Il Convegno dell’équipe multidisciplinare: “Dal Medio Evo al nuovo millennio: Il Mistero del Cavaliere dell’aquila fra miti e realtà”.Con questo titolo, sono stati presentati a Foggia, il 29 ottobre 2004, gli straordinari risultati degli studi condotti dall’équipe multidisciplinare di antropologi, medici legali e storici, diretta dal prof. Vittorio Fineschi, direttore della Sezione dipartimentale di Medicina legale dell’Università degli Studi di Foggia, un’autorità nel settore e dal prof. Francesco Mallegni, ordinario di Antropologia dell’Università degli Studi di Pisa, esperto di fama internazionale.In quella sede sono stati ripercorsi i momenti salienti di tutta la eccezionale vicenda, dalle prime fasi del ritrovamento all’esecuzione dell’autopsia virtuale, eseguita con una TC di ultima generazione, che hanno permesso l’esatta ricostruzione di una dinamica omicidaria tipica dell’epoca medioevale: l’omicidio tramite balestra. L’eccezionalità della vicenda, infatti sta proprio nel ritrovamento a livello del rachide cervicale di una freccia da balestra che, studiata in tutti i suoi dettagli, ha svelato alcuni contorni e modalità dell’omicidio. Non esiste, al mondo, infatti, nessun precedente di tal genere.A tutt’oggi, nell’era delle armi da fuoco, l’omicidio da balestra costituisce evento raro e anomalo, nella letteratura specialistica medico-legale, non essendo l’indagine autoptica un evento comune all’epoca medioevale. Tanto meno lo era nei casi di morti violente che costituivano evento certamente comune, ma non oggetto di interesse scientifico o prassi giudiziaria tipica di quel tempo.In sintesi, a distanza di 700 anni, solo nel 2004, per la prima volta viene documentata una lesività tipicamente medioevale, con i vantaggi ed i supporti delle moderne tecniche radiodiagnostiche (TC spirale Multistrato). La dinamica dell’omicidio di questo antico cavaliere può essere presentata per mezzo di eccezionali ricostruzioni tridimensionali animate.Attraverso i raggi X e l’apparecchio TC si può avere a disposizione “un intero ‘volume’ che può coincidere con l’intero corpo umano, registrato in un data base che resta preservato per futuri studi e valutazioni, permettendo cioè di avere un cadavere non ‘corruttibile’ che può essere sezionato in infiniti modi restando sempre integro” (senza far ricorso alla dissezione che non permette di ritornare da capo, a causa degli inconvenienti derivanti dai tagli eseguiti), divenendo quindi “mezzo di consultazione assolutamente oggettivo e sempre ripetibile”. Fra gli ospiti di rilievo del convegno del 29 ottobre, il prof. Mauro Barni, Emerito di Medicina Legale dell’Università degli Studi di Siena, già rettore della stessa e Vice presidente del Comitato Nazionale di Bioetica, il quale ha svolto un’affascinante relazione sul “significato di una medicina legale che sempre meno deve (può) avvalersi di specificità disciplinari, sempre più del progresso scientifico”.[1] Il volto del cavaliereImportante tappa a Venezia, dal 18 al 21 maggio 2004, all'Accademia di Belle Arti, nella sala detta di Tiziano dove, in uno speciale Laboratorio di Anatomia, allievi e docenti hanno affrontato con Stefano Ricci un'affascinante e colta sfida. Durante i giorni del Laboratorio di Ricostruzione somatica tutti, allievi e docenti, sono stati chiamati ad intervenire nell'emozionante spazio lasciato dalle tecniche scientifiche alla creatività artistica: sulla base del calco del cranio ricostruito, stabilire lo spessore muscolare di naso (il più difficile), labbra e mento, per dare un volto scientificamente corretto che renda imponenza e bellezza al cavaliere di Castel dell'Aquila. L'interessante iniziativa organizzata dai professori Marilena Nardi e Antonio Fiengo della Cattedra di Anatomia, molto frequentata, in collaborazione con la Cattedra di Plastica Ornamentale dei professori Manigrasso e Zennaro, ha inteso offrire agli allievi ambiti di approfondimenti dai possibili risvolti professionali oggi di grande interesse. La tesi finale di un’allieva ha documentato il procedimento secondo il metodo scientifico di costruzione del volto dall’interno, a cominciare dai muscoli, usando l’argilla, a tasselli, per dare risalto a tratti del viso forti (mascelle, mandibola, zigomi, parte sopracciliare), come nel caso del cavaliere. I capelli, scelti seguendo documenti iconografici d’epoca, sono corti e ricci, quasi crespi. L’apparizione dell’immagine è stato il momento più affascinante. Un bel giallo d’epoca che potrebbe interessare certi autori di thriller contemporanei, come Patricia Cornwell, creatrice di Kay Scarpetta, un’ anatomopatologa-poliziotto che lavora in un istituto di Medicina Legale e che studia la decomposizione dei cadaveri per verificare i parametri da utilizzare nella ricostruzione di naso, zigomi, labbra e soprattutto orecchio (ancora sconosciuto), come nuove sofisticate tecnogie indispensabili per le sue indagini ad alto rischio. Il Cavaliere di Castel dell’Aquila al Congresso mondiale di Antropologia Forense Nel febbraio 2005, sono stati presentati i risultati ottenuti nella più grande assise mondiale di Antropologia Forense, durante i lavori del Congresso dell’American Accademy of Forensic Science, a New Orleans, Luisiana. L’accoglienza calorosa e interessata degli studiosi americani ha confermato ancora una volta, l’eccezionalità della scoperta e il valore scientifico degli studi realizzati. Morte, sepoltura, etnia del Cavaliere di Castel dell’Aquila: nuove ipotesi.La prima comunicazione scientifica specifica, con l’apporto dell’entomologo, si è avuta al XVI° Congresso degli Antropologi (Genova, Magazzini del Cotone, 29-31 ottobre 2005), con una relazione intitolata “Un delitto medievale e le sue dinamiche: il caso del cavaliere del Castel dell’Aquila (Massa Carrara)” di Francesco Mallegni (Dipartimento di Scienze Archeologiche, Sezione di Paleontologia, Paletnologia e Etnologia dell’Università di Pisa), Massimo Masetti (Dipartimento di Etologia, Ecologia ed evoluzione dell’Università di Pisa), Stefano Ricci (Dipartimento di Scienze Ambientali, Sezione di Ecologia Preistorica dell’Università di Siena). Di grande interesse i contenuti. L’antropologo specialista e la mandibola integra La comunicazione è iniziata con un nuovo Power Point di Stefano Ricci: su di uno sfondo completamente nero, un povero cristiano si lamenta dei nordici che battagliano, oppure distruggono campagne e borghi, violentano donne e prevaricano uomini. Così conclude il cristiano: “Iddio li distrugga tutti!”Stefano Ricci, intervenuto accanto all’archeologo, fin dai primi momenti della scoperta, è l’antropologo specialista per il rilievo, il recupero e la documentazione di scheletri in una sepoltura.Lo spessore scientifico di questo specialista, come ha evidenziato il professor Mallegni, gli deriva proprio dal particolare modo di procedere: grazie a questo “modus operandi”, gli è stato possibile asportare la mandibola integra, durante le operazioni di scavo intorno al cranio; al di sotto della mandibola, così, hanno potuto essere scoperti il dardo che aveva trapassato il corpo del cavaliere e i pupari di insetti. Nuova ipotesi sull’etnia del cavaliere Secondo le recenti analisi di Francesco Mallegni, lo scheletro risulta appartenente “ad un’etnia adriatico-padana” (“anche la statura, 170 cm., lo farebbe pensare”), una precisazione su quanto emerso dai primi dati che lo avevano portato ad affermarne l’appartenenza ad “etnia nordica tipica delle popolazioni del centro Europa (Francia del nord e Germania)”.Il dardo di balestra: lucchese o fiorentinoQuanto al proiettile rinvenuto, conservato nella seconda vertebra, “si è dimostrato essere un dardo di balestra in uso in ambito toscano nel corso del XIV° secolo e di fabbricazione toscana (di Lucca o di Firenze)”.Si dice, in Toscana, che il ferro di Lucca fosse più duro di quello di Firenze, quindi se la punta del proiettile risulterà un po’ piegata, ad un’attenta analisi, sarà probabilmente fiorentina.Risulta comunque dalle fonti storiche dell’epoca che le punte dei dardi lucchesi, fabbricate con lo stesso maglio della zecca (lo stabilimento per il conio che produceva monete di metallo, di uguale peso), oltre alla migliore capacità di penetrazione, garantivano anche maggiore regolarità del tiro. I pupari di OphyraPrecisazioni importanti anche sulle “pupe” di Ditteri “cadaverici”, nello studio condotto dal professor Massimo Masetti dell’Università di Pisa.Sul codolo (estremità sottile della lama) del dardo, sono stati riconosciuti, fin dai primi momenti, pupari (bozzoli) di insetti appartenenti all’ordine dei Ditteri.Dato che, secondo gli studi di entomologia forense, è nota la sequenza temporale di colonizzazione dei cadaveri da parte degli insetti, si è proceduto all’analisi con il microscopio ottico: si sono riconosciuti Ditteri Ciclorrafi (a cui appartengono anche le mosche domestiche ed i mosconi). L’osservazione di porzioni interne con il microscopio elettronico a scansione ha inoltre permesso di indicare il genere Ophyra: si tratta di mosche che scendono in profondità attirate dagli acidi ammoniacali sviluppati dalla carne putrefatta, processo che avviene circa un anno dopo la morte.Poiché gli adulti sono attivi da giugno a ottobre, si può ragionevolmente ipotizzare che la morte del cavaliere sia avvenuta nel periodo estivo.Inoltre, il fatto di aver trovato solo pupari di Ophyra potrebbe essere indicativo di una sepoltura alquanto veloce del cadavere, senza l’usuale ostensione post mortem: Infatti, a breve intervallo di tempo dalla morte (bastano poche ore), specialmente se in presenza di ferite, il cadavere esposto all’aria è percepito, anche a grandi distanze, da Ditteri Calliforidi (le “mosche azzurre della carne”) che subito colonizzano il cadavere, a cominciare dalle ferite e dalle mucose.Se ciò fosse avvenuto, qualche pupario di questi ditteri avrebbe dovuto trovarsi associato ai resti bloccati nella ruggine del proiettile, ma solo quelli di Ophyra sono presenti. Il Cavaliere: un uomo comune Questi risultati scientifici, secondo i relatori, contraddicono quanto dedotto dalle prime osservazioni: il cavaliere era un uomo comune, forse anche estraneo al castello; lo si desume dalla rapidità con cui è stato sepolto dopo la sua morte, e dallo spazio insignificante del castello in cui venne interrato, senza una parvenza di struttura tombale. Insomma si ha l’impressione che la sua morte fosse un qualcosa da cui liberarsi rapidamente e senza clamori di onoranze funebri particolari.L’esame della paleonutrizioneNei primi mesi del 2006, nuove risultanze sono pervenute dall’esame della paleo (antica) nutrizione e dall’esame delle ossa, condotte nell’Università di Siena, l’apporto alimentare è risultato omogeneo: il cavaliere non mangiava tanto, ma era ben nutrito; inoltre, i bassi valori dei rilievi muscolari derivanti dall’esame delle sue ossa, quelle degli arti, del bacino e del torace, testimoniano che durante la sua vita, non si è sottoposto a particolare affaticamento muscolare.Se era un uomo d’armi, non si esercitava troppo, ma non era una persona obbligata a lavori fisici stressanti. Era forse imprigionato nel castello? Lo studio dei resti del cavaliere di Castel dell’Aquila, un modello da proporre Ormai negli studiosi c’è la consapevolezza scientifica che lo studio dei resti del cavaliere di Castel dell’Aquila sia un modello di riferimento di valore fondamentale: nel marzo 2006, in occasione della XVI Settimana della Cultura Scientifica e Tecnologica, durante la giornata dedicata ai giovani studenti che intraprendono un corso universitario, la Facoltà di Scienze Matematiche e Fisiche dell’Università di Siena ha presentato il rinvenimento del cavaliere, come esempio dell’applicazione di varie discipline scientifiche nello studio di un reperto biologico antico. Il giallo dei primi mesi del 2004, sviluppatosi durante tutto il 2005, è destinato a riservare altri colpi di scena, oltre che a tenere desto l'interesse.Il fascino di questa scoperta, infatti, sta anche nel salto vertiginoso che si compie dalla tecnologia dei giorni nostri alla storia di un uomo vissuto più di settecento anni fa. Con un avvertimento: la moderna tecnologia, comunque, procede secondo il metodo scientifico delle approssimazioni successive.Lo scheletro del cavaliere di Castel dell'Aquila non cesserà dunque di stupire, perchè potrà svelare segreti di vita quotidiana e di vicende storiche antiche.Sarà comunque una speciale finestra aperta sul passato del Castello e della Lunigiana.Intanto l'augurio da formulare per la proprietaria del Castello, Gabriella Girardin, e per quanti vi operano, è che il cavaliere sepolto da secoli, come un talismano della leggenda, sia venuto alla luce per recare ricchezza e felicità a chi lo ha scoperto. Maria Alberta Faggioli Saletti, Gabriella Girardin[1] M. BARNI, Il mistero del cavaliere medievale e le illuminazioni della interdisciplinarità, in Dal Medio Evo al nuovo millennio: Il Mistero del Cavaliere dell’aquila fra miti e realtà, op. cit., pp. 63-68.
Rassegna stampa II
Il Convegno dell’équipe multidisciplinare: “Dal Medio Evo al nuovo millennio: Il Mistero del Cavaliere dell’aquila fra miti e realtà”.Con questo titolo, sono stati presentati a Foggia, il 29 ottobre 2004, gli straordinari risultati degli studi condotti dall’équipe multidisciplinare di antropologi, medici legali e storici, diretta dal prof. Vittorio Fineschi, direttore della Sezione dipartimentale di Medicina legale dell’Università degli Studi di Foggia, un’autorità nel settore e dal prof. Francesco Mallegni, ordinario di Antropologia dell’Università degli Studi di Pisa, esperto di fama internazionale.In quella sede sono stati ripercorsi i momenti salienti di tutta la eccezionale vicenda, dalle prime fasi del ritrovamento all’esecuzione dell’autopsia virtuale, eseguita con una TC di ultima generazione, che hanno permesso l’esatta ricostruzione di una dinamica omicidaria tipica dell’epoca medioevale: l’omicidio tramite balestra. L’eccezionalità della vicenda, infatti sta proprio nel ritrovamento a livello del rachide cervicale di una freccia da balestra che, studiata in tutti i suoi dettagli, ha svelato alcuni contorni e modalità dell’omicidio. Non esiste, al mondo, infatti, nessun precedente di tal genere.A tutt’oggi, nell’era delle armi da fuoco, l’omicidio da balestra costituisce evento raro e anomalo, nella letteratura specialistica medico-legale, non essendo l’indagine autoptica un evento comune all’epoca medioevale. Tanto meno lo era nei casi di morti violente che costituivano evento certamente comune, ma non oggetto di interesse scientifico o prassi giudiziaria tipica di quel tempo.In sintesi, a distanza di 700 anni, solo nel 2004, per la prima volta viene documentata una lesività tipicamente medioevale, con i vantaggi ed i supporti delle moderne tecniche radiodiagnostiche (TC spirale Multistrato). La dinamica dell’omicidio di questo antico cavaliere può essere presentata per mezzo di eccezionali ricostruzioni tridimensionali animate.Attraverso i raggi X e l’apparecchio TC si può avere a disposizione “un intero ‘volume’ che può coincidere con l’intero corpo umano, registrato in un data base che resta preservato per futuri studi e valutazioni, permettendo cioè di avere un cadavere non ‘corruttibile’ che può essere sezionato in infiniti modi restando sempre integro” (senza far ricorso alla dissezione che non permette di ritornare da capo, a causa degli inconvenienti derivanti dai tagli eseguiti), divenendo quindi “mezzo di consultazione assolutamente oggettivo e sempre ripetibile”. Fra gli ospiti di rilievo del convegno del 29 ottobre, il prof. Mauro Barni, Emerito di Medicina Legale dell’Università degli Studi di Siena, già rettore della stessa e Vice presidente del Comitato Nazionale di Bioetica, il quale ha svolto un’affascinante relazione sul “significato di una medicina legale che sempre meno deve (può) avvalersi di specificità disciplinari, sempre più del progresso scientifico”.[1] Il volto del cavaliereImportante tappa a Venezia, dal 18 al 21 maggio 2004, all'Accademia di Belle Arti, nella sala detta di Tiziano dove, in uno speciale Laboratorio di Anatomia, allievi e docenti hanno affrontato con Stefano Ricci un'affascinante e colta sfida. Durante i giorni del Laboratorio di Ricostruzione somatica tutti, allievi e docenti, sono stati chiamati ad intervenire nell'emozionante spazio lasciato dalle tecniche scientifiche alla creatività artistica: sulla base del calco del cranio ricostruito, stabilire lo spessore muscolare di naso (il più difficile), labbra e mento, per dare un volto scientificamente corretto che renda imponenza e bellezza al cavaliere di Castel dell'Aquila. L'interessante iniziativa organizzata dai professori Marilena Nardi e Antonio Fiengo della Cattedra di Anatomia, molto frequentata, in collaborazione con la Cattedra di Plastica Ornamentale dei professori Manigrasso e Zennaro, ha inteso offrire agli allievi ambiti di approfondimenti dai possibili risvolti professionali oggi di grande interesse. La tesi finale di un’allieva ha documentato il procedimento secondo il metodo scientifico di costruzione del volto dall’interno, a cominciare dai muscoli, usando l’argilla, a tasselli, per dare risalto a tratti del viso forti (mascelle, mandibola, zigomi, parte sopracciliare), come nel caso del cavaliere. I capelli, scelti seguendo documenti iconografici d’epoca, sono corti e ricci, quasi crespi. L’apparizione dell’immagine è stato il momento più affascinante. Un bel giallo d’epoca che potrebbe interessare certi autori di thriller contemporanei, come Patricia Cornwell, creatrice di Kay Scarpetta, un’ anatomopatologa-poliziotto che lavora in un istituto di Medicina Legale e che studia la decomposizione dei cadaveri per verificare i parametri da utilizzare nella ricostruzione di naso, zigomi, labbra e soprattutto orecchio (ancora sconosciuto), come nuove sofisticate tecnogie indispensabili per le sue indagini ad alto rischio. Il Cavaliere di Castel dell’Aquila al Congresso mondiale di Antropologia Forense Nel febbraio 2005, sono stati presentati i risultati ottenuti nella più grande assise mondiale di Antropologia Forense, durante i lavori del Congresso dell’American Accademy of Forensic Science, a New Orleans, Luisiana. L’accoglienza calorosa e interessata degli studiosi americani ha confermato ancora una volta, l’eccezionalità della scoperta e il valore scientifico degli studi realizzati. Morte, sepoltura, etnia del Cavaliere di Castel dell’Aquila: nuove ipotesi.La prima comunicazione scientifica specifica, con l’apporto dell’entomologo, si è avuta al XVI° Congresso degli Antropologi (Genova, Magazzini del Cotone, 29-31 ottobre 2005), con una relazione intitolata “Un delitto medievale e le sue dinamiche: il caso del cavaliere del Castel dell’Aquila (Massa Carrara)” di Francesco Mallegni (Dipartimento di Scienze Archeologiche, Sezione di Paleontologia, Paletnologia e Etnologia dell’Università di Pisa), Massimo Masetti (Dipartimento di Etologia, Ecologia ed evoluzione dell’Università di Pisa), Stefano Ricci (Dipartimento di Scienze Ambientali, Sezione di Ecologia Preistorica dell’Università di Siena). Di grande interesse i contenuti. L’antropologo specialista e la mandibola integra La comunicazione è iniziata con un nuovo Power Point di Stefano Ricci: su di uno sfondo completamente nero, un povero cristiano si lamenta dei nordici che battagliano, oppure distruggono campagne e borghi, violentano donne e prevaricano uomini. Così conclude il cristiano: “Iddio li distrugga tutti!”Stefano Ricci, intervenuto accanto all’archeologo, fin dai primi momenti della scoperta, è l’antropologo specialista per il rilievo, il recupero e la documentazione di scheletri in una sepoltura.Lo spessore scientifico di questo specialista, come ha evidenziato il professor Mallegni, gli deriva proprio dal particolare modo di procedere: grazie a questo “modus operandi”, gli è stato possibile asportare la mandibola integra, durante le operazioni di scavo intorno al cranio; al di sotto della mandibola, così, hanno potuto essere scoperti il dardo che aveva trapassato il corpo del cavaliere e i pupari di insetti. Nuova ipotesi sull’etnia del cavaliere Secondo le recenti analisi di Francesco Mallegni, lo scheletro risulta appartenente “ad un’etnia adriatico-padana” (“anche la statura, 170 cm., lo farebbe pensare”), una precisazione su quanto emerso dai primi dati che lo avevano portato ad affermarne l’appartenenza ad “etnia nordica tipica delle popolazioni del centro Europa (Francia del nord e Germania)”.Il dardo di balestra: lucchese o fiorentinoQuanto al proiettile rinvenuto, conservato nella seconda vertebra, “si è dimostrato essere un dardo di balestra in uso in ambito toscano nel corso del XIV° secolo e di fabbricazione toscana (di Lucca o di Firenze)”.Si dice, in Toscana, che il ferro di Lucca fosse più duro di quello di Firenze, quindi se la punta del proiettile risulterà un po’ piegata, ad un’attenta analisi, sarà probabilmente fiorentina.Risulta comunque dalle fonti storiche dell’epoca che le punte dei dardi lucchesi, fabbricate con lo stesso maglio della zecca (lo stabilimento per il conio che produceva monete di metallo, di uguale peso), oltre alla migliore capacità di penetrazione, garantivano anche maggiore regolarità del tiro. I pupari di OphyraPrecisazioni importanti anche sulle “pupe” di Ditteri “cadaverici”, nello studio condotto dal professor Massimo Masetti dell’Università di Pisa.Sul codolo (estremità sottile della lama) del dardo, sono stati riconosciuti, fin dai primi momenti, pupari (bozzoli) di insetti appartenenti all’ordine dei Ditteri.Dato che, secondo gli studi di entomologia forense, è nota la sequenza temporale di colonizzazione dei cadaveri da parte degli insetti, si è proceduto all’analisi con il microscopio ottico: si sono riconosciuti Ditteri Ciclorrafi (a cui appartengono anche le mosche domestiche ed i mosconi). L’osservazione di porzioni interne con il microscopio elettronico a scansione ha inoltre permesso di indicare il genere Ophyra: si tratta di mosche che scendono in profondità attirate dagli acidi ammoniacali sviluppati dalla carne putrefatta, processo che avviene circa un anno dopo la morte.Poiché gli adulti sono attivi da giugno a ottobre, si può ragionevolmente ipotizzare che la morte del cavaliere sia avvenuta nel periodo estivo.Inoltre, il fatto di aver trovato solo pupari di Ophyra potrebbe essere indicativo di una sepoltura alquanto veloce del cadavere, senza l’usuale ostensione post mortem: Infatti, a breve intervallo di tempo dalla morte (bastano poche ore), specialmente se in presenza di ferite, il cadavere esposto all’aria è percepito, anche a grandi distanze, da Ditteri Calliforidi (le “mosche azzurre della carne”) che subito colonizzano il cadavere, a cominciare dalle ferite e dalle mucose.Se ciò fosse avvenuto, qualche pupario di questi ditteri avrebbe dovuto trovarsi associato ai resti bloccati nella ruggine del proiettile, ma solo quelli di Ophyra sono presenti. Il Cavaliere: un uomo comune Questi risultati scientifici, secondo i relatori, contraddicono quanto dedotto dalle prime osservazioni: il cavaliere era un uomo comune, forse anche estraneo al castello; lo si desume dalla rapidità con cui è stato sepolto dopo la sua morte, e dallo spazio insignificante del castello in cui venne interrato, senza una parvenza di struttura tombale. Insomma si ha l’impressione che la sua morte fosse un qualcosa da cui liberarsi rapidamente e senza clamori di onoranze funebri particolari.L’esame della paleonutrizioneNei primi mesi del 2006, nuove risultanze sono pervenute dall’esame della paleo (antica) nutrizione e dall’esame delle ossa, condotte nell’Università di Siena, l’apporto alimentare è risultato omogeneo: il cavaliere non mangiava tanto, ma era ben nutrito; inoltre, i bassi valori dei rilievi muscolari derivanti dall’esame delle sue ossa, quelle degli arti, del bacino e del torace, testimoniano che durante la sua vita, non si è sottoposto a particolare affaticamento muscolare.Se era un uomo d’armi, non si esercitava troppo, ma non era una persona obbligata a lavori fisici stressanti. Era forse imprigionato nel castello? Lo studio dei resti del cavaliere di Castel dell’Aquila, un modello da proporre Ormai negli studiosi c’è la consapevolezza scientifica che lo studio dei resti del cavaliere di Castel dell’Aquila sia un modello di riferimento di valore fondamentale: nel marzo 2006, in occasione della XVI Settimana della Cultura Scientifica e Tecnologica, durante la giornata dedicata ai giovani studenti che intraprendono un corso universitario, la Facoltà di Scienze Matematiche e Fisiche dell’Università di Siena ha presentato il rinvenimento del cavaliere, come esempio dell’applicazione di varie discipline scientifiche nello studio di un reperto biologico antico. Il giallo dei primi mesi del 2004, sviluppatosi durante tutto il 2005, è destinato a riservare altri colpi di scena, oltre che a tenere desto l'interesse.Il fascino di questa scoperta, infatti, sta anche nel salto vertiginoso che si compie dalla tecnologia dei giorni nostri alla storia di un uomo vissuto più di settecento anni fa. Con un avvertimento: la moderna tecnologia, comunque, procede secondo il metodo scientifico delle approssimazioni successive.Lo scheletro del cavaliere di Castel dell'Aquila non cesserà dunque di stupire, perchè potrà svelare segreti di vita quotidiana e di vicende storiche antiche.Sarà comunque una speciale finestra aperta sul passato del Castello e della Lunigiana.Intanto l'augurio da formulare per la proprietaria del Castello, Gabriella Girardin, e per quanti vi operano, è che il cavaliere sepolto da secoli, come un talismano della leggenda, sia venuto alla luce per recare ricchezza e felicità a chi lo ha scoperto. Maria Alberta Faggioli Saletti, Gabriella Girardin[1] M. BARNI, Il mistero del cavaliere medievale e le illuminazioni della interdisciplinarità, in Dal Medio Evo al nuovo millennio: Il Mistero del Cavaliere dell’aquila fra miti e realtà, op. cit., pp. 63-68.