo il piacere che ne provai e la soddisfazione di sentirmi uguale agli altri.. finalmente capace di disubbidire alle regole e l'eccitazione che tale cosa mi provocava...ero come un'altra bambina...cresciuta di botto....

Ricordo anche le urla della padrona del giardino a cui avevamo fatto incetta e tra le piantine si vedevano i buchi dei pomidoro mancanti...e la sera a letto, rimasi a lungo sveglia, eccitata per la conquista e stupita per la facilità con cui era avvenuta la cosa.

Perla
Vicenza, 1957

 
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L'IMPASTO

Post n°23 pubblicato il 17 Giugno 2005 da MuseoDeiRicordi
Foto di MuseoDeiRicordi


Mi piaceva stare nei cantieri edili del nonno e mi piaceva osservare come papà, gli zii e gli altri muratori facevano nascere dal nulla le case…mattone dopo mattone…

Una delle cose che più m’incantava era quando impastavano a mano il cemento. Mi pareva di vedere le donne di casa mia impastare la sfoglia…una parte di cemento e una parte di calce messa su una superficie abbastanza liscia; creavano un piccolo monticello, praticavano poi un buco nel mezzo che allargavano colbadile.

Qui iniziava l’arte : vi versavano acqua al centro staccando la polvere dall’interno del cratere fino a che l’impasto si addensava…
La danza cambiava ritmo, come per la sfoglia anche l’impasto andava rimestato: il badile raccoglieva l’esterno del cemento e lo portava all’interno in ungirotondo che accerchiava e portava al centro…il più bravo ai miei occhi era mio padre…faceva strisciare il badile sull’impiantito si aiutava col ginocchio a sollevarlo…lo metteva al centro , col taglio dell’arnese divideva l’impasto per poi riprendere, da dove aveva interrotto, il perimetro dell’impasto andando a chiuderne il cerchio.

Espressione sorridente…muscoli forti impegnati nei gesti…gocce di sudore che cadevano a condimento della particolare sfoglia…

Wings.of.fire

Bassa modenese primi anni 60

 
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IL NONNO

Post n°22 pubblicato il 16 Giugno 2005 da MuseoDeiRicordi


Avevo circa 5 anni quando sono entrata per la prima volta in modo consapevole nella casa di mio nonno ; prima i miei parenti erano state figure indistinte , nomi e volti confusi...

Mia madre era ritornata per ritirare il suo diploma di laurea. Era estate e mi piaceva il sole intenso di quel paesino così diverso dal sole della montagna a cui ero abituata. Mi piaceva il mare, i fichi d'india ed il profumo dell'origano...mi piaceva quella casa coi soffitti affrescati che guardavo per ore , ma soprattutto mi piaceva quella grande terrazza che ci si poteva andare in bicicletta.

Con mia cugina non andavo d'accordo.C'erano due biciclettine a casa e nessuna di noi due ci sapeva andare. Litigavamo spesso per l'unica bicicletta con le rotelle. Mia cugina ci tornava ogni anno in Sicilia ed era perfettamente a suo agio; io in quella casa ci entravo forse per la seconda o terza volta, ero spaesata e fragile ed erano rare le volte in cui riuscivo a farmi un giro in bici. Soffrivo della sua prepotenza e della mia incapacità di impormi ...

Un giorno mio nonno , uomo dignitoso e tutto d'un pezzo, di quelli di una volta, autorevole e solitario, sempre lontano dal terrazzo e dalle bimbe ... ritornò a casa con qualcosa in mano. Da lontano non riuscivo a capire di cosa si trattasse, ma quando si è avvicinato ho riconosciuto un paio di rotelle per la bici.

Credo sia stato il più bel regalo della mia vita! Mai ci fu un altro regalo, sia pure di valore anche molto superiore, ad avere avuto su di me lo stesso effetto.
Ancora oggi quando ci ripenso mi tornano le lacrime agli occhi.


VegaLyrae
provincia di Messina, estate 1971

 
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   i mughetti

Post n°21 pubblicato il 15 Giugno 2005 da MuseoDeiRicordi
Foto di MuseoDeiRicordi

e... ho notato che nei boschi e lungo la strada ci sono  i mughetti...ah...che bei ricordi legati ai mughetti...

innanzitutto la mia nonnina...alla quale sono sempre stata legata profondamente perchè mia mamma lavorava e quindi son cresciuta con nonna...e poi essendo la prima nipote, del primo figlio...ecco con me mia nonna ha sempre avuto un legame speciale...e proprio a lei piacevano i mughetti...

 si chiamava Rosa...e mai nome fu piu' azzeccato....ricordo come curava il suo giardino in cui in uno spazio piuttosto ampio e delimitato da delle pietre aveva messo i mughetti....gia', son sempre stati i suoi fiori preferiti...e quanto amore metteva nel suo giardino...sembrava un angolo di paradiso...finche' mia nonna riusciva a curarlo, poi con mio zio al quale i fiori non son mai piaciuti... quel giardino divenne spoglio, vuoto senza colori...mi apriva una ferita immensa dentro il cuore... e lo apriva anche a mia nonna che mi guardava e diceva..." eh...il mio giardino...non esiste piu.." e le veniva spontaneo continuare a togliere le erbacce, anche quando il giardino non era che un lontano ricordo... là dove erano stati i suoi mughetti ...non c'erano piu' neanche le pietre...

ricordo quando me li raccoglieva la mattina presto prima che io mi svegliassi per andare a scuola e mi faceva il mazzo da regalare alla maestra..ed io orgogliosissima arrivavo a scuola con il mio fiocco rosa, grandissimo...e davo i fiori alla maestra...ed il profumo rimaneva nella classe per tutta la mattinata.

Lux72

torrita di siena,primi anni 70


 
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STRADE  DI  PIETRA

Post n°20 pubblicato il 14 Giugno 2005 da MuseoDeiRicordi

Il paese è sdraiato in una valle solcata da un fiume, che ha eroso le rocce laviche in statue dalle pose strane e grottesche. Si arrampica sulle colline, che scendono nodose come dita di una mano e s’insinuano fra le case più antiche e dimesse. Rimane intorpidito ed assonnato negli inverni umidi e si gonfia di profumi e colori ad ogni primavera.
 Quando l’aria si riempiva del profumo di zagara fino a bruciare il naso e le serate diventavano tiepide e lunghe, i ragazzi si riunivano sulle panchine sotto casa, a graffiare chitarre ed intonare canzoni.
Tutto attendeva l’estate. Cose e persone si nutrivano di quella tensione che si gonfia di odori e colori e che respira sempre più forte, fino ad esplodere nell’urlo gioioso del primo giorno d’estate.


 Il campanaro si chiamava Francesco. Francesco lo scemo, così lo chiamavano tutti, era un poveruomo solo al mondo che abitava in una casa umida e vecchissima, nella parte più antica del paese, arroccata sul pendio della collina. E andava su e giù per le stradine, con una busta di plastica appesa al braccio, piena di non so che, regalando generosamente saluti e baci a tutti i passanti. Ogni tanto arrivava con un occhio pesto o un cerotto sul mento…che hai fatto Francesco? Sei caduto?… Lui rideva, sgranando la bocca sdentata e sporgendo il mento in avanti, e senza fermarsi brontolava ...
  Francesco correva se era in ritardo per la scampanata di mezzogiorno. Via di fretta, a rotta di collo, per le strade di pietra, verso la chiesa, inciampando fra bestemmie e risate insulse. Saliva sul campanile e , arrivato in cima , s’appendeva alle corde lasciandosi dondolare…la sua musica inebriava il paese e diceva cose che la bocca non sapeva dire. Din don, era la festa che aveva nel cuore. Poi tornava verso casa e si arrampicava per lo stretto sentiero in salita.

... e incrociava i contadini coi loro muli che scivolavano scomposti e spaventati sulla pietra levigata dal tempo. Scendevano, loro, verso il centro del paese , la piazza principale, su cui s’affacciavano le botteghe degli artigiani e i negozi più frequentati. I contadini, a passo lento , cadenzato dal rumore degli zoccoli delle bestie , arrivavano alla piazza e si avviavano verso il fiume. E quando il semaforo era rosso  davano un colpo al mulo perché si fermasse.

 Uforobot
 Sicilia orientale, fine anni '70

 
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I MUTILATI

Post n°19 pubblicato il 13 Giugno 2005 da MuseoDeiRicordi



ora non ci sono più ... anche la parola è scomparsa , allora essa sembrava estranea al lessico domestico che andavo apprendendo , ed appariva per le strade ... i mutilati ...

... una camicia che cadeva penzoloni , o il bordo che non celava il moncherino con brandelli di carne cicatrizzati e rappresi in masse informi ... uomini senza le gambe , troncate sopra al ginocchio o all inguine e appoggiati su dei carrellini arrangiati e con i cuscinetti a sfera , con le spalle al muro , tenuti lì a perdere tempo , o a chiedere l elemosina , o spinti per la strada da una donna ... e quelli con una gamba sola , e le stampelle con l andatura ondeggiante , a scatti , arrancante ...

al bimbo apparivano come figure mitologiche , legittimate da una parola magica che non aveva senso se non per quello di quelle immagini ...

... e il padre gli insegnò a rispettarli ... ad alzarsi in piedi , ad accettare la loro carezza , e imparò il sgnificato di un altra parola : '' guerra '' ... giacevano sui marciapiedi , addossati ai muri , si spingevano remando con le mani sul selciato , arrancavano sulle stampelle ... cicatrici dell italia sconfitta ...


 occchiodivolpe
 
napoli ,fine anni '50

 
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solo  spettatrice ...

Post n°18 pubblicato il 13 Giugno 2005 da MuseoDeiRicordi

        ...   ero la più piccola tra loro, in realtà solo due anni di meno, però, loro, erano considerate "signorinette". Io, ancora una bambina, quindi, al gioco del salto alla corda, io stavo in disparte a guardare.

A guardare occhi felici e a sorridere di riflesso. Guardare loro che si davano un nome di frutto ed entravano nel gioco della corda che altre due tenevano, una un capo, una l'altro e facevano girare. Bisognava essere brave e, per entrare, cogliere quell'attimo in cui la corda formava un arco nell'aria per poter con uno scatto mettersi alcentro e incominciare, saltando, a chiamare quei frutti....Come una cantilena seguendo il ritmo della corda che girava e facendo un saltello quando questa arrivava vicino ai piedi.......arancio...limone....mandarino.....pera.....mela.....E si ripartiva da capo, mentre la corda girava sempre più veloce e bisognava saltare sempre più in fretta.....Se si sbagliava, doveva entrare il frutto che si era nominato al momento dello sbaglio......Arancio.....limone...mandarino...pera.....mela...

"Dai, mi fate giocare anche a me!?"...."No, sei ancora piccola"
Guardare, non rimaneva altro....Spettatrice dei giochi altrui, di occhi che brillavano di innocente e crudele bellezza....Giocare di riflesso.Dentro.....Eppure un nome di frutto sulla punta della lingua per me l'ho sempre avuto....arancio....limone...mandarino...pera...mela....ciliegia.

Skyblus
Cagliaritano , metà anni  '60

 
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UN FUNERALE ROSSO

Post n°17 pubblicato il 11 Giugno 2005 da MuseoDeiRicordi
Foto di MuseoDeiRicordi

zio Toni , '' al sgnor Toni '', era uno zio speciale .…nessuno che fiatasse quando parlava .

Quando morì lo fece alla sua maniera , come tutto , nel corso della sua vita .
Militante e attivista , idealista ad oltranza ... ed era stato segretario di partito…

Fu portato a mano lungo il viale del tramonto (così viene chiamato il viale costeggiato da alti tigli che porta alla “casa del popolo” , il cimitero del paese), non ci fermammo in chiesa.…io bambina fui incantata da quella cosa strana...un funerale alieno direi…mai visto…

Davanti alla bara invece delle donne che recitavano il rosario una fila di uomini vestiti a festa , a passo lento come una marcia e una sfilata… giacca, gilet da cui spuntava la catena della “cipolla”, fascia a lutto sul braccio e ognuno di loro portava la bandiera rossa listata di nero.
Invece del sacrestano con la croce c’era una banda che alternava momenti di silenzio all’inno dei comunisti…quando le note si alzavano gli uomini nel corteo funebre intonavano i canti e tenevano alto il braccio verso la bara col pugno chiuso ...era il cordoglio dei compagni , l'onore dei combattenti ...
Molta gente non partecipò al corteo ma faceva ala ai lati della strada….si segnavano con la croce al passaggio del feretro…alla fine del rito funebre lo portarono via per essere cremato… un funerale rosso , lutto e fierezza ...

wings.of.fire
fine anni '60
la bassa modenese

 
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Post n°16 pubblicato il 10 Giugno 2005 da MuseoDeiRicordi
Foto di MuseoDeiRicordi

 

UN  GIORNO  DEL  '78

Stamattina, aprendo le tapparelle della cucina al nuovo giorno ho notato, sul muro della scuola di fronte, un liceo di Reggio Calabria, una scritta che non avevo mai notato prima: avevano disegnato con lo spray rosso una stella a cinque punte e sotto scritto BR 78.

Quella scritta ha riacceso nella mia mente, come un flash improvviso, immagini in bianco e nero che avevo ormai rimosso:l’immagine di un uomo con lo sguardo perso in un misto di rassegnazione e paura, con in mano il quotidiano La Repubblica e alle sue spalle una grande stella a cinque punte con la scritta Brigate Rosse, quell’uomo era un certo Aldo Moro.

Era il 1978, avevo otto anni, ero un bambino in mezzo ad uno sciame di bambini che correvano dietro ad un pallone, in un pomeriggio di primavera, in un campetto di calcio ricavato da un immondezzaio.Sono immagini confuse come in una nebbia che lentamente si dirada
Ricordi di telegiornali tristi fatti di cronaca e di sparatorie e chiedevo a mia madre come mai tutti quelli che sparano hanno il “mal di denti” e ricordo ancora la sua risata fragorosa nello spiegarmi che non avevano il mal di denti ma erano “malviventi”, cioè persone che vivevano male
La sera però mi addormentavo chiedendomi come mai esistevano persone che avevano deciso di vivere male ma, non avevo paura, perché dormivamo in tre in una stanza, io e i miei fratelli
Allora sognavo di volare, come un eroe dei fumetti, tra le stelle luminose e splendenti, diverse da quella stella rossa a cinque punte che rivedevo poi durante il giorno sui muri delle scuole così come mi è apparsa oggi.

Ed io mi chiedo se quei ragazzini che l’hanno disegnata sanno che universo di ricordi e paure vi è racchiuso in quella stella…

 mrkrip

Reggio Calabria 1978

 
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