scritto da Laura SalettiCastel dell'Aquila, "Luogo" edificato dagli Antenati che vive nella storiaSeguendo un antico manoscritto inedito, Maria Alberta Faggioli Saletti e Gabriella Girardin raccontano, nel bel saggio "Quello che mi è successo mentre son stata nel Castello dell'Aquila". 7-22 maggio 1638 (Editrice San Giacomo, Ferrara 2005), della marchesa Cleria Malaspina di Treschietto che, nel 1638, è stata nominata reggente del Castel dell'Aquila dal genero Cosimo, marchese Malaspina del castello e del feudo, in lite violenta con il fratello Alessandro.Leggendo il saggio e, prima ancora, visitando il Castel dell’Aquila e respirando il contagioso entusiasmo della castellana e degli abitanti di Gragnola per il recupero fisico e metaforico, del loro castello, mi sono tornate in mente le parole di Marc Augé a proposito di cosa è un luogo, in senso antropologico, da contrapporsi ai contemporanei e sempre più diffusi non-luoghi: esso è “simultaneamente principio di senso per coloro che l’abitano e principio di intelligibilità per colui che l’osserva”;[1] in quanto identitario, relazionale e storico, il luogo è ciò che “esprime l’identità del gruppo e ciò che il gruppo deve difendere contro le minacce esterne e interne perché il linguaggio dell’identità conservi un senso”.[2]Così oggi, la comunità di Gragnola, grazie all’impresa di Gabriella Girardin, “difende” il suo castello, recuperando una parte importante delle proprie radici, poiché il luogo antropologico è tutt’altro che il luogo della memoria in cui apprendiamo l’immagine di ciò che non siamo più.Il luogo antropologico è storico nella misura in cui sfugge alla storia come scienza, perché vive nella storia, non fa storia. Questo è il luogo edificato dagli antenati, che i morti recenti popolano di segni che occorre saper coniugare o interpretare, in cui un calendario rituale preciso risveglia e riattiva a intervalli regolari le potenze tutelari.E così, nel XVII secolo, Cleria Malaspina difese il castello che le era stato affidato, decisa a “far testimonianza al mondo” di ciò che ingiustamente vi accadeva. La denuncia della Marchesa risuona vigorosa nelle pagine del saggio, grazie alla particolare sensibilità storica delle autrici, capaci di animare protagonisti così lontani nel tempo, tanto da farli immaginare come attori vivi e reali, dentro il Castello dell’Aquila, che fu e che è tornato ad essere luogo di dimora e di incroci significativi di esistenze. [1] MARC AUGE’, Nonluoghi. Ed. Elèuthera 2000, p. 51.[2] M. AUGE’, cit., p. 45.
RECENSIONE
scritto da Laura SalettiCastel dell'Aquila, "Luogo" edificato dagli Antenati che vive nella storiaSeguendo un antico manoscritto inedito, Maria Alberta Faggioli Saletti e Gabriella Girardin raccontano, nel bel saggio "Quello che mi è successo mentre son stata nel Castello dell'Aquila". 7-22 maggio 1638 (Editrice San Giacomo, Ferrara 2005), della marchesa Cleria Malaspina di Treschietto che, nel 1638, è stata nominata reggente del Castel dell'Aquila dal genero Cosimo, marchese Malaspina del castello e del feudo, in lite violenta con il fratello Alessandro.Leggendo il saggio e, prima ancora, visitando il Castel dell’Aquila e respirando il contagioso entusiasmo della castellana e degli abitanti di Gragnola per il recupero fisico e metaforico, del loro castello, mi sono tornate in mente le parole di Marc Augé a proposito di cosa è un luogo, in senso antropologico, da contrapporsi ai contemporanei e sempre più diffusi non-luoghi: esso è “simultaneamente principio di senso per coloro che l’abitano e principio di intelligibilità per colui che l’osserva”;[1] in quanto identitario, relazionale e storico, il luogo è ciò che “esprime l’identità del gruppo e ciò che il gruppo deve difendere contro le minacce esterne e interne perché il linguaggio dell’identità conservi un senso”.[2]Così oggi, la comunità di Gragnola, grazie all’impresa di Gabriella Girardin, “difende” il suo castello, recuperando una parte importante delle proprie radici, poiché il luogo antropologico è tutt’altro che il luogo della memoria in cui apprendiamo l’immagine di ciò che non siamo più.Il luogo antropologico è storico nella misura in cui sfugge alla storia come scienza, perché vive nella storia, non fa storia. Questo è il luogo edificato dagli antenati, che i morti recenti popolano di segni che occorre saper coniugare o interpretare, in cui un calendario rituale preciso risveglia e riattiva a intervalli regolari le potenze tutelari.E così, nel XVII secolo, Cleria Malaspina difese il castello che le era stato affidato, decisa a “far testimonianza al mondo” di ciò che ingiustamente vi accadeva. La denuncia della Marchesa risuona vigorosa nelle pagine del saggio, grazie alla particolare sensibilità storica delle autrici, capaci di animare protagonisti così lontani nel tempo, tanto da farli immaginare come attori vivi e reali, dentro il Castello dell’Aquila, che fu e che è tornato ad essere luogo di dimora e di incroci significativi di esistenze. [1] MARC AUGE’, Nonluoghi. Ed. Elèuthera 2000, p. 51.[2] M. AUGE’, cit., p. 45.