Chissà cosa sarà passato per la testa al primo ominide che alzò la testa e si mise ad osservare il cielo ? Un cielo pieno di stelle, abbagliante in una notte senza luna, quando il fuoco non era ancora stato inventato. Per millenni gli astri hanno accompagnato gli eventi della storia, perle incastonate in un cielo misterioso e immutabile, ogni tanto teatro di di segni interpretati come messaggi di realtà superiori. Uno scenario grandioso, capace di trasmettere meraviglia e stupore. Sentimenti profondi, intimamente connessi con un senso di timore verso la natura, grandiosa creatrice e potente distruttrice. Un tipo di percezione di cui è rimasta traccia nei modi in cui le varie civiltà antiche hanno sviluppato la propria visione del cosmo e delle sue origini. Non a caso il cielo è stato a lungo l'ambiente per eccellenza messo in relazione a entità superiori, al soprannaturale, al mondo delle divinità e in generale all'ambito religioso. Coloro che osservavano il cielo e ne interpretavano i segni avevano uno status speciale all'interno delle società antiche, come quello del sacerdote, mago o astrologo. Strutture come il sito archeologico di Stonehenge o le piramidi egizie, la cui progettazione risentiva delle degli influssi dello studio dei corpi celesti e dei loro allineamenti, avevano senza dubbio funzioni e significati religiosi. Le cosmogonie o narrazioni della creazione sono basate su concetti e idee inestricabilmente legati alla filosofia, alla religione e alla scienza del tempo. Luogo di sintesi, ma anche di confronto, spesso di scontro di idee, lo studio del cosmo è stato nelle civiltà del passato strettamente legato ai progressi del pensiero scientifico, in particolare della geometria e della matematica. È noto quanto è stato importante l'influenza del pensiero greco per lo sviluppo della astronomia occidentale. Poi, con lo sviluppo di metodi matematici sempre più raffinati , associati a pratiche osservative condotte in modo sistematico per lunghi periodi, si arrivò nel 150 d.C. con Tolomeo e la su Megale Syntaxis, “Grande Sintesi”, a formulare la descrizione classica del sistema, cioè quella geocentrica. Questo testo ha influenzato, per non dire paralizzato, il pensiero occidentale per i successivi mille anni. Per uscire da questa situazione ci volle, a partire da Copernico, uno strappo a quel monopolio di concezione metafisiche che vincolavano il cielo al modello tolemaico. Fu Galileo, con il suo cannocchiale che permetteva di ingrandire 20 volte gli oggetti, il primo a vedere ciò che per migliaia di anni gli uomini, pur guardando, non erano riusciti a vedere. Ai suoi occhi apparvero le montagne della Luna, le stelle della Via Lattea, i satelliti di Giove; la sua mente formulò nuove ipotesi sulla struttura del cosmo, ipotesi che rivoluzionarono il modo di pensare l'universo. Dopo Galileo, arrivò Newton con le sue leggi universali e così la fisica si impose sulla scena della astronomia, scena che non avrebbe più lasciato nei secoli a seguire, fino a diventare la scienza regina nello studio del cosmo. Grazie al lavoro di Galileo e Newton, gli astronomi iniziarono a porsi sempre più domande sulle cause fisiche dei fenomeni celesti e non solo a registrare le manifestazioni. Gli astri sono irraggiungibili ma ci mandano un grande quantità di messaggi sotto forma di radiazione, messaggi che ci permettono di capire come sono fatti i corpi celesti, come si sviluppano, quale sia il loro ruolo nell'universo. Gran parte di questa radiazione è luce, una piccola parte è materia. Della parte luminosa solo una piccola frazione è visibile ai nostri occhi. Dopo Galileo, ancora per ben tre secoli, l'astronomia ha potuto progredire studiando solo questa piccolissima parte dei messaggi provenienti dagli astri; i cannocchiali son divenuti con il tempo sempre più complessi, fino ai moderni e potentissimi telescopi, ma occorre arrivare verso la fine del secolo appena concluso per assistere al trionfo dell'innovazione strumentale con la conseguente crescita esponenziale delle nostre conoscenze sulla struttura dell'universo e della sua evoluzione. E ciò avvenne negli anni sessanta, quando si iniziò a osservare il cielo dallo spazio, coi primi satelliti artificiali dedicati all'astronomia, i quali ci permisero di allargare quelle “due finestre”, la finestra ottica e quella radio, che sono le uniche due regioni dello spettro elettromagnetico a cui è trasparente la nostra atmosfera, e a attraverso le quali ci si era fino allora potuti “affacciare” per osservare l'universo. Il primo satellite per l'osservazione del cielo ai raggi X fu lanciato dalla NASA nel '70, poi seguirono quelli per l'osservazione dell'ultravioletto e infine, nel '90, arrivò l'Hubble Space Telescope, il resto appartiene al prossimo futuro. Bene, ora mettetevi comodi alla finestra e gustatevi queste immagini spettacolari dell'infinito, riprese proprio dall'Hubble Space Telescope.
Le parole dell'Universo
Chissà cosa sarà passato per la testa al primo ominide che alzò la testa e si mise ad osservare il cielo ? Un cielo pieno di stelle, abbagliante in una notte senza luna, quando il fuoco non era ancora stato inventato. Per millenni gli astri hanno accompagnato gli eventi della storia, perle incastonate in un cielo misterioso e immutabile, ogni tanto teatro di di segni interpretati come messaggi di realtà superiori. Uno scenario grandioso, capace di trasmettere meraviglia e stupore. Sentimenti profondi, intimamente connessi con un senso di timore verso la natura, grandiosa creatrice e potente distruttrice. Un tipo di percezione di cui è rimasta traccia nei modi in cui le varie civiltà antiche hanno sviluppato la propria visione del cosmo e delle sue origini. Non a caso il cielo è stato a lungo l'ambiente per eccellenza messo in relazione a entità superiori, al soprannaturale, al mondo delle divinità e in generale all'ambito religioso. Coloro che osservavano il cielo e ne interpretavano i segni avevano uno status speciale all'interno delle società antiche, come quello del sacerdote, mago o astrologo. Strutture come il sito archeologico di Stonehenge o le piramidi egizie, la cui progettazione risentiva delle degli influssi dello studio dei corpi celesti e dei loro allineamenti, avevano senza dubbio funzioni e significati religiosi. Le cosmogonie o narrazioni della creazione sono basate su concetti e idee inestricabilmente legati alla filosofia, alla religione e alla scienza del tempo. Luogo di sintesi, ma anche di confronto, spesso di scontro di idee, lo studio del cosmo è stato nelle civiltà del passato strettamente legato ai progressi del pensiero scientifico, in particolare della geometria e della matematica. È noto quanto è stato importante l'influenza del pensiero greco per lo sviluppo della astronomia occidentale. Poi, con lo sviluppo di metodi matematici sempre più raffinati , associati a pratiche osservative condotte in modo sistematico per lunghi periodi, si arrivò nel 150 d.C. con Tolomeo e la su Megale Syntaxis, “Grande Sintesi”, a formulare la descrizione classica del sistema, cioè quella geocentrica. Questo testo ha influenzato, per non dire paralizzato, il pensiero occidentale per i successivi mille anni. Per uscire da questa situazione ci volle, a partire da Copernico, uno strappo a quel monopolio di concezione metafisiche che vincolavano il cielo al modello tolemaico. Fu Galileo, con il suo cannocchiale che permetteva di ingrandire 20 volte gli oggetti, il primo a vedere ciò che per migliaia di anni gli uomini, pur guardando, non erano riusciti a vedere. Ai suoi occhi apparvero le montagne della Luna, le stelle della Via Lattea, i satelliti di Giove; la sua mente formulò nuove ipotesi sulla struttura del cosmo, ipotesi che rivoluzionarono il modo di pensare l'universo. Dopo Galileo, arrivò Newton con le sue leggi universali e così la fisica si impose sulla scena della astronomia, scena che non avrebbe più lasciato nei secoli a seguire, fino a diventare la scienza regina nello studio del cosmo. Grazie al lavoro di Galileo e Newton, gli astronomi iniziarono a porsi sempre più domande sulle cause fisiche dei fenomeni celesti e non solo a registrare le manifestazioni. Gli astri sono irraggiungibili ma ci mandano un grande quantità di messaggi sotto forma di radiazione, messaggi che ci permettono di capire come sono fatti i corpi celesti, come si sviluppano, quale sia il loro ruolo nell'universo. Gran parte di questa radiazione è luce, una piccola parte è materia. Della parte luminosa solo una piccola frazione è visibile ai nostri occhi. Dopo Galileo, ancora per ben tre secoli, l'astronomia ha potuto progredire studiando solo questa piccolissima parte dei messaggi provenienti dagli astri; i cannocchiali son divenuti con il tempo sempre più complessi, fino ai moderni e potentissimi telescopi, ma occorre arrivare verso la fine del secolo appena concluso per assistere al trionfo dell'innovazione strumentale con la conseguente crescita esponenziale delle nostre conoscenze sulla struttura dell'universo e della sua evoluzione. E ciò avvenne negli anni sessanta, quando si iniziò a osservare il cielo dallo spazio, coi primi satelliti artificiali dedicati all'astronomia, i quali ci permisero di allargare quelle “due finestre”, la finestra ottica e quella radio, che sono le uniche due regioni dello spettro elettromagnetico a cui è trasparente la nostra atmosfera, e a attraverso le quali ci si era fino allora potuti “affacciare” per osservare l'universo. Il primo satellite per l'osservazione del cielo ai raggi X fu lanciato dalla NASA nel '70, poi seguirono quelli per l'osservazione dell'ultravioletto e infine, nel '90, arrivò l'Hubble Space Telescope, il resto appartiene al prossimo futuro. Bene, ora mettetevi comodi alla finestra e gustatevi queste immagini spettacolari dell'infinito, riprese proprio dall'Hubble Space Telescope.