In Dipendenza

Post N° 21


 Un tempo ero bella io, praticamenteperfettasottoogniaspetto, e non era affatto raro che la gente per strada si soffermasse a guardarmi. La maggior parte delle volte coglievo espressioni incredule sui loro volti, e quegli occhi paralizzati da tanta sorpresa non potevano che rendermi più sicura e fiera del mio aspetto, come ancor più saldamente ancorata alle strade della consapevolezza che percorrevo a piedi ogni giorno. Lasciavo ondeggiare signorilmente le natiche imponenti e sode, costringendole in abiti sartoriali dalle fogge vezzose ma sempre discrete, quelli che io stessa ideavo e cucivo con una dedizione quasi maniacale. Sceglievo accuratamente stoffe e passamanerie pregiate per incorniciare al meglio le mie forme quasi fuori luogo, prorompenti e sensuali, sapientemente impacchettate in gonne e redingote pennellate su di me. I colori che indossavo erano sempre perfettamente abbinati: borse e cappellini fantasiosi e femminili, e guanti a celare le mie dita in ovuli di curiosità mai schiusi. La pelle sempre accuratamente infarinata di cipria Leclerc, le guance accese di toni familiari alla timidezza, colori molli e grassi di frutti maturi ad annunciare le labbra prima delle parole, costose fragranze commissionate appositamente per abbeverare i miei pori avidi. Impeccabilmente femmina, vanitosa e anche un po’ ckitsch. Ogni volta che uscivo erano nuovi sentieri di pupille lustre che attraversavo con audacia e riservatezza sui miei costosi cunei a rocchetto da signora perbene.. "Signora perbene".. Ho sempre ritenuto i tacchi cosa indispensabile per essere meritevoli di quell’ appellativo. E non importava quanto mi facevano male. Non badavo alle pagine di pelle ruvida sotto i piedi, che s’ispessivano di volta in volta. Non mi preoccupavo delle caviglie, già per natura poco sottili, che si arricchivano di ora in ora di nuovi rigagnoli di mosto. Non era cosa importante sentire le dita doloranti piegarsi al volere delle tomaie appuntite. L’unica cosa che ostacolava la mia foga di femmina era trovare la taglia adeguata al mio piede: portavo un distinto quarantaquattroemmezzo. Qualche volta, addirittura, le calze mi si smagliavano per la troppa tensione alla quale erano sottoposte, che nasceva tra le mie gambe, dal mio sesso floscio, spesso irritato per colpa delle cuciture che ne solcavano violentemente il muso, ed arrivava fin giù alla punta dell’alluce che laccavo con cura tutte le domeniche, dopo essere rientrata dalla funzione. Ciò nonostante non avrei mai rinunciato a quella meravigliosa invenzione quale erano i collant. Li ho amati da subito, lucidi e coprenti alleati nel confondere il tatto e i sensi dei miei amanti, tra carezze di seta e trucioli scuri geneticamente radicati, come ho sempre amato i miei capelli vaporosi, sempre finemente acconciati. Un tempo ero bella io, e per buona abitudine da Christophe, il barbiere in fondo al vicolo, ci andavo a piedi tutte le mattine, prestissimo, prima di passare a far colazione al caffè Bobois, perché ho sempre sostenuto che una signora perbene dovrebbe far in modo d' aver peli sulla lingua in diverse occasioni ma assolutamente mai sulle gote, caspiterina!