La finestra di Ciro

Maniaci per amore


È proprio di ieri la notizia che una statua di bronzo dello scultore svizzero Alberto Giacometti è stata venduta a Londra, all'asta da Sotheby's, per 65 milioni di sterline (circa 74,4 milioni di euro), il prezzo più alto mai pagato al mondo per un'opera d'arte.
      Il collezionismo d'arte, di cui oggi si parla molto, è in realtà un fenomeno sociale e culturale tutt'altro che nuovo: secondo Erodoto già il babilonesi, cinque secoli prima di Cristo, organizzavano con successo vendite pubbliche di opere d'arte. E ancora nel 150 a.C. si proponevano al miglior offerente bottini di guerra costituiti anche da oggetti d'arte, vere aste ante litteram. Nel corso del tempo il collezionismo ha assunto, però, connotazioni diverse: dal mecenatismo alla capitalizzazione il passo non è stato breve. Per molti secoli il fenomeno ha riguardato esclusivamente i nobili, e proprio grazie a qualche spirito illuminato di sangue blu, che gli artisti hanno avuto di che vivere. Poi, a partire dal XVI secolo, anche la nuova borghesia imprenditoriale si è affacciata al mondo dell'arte.      L'opera non ha rappresentato più solo qualcosa di bello e di sublime, è diventata una forma, seppure nobile, di investimento. L'evoluzione si è manifestata prima, e non a caso, in una area geografica ben precisa, i Paesi Bassi, dove più ricca era in quel periodo la borghesia e più forte l'etica calvinista, secondo la quale il successo è segno di attenzione divina nei confronti dell'uomo. In quel contesto sociale, la ricchezza, rappresentata anche dal possesso di opere d'arte, è dunque vissuta e ostentata senza imbarazzo, anzi con orgoglio, contrariamente a quanto avvenne in ambito cattolico. Gli artisti, dal canto loro, hanno assecondato le richieste dei nuovi compratori offrendo un “prodotto” nuovo: è cambiato il soggetto dell'opera, non più solo sacro, tendenza favorita dal calvinismo che vedeva con sospetto le rappresentazioni dei santi; è cambiata la dimensione del quadro, cosa questa tutt'altro che banale, dal momento che la tela di più piccolo formato è più facilmente trasportabile e più facilmente scambiabile, tutte qualità molto gradite ai nuovi borghesi.      Nel corso del '800 l'affermazione definitiva della borghesia in Europa ha determinato un ulteriore dilatazione del fenomeno. Ma è solo nel secolo scorso, complice una maggior diffusione di benessere e cultura, che il collezionismo è diventato, non un solo fenomeno di massa, ma un vero e proprio oggetto di culto. Ma aldilà di questa adorazione dell'arte come un nuovo Dio, perché si continua a collezionarla ? Forse l'opera d'arte soddisfa l'esigenza di arredare la casa, anche se lo stesso risultato potrebbe essere raggiunto con una copia o una bella tappezzeria. Forse si mira all'investimento, dato l'alto valore economico spesso conseguito dalle opere d'arte. Ma allora c'è da chiedersi: perché quadri e non BOT ? Considerato che quest'ultimi possono essere custoditi con più sicurezza.      Forse il problema è quello di far percepire agli altri la propria appartenenza a una certa élite sociale e culturale, dove l'oggetto sta quasi a rappresentare il carattere originale e irripetibile del possessore. E inoltre il possesso di un oggetto importante esprime come poche altre cose al mondo, gusto e raffinatezza. Ma si può ottenere il medesimo effetto con altri oggetti altrettanto lussuosi, raffinati, e tuttavia di sicuro più vistosi. Forse il possesso dell'opera d'arte rappresenta un mezzo per acquisire autostima, aiutando a superare quel complesso di inferiorità culturale che affligge talvolta i molto abbienti ma privi magari di grande istruzione e cultura. Anche per raggiungere questo scopo ci sarebbero mezzi meno costosi e più plateali, e del resto è frequente che il collezionista sia gelosissimo dei suoi pezzi e spesso no ami mostrarli.      Forse, essendoci affrancati dai bisogni primari, aspiriamo semplicemente soddisfare le esigenze dello spirito. Se così fosse, basterebbe contemplare le opere d'arte esposte nei musei; il godimento estetico non può essere legato alla proprietà, mentre ciò che motiva il collezionista è proprio questo desiderio. Si potrebbe asserire che spesso i collezionisti sono spinti, nella loro passione, da un tale fanatismo da far dire di loro che non solo sono possessori, ma anche posseduti. Forse si sentono investiti dal compito di di custodire piccole e grandi meraviglie per i posteri, affinché ne possano godere in futuro, missione certamente nobile. Credo che nessuna di queste ipotesi esaudisca da sola la questione e che ciascuna contenga un frammento di verità. Certamente, il collezionismo è pure, in qualche modo, una forma d'amore. E l'amore per le cose, così come per le persone, implica necessariamente il bisogno del possesso e anche dell'esclusività.