La finestra di Ciro

A Roma in quei giorni


Era il 17 settembre del 1870, quando sul sagrato della basilica di San Pietro fu rinvenuta vicino ad un ombrello un perversa e profetica “pasquinata”. << Santo Padre benedetto / ci sarebbe un poveretto / che vorrebbe darvi un dono / questo ombrello. È poco buono, / ma non ho nulla di meglio. / Mi direte: “A che mi vale ?” / Tuona il nembo, Santo Veglio, / e se cade il temporale ? >>.    Neanche a dirlo e due giorni dopo la Roma papalina viene totalmente circondata e la mattina del 20 si apre il fuoco con pezzi di artiglieria sul tratto di mura fra Porta Pia e Porta Salaria. Alle 10 del mattino si apre un breccia, attraverso la quale i bersaglieri italiani entrano in città e giungono subito a ridosso della città Leonina. Alle 14 i generali Cadorna e Kanzler firmano a Villa Albani la capitolazione della città; il giorno dopo Cadorna, su richiesta del Papa, occupa anche la città Leonina, tranne il Vaticano. È la fine della Roma di Pio XI e del potere "temporale" dei Papi.      Così Roma inizia la sua storia “italiana” all'insegna dell'euforia. Il cambiamento del suo stato da capoluogo pontificio a capitale d'Italia, diffonde in tutta la popolazione una frenesia per il nuovo che si manifesta prima di tutto nell'atto fondamentale che va compiuto; quello dell'assenso dei romani a entrare a far parte dell'Italia. Che, secondo legge, è regolato da un plebiscito. A organizzarlo è la giunta di governo nominata dal generale Raffaello Cadorna il 23 settembre; la presiede il duca di Sermoneta, Michelangelo Caetani. Se ne discusse la formula; il governo avrebbe voluto che fosse espressa una riserva sull'indipendenza spirituale del Papa, ma la Giunta ritenne opportuno attenersi al sistema già adottato per le altre annessioni. Piuttosto furono esclusi gli abitanti di Borgo, quartiere a ridosso del Vaticano, perché si pensava che quella zona rientrasse nella giurisdizione di quest'ultimo, dove Pio XI si era rinchiuso considerandosi “prigioniero” dello Stato italiano. Il plebiscito si tenne il 2 ottobre.     Avevano diritto al voto a Roma 45.000 cittadini, escluse le donne e i bambini, e nel resto del Lazio 127.000; poco meno di 5000 si astennero dalle urne romane, e poco più di 32.000 nel resto del Lazio. Il risultato diede a Roma 40785 voti al "sì" e solo 46 al "no"; mentre nel resto del Lazio si ebbero 92.809 “sì” e 1464 “no”. Però gli abitanti della Città Leonina esclusi dal voto vollero egualmente esprimere il loro parere ed eressero un urna in piazza Pia; fu un assenso totale, con 1566 “sì” e nessun contrario. Un vero trionfio, tanto che ogni 2 ottobre per molti anni venne celebrata sulla piazza del Campidoglio la << Festa del plebiscito >>, e una strada ancora oggi ricorda l'evento, tra piazza Venezia e piazza del Gesù.     Da parte sua Pio XI il primo novembre del 1870 emanava l'enciclica Respicientes, nella quale dichiarava l'occupazione dei domini della Santa Sede << ingiusta, violenta, nulla e invalida >>, affermando di versare in tale cattività di non poter esercitare liberamente e sicuramente la suprema autorità pastorale. Dichiarava pertanto che erano incorsi nella “più grave scomunica” tutti quelli che insigniti di qualsivoglia dignità, anche degna di specialissima menzione, avevano perpetrato l'usurpazione dello Stato Pontificio e della città di Roma. Era dunque impossibile qualsiasi dialogo tra la Santa Sede e, non solo il Governo italiano, ma anche quelle persone impegnate a livello romano nell'amministrazione della Città.     Come a dire: Pio XI vedeva ancora pioggia a catinelle da tutte le parti e nessuno riusciva a fargli capire che il “temporale” era ormai bello che finito. Eppure il popolano di Roma era da tempo che glielo ricordava con tutta una serie di detti e proverbi marcatamente anticlericali, a stigmatizzare l’opinione che, a ragione, si era costruita nei confronti delle istituzioni e soprattutto del clero. Detti e proverbi nei quali si riscontravano tutti i limiti della condizione umana, in un vasto campionario di peccati e bassezze varie che non si potevano denunciare apertamente ma che risultano più che evidenti in tutta una serie di locuzioni che esprimevano, inequivocabilmente e con il solito linguaggio arguto e dissacrante, la considerazione che i romani avevano del potere cui erano sottomessi: “A Roma Iddio nun è trino ma quatrino” , “Chi a Roma vo’ gode’, s’ha da fa frate”, “Indove ce so’ campane, ce so’ puttane”, “Li Santi nun se ponno creà senza quatrini”, “Piove o nun piove, er Papa magna”,“Sta scritto su la porta der curato: chi s'empiccia mor'ammazzato”. Guardatevi come era Porta Pia in quei giorni, e come si vestivano a quei tempi....