Storia, letteratura

Giuliana 1949


“Tutto quello che è  successo il 10 dicembre, alle ore 18, del 1949”Giuliana Perfigli, nata il 23 dicembre 1938, durante l’adolescenza, ha abitato con i familiari nel Castel dell’Aquila; in seguito si è trasferita a Gragnola, il borgo vicino al castello, ed ha operato come bidella nelle scuole elementari di Gragnola e di Fosdinovo, dal 1966 al 1998. Così inizia il suo drammatico racconto: “Non ricordo dove ho dormito quella sera, ma tutto quello che è successo il 10 dicembre, alle ore 18, del 1949, lo ricordo benissimo”.Giuliana è arrivata al Castel dell’Aquila con gli zoccoli ai piedi sulla neve, il giorno della Befana del 1947, dietro la mamma che, come una chioccia i pulcini, da Colognola, aveva guidato i figli. Ne aveva 14.I due figli più grandi, in novembre, erano già andati nelle piane del castello dette “di sopra”, a far la semina delle fave per concimare la terra, a seminare il grano “normale”, e la “roba” (una specie di grano saraceno). Gli alberi da frutto, noci e susine, e i fagioli erano giù, verso il fiume Aulella, nelle vasche di terra, dette “di sotto” dove si coltivavano granoturco, patate, canapa, e si curava la vigna. Castagneti e cerreti erano sulla collinetta chiamata “il Monte” che, con la “Conca della Bora”, sopra Coccoma, delimitavano la proprietà del castello; “Bozzo dell’inferno”, con la fonte perenne, “Bora” e “Monte” erano i confini delle terre del castello, da quella parte.Quella di Giuliana era la famiglia dei mezzadri della vedova Teresa Agostini, proprietaria del castello, con l’abitazione a Gragnola, in via Nuova, sull’angolo di via Castel dell’Aquila. I mezzadri dividevano con la signora Teresa le bestie, sedici tra pecore e agnelli, due maiali, conigli, galline e quattro mucche, da aggiogare per trasportare pesi (legno, fieno, persone), servendosi della “bena” il cestone fatto con i rami di castagni intrecciati. Il fieno era stivato nell’ampio ingresso del castello, e l’acqua per abbeverare le mucche durante l’inverno in un pozzo cisterna. Il latte spettava alla proprietaria e ai mezzadri, una settimana per uno, ma il raccolto era tutto dei mezzadri.La famiglia abitava nell’ampia costruzione residenziale: un lungo corridoio cui si affacciavano le porte delle stanze: quella dei genitori, con bei mattoni rossi, poi la cucina dotata di lavandino, con un bel camino di marmo e il pavimento a mosaico che disegnava una stella bianca; in cucina, al sabato, il papà cuoceva nel tegame sul braciere i cavoli ripieni di carne, ricotta e formaggio, mentre i familiari preparavano il pane che, avvolto in una tovaglia, veniva conservato tra il grano da macinare nello scrigno di legno.In cucina si faceva anche il formaggio misto, con latte di pecora e mucca, scaldato con l’aggiunta di siero e girato da Giuliana, la figlia giudiziosa, con la “mano calda”, così le si diceva per incoraggiarla.Il bucato era era un’altra complessa operazione settimanale che si svolgeva nel camino della cucina: in un pentolone si metteva a bollire l’acqua che poi si versava, nel bugno di coccio, sui panni sporchi coperti da uno straccio bianco e dalla cenere di legna. Dopo il bucato, la “lisciva” (acqua sporca e cenere) serviva ancora per lavare gli indumenti di lana, poi i pavimenti. Ma la stanza più bella era quella per le femmine, con la ruota di mosaico del pavimento, comoda per arrivare agli impianti igienici, in fondo al corridoio. Subito dopo c’era la stanza dei “maschi”, con il pavimento di mattoni, come il corridoio e la stanza dei genitori.Le stagioni al castello si susseguivano, in quegli anni del dopoguerra, riservando fatiche e frutti. Tra le fatiche, quella di tenere puliti i sentieri di “Monti” e di “Bora” per il pascolo: tolte le felci, con la scopa di rovi si tenevano ammucchiati i cardiNei mesi di ottobre, novembre e dicembre si raccoglievano le castagne che, come si ripeteva da secoli, dovevano venir essiccate, su listelli di legno sotto i quali ardeva il fuoco continuo. Al Castel dell’Aquila, nell’essiccatoio delle castagne si entrava dopo aver salito le scale della corte grande e percorso il corridoio a sinistra con il lavandino.Il 10 dicembre 1949, alle ore 18, è iniziato un brutto temporale. Quella sera il papà era al lavoro, in Garfagnana, come minatore, per lo scavo di gallerie, ma gli altri componenti la famiglia erano tutt’attorno al fuoco dell’essiccatoio (nel corpo centrale del castello), a sbucciare castagne fresche, da cuocere per la cena dei maiali. “Dal rumore, anche noi bambini capimmo che grandinava. Il fumo che non trovava più via d’uscita ormai aveva riempito la stanza, tanto che Maria e Giuseppe, due fratelli che per primi avevano gli occhi arrossati, chiesero e ottennero di andare nell’appartamento, per accendere il camino e proseguire lì la loro attività.Ad un tratto un gran fragore ci fece capire che si trattava di un fulmine, ma non avemmo il tempo di commentare. Le castagne iniziarono a caderci addosso: quaranta quintali di castagne ci stavano seppellendo, mentre il pavimento della stanza vicina sprofondava. Mi accorsi che con una mano tenevo Giovanni, il fratello di due anni minore, mentre l’altra mano mi era rimasta fuori dal cumulo delle castagne.Quando ormai mi sentivo soffocare, per il fumo acre e per il peso, udii le voci di Maria e di Giuseppe che ci chiamavano, finchè mi sentii prendere la mano. Ero salva. Mi ripresi in fretta, tanto che a piedi nudi sotto la grandine, ritornai nella corte grande e corsi sul torrione, gridando ‘aiuto!’. Seppi  poi che mi avevano sentita da Gragnola e anche da Gassano. I gragnolini si erano passati in fretta la voce ‘è successo qualcosa al Castello dell’Aquila!’, ed erano partiti con le torce e il dottore. Io intanto ero tornata nell’essiccatoio dove Maria e Giuseppe avevano tratto in salvo Giovanni, Rosetta, Graziella e Paola; mancava però Francesca, la più piccola. Arrivavano già i primi soccorritori che aiutarono a cercare la piccola Francesca: nell’angolo di sinistra vicino al camino fu scoperto il corpo inanimato di Francesca. Aveva il cranio sfondato. La seguii mentre veniva portata nell’appartamento dove Rosetta, piangendo, ripeteva ‘non ci vedo più’ (il cumulo delle castagne le aveva gonfiato gli occhi, ma non ne aveva compromesso la vista). La salma di Francesca, in attesa della sepoltura, fu portata in casa del fratello Elmo che abitava a Gragnola, in piazza Gioco.Pensai che mancavano ancora la mamma e Mariangela, detta Titti, la mia sorella di latte, di nove mesi più giovane di me. Anche loro furono trovate: la mamma, in un angolo, ferita dalla trave dell’essiccatoio che, però, le aveva consentito un po’ di aria, e Mariangela con una piccola ferita sulla testa, non grave, secondo il dottore. Tutti i piccoli furono trasportati a spalla a Gragnola, in casa Agostini. Fu lì che arrivò il papà, informato dai carabinieri e ospitato sulla loro jeep. Quando si fu persuaso che non eravamo morti, salì in ginocchio le scale di casa Agostini.La lunga serata dovette concludersi con il sonno, ma io non ricordo dove ho dormito quella sera”.                                                          Maria Alberta Faggioli Saletti, Gabriella Girardin