Storia, letteratura

Maria Alberta Faggioli Saletti


Gian Lodovico Masetti Zannini, ‘Gentil fu da che nacque’. Vita di Marfisa da Este Cybo, a c. di A. V. Masetti Zannini, Ferrariae Decus, Ferrara 2008.Nella celebrazione del quarto centenario della  morte di Marfisa d’Este Cybo (1554/1555-1608), figlia naturale di don Francesco d’Este (un figlio di Lucrezia Borgia), cugina di Alfonso II, l’ultimo Estense signore di Ferrara,  s’impone il bel volume del conte Gian Lodovico Masetti Zannini.L’autore, noto studioso, consegna un approfondimento fondamentale, tanto più se si sottolinea da subito che esso si avvale di una metodologia della ricerca storica postulante pazienti indagini negli Archivi italiani e studi annosi. La copiosa messe di fonti inedite reperite è pubblicata nell’Appendice del volume di più di trecento pagine. Come ha rilevato Giacomo Savioli, presidente della Ferrariae Decus, nel saggio introduttivo, …il nostro autore…si è affidato… al rigoroso metodo storiografico composito del reperimento delle fonti e della loro esegesi critica, interrogando i documenti onde renderli testimoni affidabili.Le pagine affascinanti sono scandite in capitoli brevi che raccontano in modo avvincente la vita della bellissima Marfisa il cui ritratto di bambina tra i cinque e i sei anni è affrescato nella Palazzina ferrarese a lei intitolata, la Palazzina di Marfisa in via Giovecca e il profilo di principessa è contenuto nella lapide commemorativa della sua morte, oggi collocata nel Cimitero della Certosa di Ferrara, sotto il grande arco che unisce i due bracci del chiostro, presso l’urna marmorea con i resti del duca Borso d’Este (p. 182).Ecco come la descrive Torquato Tasso nel sonetto composto in gara con un pittore: Dipinto avevi l’or de’ biondi crini (capelli)/ e de le guance le vermiglie rose,/ e quella bocca in cui natura pose/ quasi caro tesor perle e rubini;/ e ’l bianco petto e i suoi dolci confini,/ e mille vaghe altere e nove cose/ in prima non vedute, or non ascose,/e volevi ritrar gli occhi divini,/…Quali sono state le vicende più significative nella vita della figlia naturale di don Francesco d’Este, marchese di Massalombarda? Ricevuta un'educazione adeguata ed accolta nel Castello Estense,  Marfisa sposa, nel 1578, il cugino Alfonsino di Montecchio, morto tre mesi dopo le nozze. Non resta a lungo vedova. Il 10 aprile 1580, vengono celebrate le nuove nozze tra Marfisa d’Este e Alderano Cybo Malaspina marchese di Carrara, a Ferrara, nella residenza ducale con pranzo e ballo, poi con commedie in Castello, feste nella Palazzina della Giovecca, ed eventi ricordati dai cronisti. Marfisa ha 26 anni, Alderano ne ha 28, quindi sono quasi coetanei. Alderano ha vari creditori, Marfisa possiede un ricco patrimonio. Da allora, Alderano preferisce abitare a Ferrara, con la moglie, nella Palazzina della Giovecca, nell’attesa di ereditare il paterno principato di Massa e Carrara; attesa vana, perché il padre Alberico, principe di Massa e di Carrara, morirà dopo di lui ultracentenario, nel 1623 (pp. 83-86). Alderano e Marfisa abitano a Massa, nel Castello Malaspina dal 1595 al 1598 (aprile). Il ritorno a Ferrara s’impone a causa della morte del cugino Alfonso II d’Este senza eredi e della conseguente “devoluzione” di Ferrara alla Santa Sede. Nella Palazzina ferrarese della Giovecca moriranno sia Alderano (1606) che Marfisa (1608)Madre di sette figli, il suo primogenito Carlo Cybo, nato nel 1581, diventerà principe di Massa e di Carrara.Come accennato, nella Certosa di Ferrara, si trova ancora oggi una lapide nera  a lei dedicata.  Dopo la morte di donna Marfisa, avvenuta nel 1608, il figlio primogenito Carlo erige, nel 1613, un sepolcreto marmoreo con lapide che il nipote, cardinale Alderano Cybo, Legato in Ferrara (1651-1654), fa modificare, pur lasciando inalterata la data.Bionda, bellissima appunto e lodata anche per la sua virtù da poeti come Torquato Tasso: Ha gigli e rose ed ha rubini ed oro/ e due serene stelle e mille raggi/ il bel vostro purpureo e bianco viso:/ onde sua primavera e ‘lsuo tesoro,/ e gemme i vaghi fiori, e lieti maggi/ lucide fiamme son di paradiso;/ ma ‘l più bel pregio è la virtù de l’alma,/ ch’è di se stessa a voi corona e palma./ La natura v’armò, bella guerriera.