Sembrerebbe che nel corso del XX secolo il continente africano si sia totalmente liberato dal gioco del colonialismo europeo, ed infatti, se prendiamo in esame una mappa geopolitica dell’attuale Africa, risulta che esistono 54 stati liberi ed indipendenti. Ora che sulla carta (geografica) questi stati siano sovrani, quindi non soggetti a un qualsivoglia potenza straniera, ed inoltre riconosciuti dall’O.N.U., è un dato di fatto; ma che siano del tutto indipendenti è tutto da provare. Infatti se andiamo a leggere l’ultimo rapporto sullo stato del continente africano, redatto dall’associazione non governativa internazionale “Friends of the Earth” (Foe) si apprende che nel continente africano 5 milioni di ettari di terreno sono in mano alle compagnie straniere del settore biofuels. Un fenomeno che sta producendo danni umani e ambientali devastanti. Mariann Bassey, coordinatrice per la sezione nigeriana dell’organizzazione non governativa, ha decisamente le idee chiare:<< Vogliamo investimenti reali per produrre cibo. Le comunità locali affrontano la fame e una crescente insicurezza alimentare per permettere agli europei di riempire i serbatoi delle proprie automobili. Per questo l’U.E. deve abbandonare al più presto questa politica per investire, al contrario, nel rispetto dell’ambiente e nella riduzione dell’energia impiegata.>> E, dati alla mano, il rapporto rivela che nel corso degli ultimi anni le multinazionali straniere, tra cui le italiane Agroils, Aviam ed Eni, hanno acquisito terra africana per 5 milioni di ettari con l’obiettivo di convertirne le coltivazioni: dai prodotti alimentari ai biocarburanti. L’irresistibile business dei combustibili verdi avrebbe quindi generato una corsa alla terra senza precedenti, provocando danni incalcolabili all’ambiente e agli esseri umani. Privati dell’apporto alimentare di un area coltivabile grande quanto la Danimarca, milioni di africani sono così chiamati ad affrontare un futuro ancora più incerto fatto di carestie ataviche, impennate speculative dei prezzi e diminuzione delle risorse disponibili. Uno scenario da incubo assai peggiore, di fatto, di quanto appaia oggi visto che la ricerca, è bene ricordarlo, prende in considerazione appena 11 Paesi africani. Quello condotto dalle corporation europee è un assalto alla terra silenzioso e riservato che sfrutta la diffusa carenza di garanzie che caratterizza i luoghi di conquista. Dati ufficiali praticamente assenti, consultazioni con le comunità locali decisamente scarse e inadeguate: più che a regolari acquisti, le operazioni condotte in Africa assomigliano a dei semi-espropri. Ad ammetterlo, spiegano da Friends of the Earth, è persino la Banca Mondiale, una che di questi argomenti sembra intendersene parecchio. Nel 2008 compilò una relazione interna ammettendo per la prima volta una correlazione tra lo sviluppo dei biofuels, la speculazione e la crisi alimentare. Ma alla fine preferì non divulgare i dati. Quando il rapporto finì nelle mani del quotidiano britannico Guardian, i vertici dell’organismo furono travolti dall’imbarazzo. Lo scandalo, tuttavia, non riuscì a scalfire l’agenda politica. Per l’Unione europea quella dei biofuels è ormai una strada segnata. Bruxelles intende rispettare un piano noto da tempo che prevede entro il 2020 un utilizzo di carburanti verdi pari al 10% del combustibile totale impiegato nei trasporti. Per concludere: ci tocca amaramente constatare, stando a quanto sopra letto, che agli attuali governi europei poco importa se gli africani muoiono di fame; a loro sta più a cuore il problema della futura penuria di carburante per le proprie automobili. Poi per quegli africani che, spinti dalla fame e dalla miseria, provano ad entrare illegalmente su territorio europeo, la decisione è unanime: devono essere respinti con tutti i mezzi possibili. Detto fra noi: viviamo in una Europa che, sulla carta difende i diritti di ogni essere umano, riempiendosi la bocca con il famoso motto Liberté Egalité Fraternité, ma in pratica mette in atto un altro motto, quello del noto politico Cetto La Qualunque: Liberté, egalité, 'ntu culu a té a té !
Il Colonialismo esiste ancora ?
Sembrerebbe che nel corso del XX secolo il continente africano si sia totalmente liberato dal gioco del colonialismo europeo, ed infatti, se prendiamo in esame una mappa geopolitica dell’attuale Africa, risulta che esistono 54 stati liberi ed indipendenti. Ora che sulla carta (geografica) questi stati siano sovrani, quindi non soggetti a un qualsivoglia potenza straniera, ed inoltre riconosciuti dall’O.N.U., è un dato di fatto; ma che siano del tutto indipendenti è tutto da provare. Infatti se andiamo a leggere l’ultimo rapporto sullo stato del continente africano, redatto dall’associazione non governativa internazionale “Friends of the Earth” (Foe) si apprende che nel continente africano 5 milioni di ettari di terreno sono in mano alle compagnie straniere del settore biofuels. Un fenomeno che sta producendo danni umani e ambientali devastanti. Mariann Bassey, coordinatrice per la sezione nigeriana dell’organizzazione non governativa, ha decisamente le idee chiare:<< Vogliamo investimenti reali per produrre cibo. Le comunità locali affrontano la fame e una crescente insicurezza alimentare per permettere agli europei di riempire i serbatoi delle proprie automobili. Per questo l’U.E. deve abbandonare al più presto questa politica per investire, al contrario, nel rispetto dell’ambiente e nella riduzione dell’energia impiegata.>> E, dati alla mano, il rapporto rivela che nel corso degli ultimi anni le multinazionali straniere, tra cui le italiane Agroils, Aviam ed Eni, hanno acquisito terra africana per 5 milioni di ettari con l’obiettivo di convertirne le coltivazioni: dai prodotti alimentari ai biocarburanti. L’irresistibile business dei combustibili verdi avrebbe quindi generato una corsa alla terra senza precedenti, provocando danni incalcolabili all’ambiente e agli esseri umani. Privati dell’apporto alimentare di un area coltivabile grande quanto la Danimarca, milioni di africani sono così chiamati ad affrontare un futuro ancora più incerto fatto di carestie ataviche, impennate speculative dei prezzi e diminuzione delle risorse disponibili. Uno scenario da incubo assai peggiore, di fatto, di quanto appaia oggi visto che la ricerca, è bene ricordarlo, prende in considerazione appena 11 Paesi africani. Quello condotto dalle corporation europee è un assalto alla terra silenzioso e riservato che sfrutta la diffusa carenza di garanzie che caratterizza i luoghi di conquista. Dati ufficiali praticamente assenti, consultazioni con le comunità locali decisamente scarse e inadeguate: più che a regolari acquisti, le operazioni condotte in Africa assomigliano a dei semi-espropri. Ad ammetterlo, spiegano da Friends of the Earth, è persino la Banca Mondiale, una che di questi argomenti sembra intendersene parecchio. Nel 2008 compilò una relazione interna ammettendo per la prima volta una correlazione tra lo sviluppo dei biofuels, la speculazione e la crisi alimentare. Ma alla fine preferì non divulgare i dati. Quando il rapporto finì nelle mani del quotidiano britannico Guardian, i vertici dell’organismo furono travolti dall’imbarazzo. Lo scandalo, tuttavia, non riuscì a scalfire l’agenda politica. Per l’Unione europea quella dei biofuels è ormai una strada segnata. Bruxelles intende rispettare un piano noto da tempo che prevede entro il 2020 un utilizzo di carburanti verdi pari al 10% del combustibile totale impiegato nei trasporti. Per concludere: ci tocca amaramente constatare, stando a quanto sopra letto, che agli attuali governi europei poco importa se gli africani muoiono di fame; a loro sta più a cuore il problema della futura penuria di carburante per le proprie automobili. Poi per quegli africani che, spinti dalla fame e dalla miseria, provano ad entrare illegalmente su territorio europeo, la decisione è unanime: devono essere respinti con tutti i mezzi possibili. Detto fra noi: viviamo in una Europa che, sulla carta difende i diritti di ogni essere umano, riempiendosi la bocca con il famoso motto Liberté Egalité Fraternité, ma in pratica mette in atto un altro motto, quello del noto politico Cetto La Qualunque: Liberté, egalité, 'ntu culu a té a té !