IL MIO POSTO MAGICO

UN ANGELO ALL'INFERNO


 ...ATTENZIONE: segue dal post successivo...APRILE 2007. Mi vennero a prendere in tre, ero legata con funi e catene, mi caricarono in un furgone, e lungo il tragitto vedevo scorrere dal finestrino i prati che mi avevano vista nascere. Una grande nostalgia dell’aria aperta mi attanagliò il cuore, mi mancava il profumo dei fiori e dell’erba fresca, l’odore dolce di mia madre e dei miei fratelli, il ronzio delle api e il vento tiepido d’aprile. Troppo presto il furgone si fermò, strappandomi ai ricordi della mia infanzia, mi fecero scendere e mi portarono in un capanno simile a quello dove vivevo, solo che in questo c’era moltissima gente tutta attorno ad un recinto. Tanto per ricordarmi la mia rabbia, ricevetti due bastonate sulla schiena, con l’ammonimento di “non far fare brutta figura al padrone”. Sapevo cosa dovevo fare: combattere, combattere fino all’ultimo sangue per non essere uccisa a mia volta. Mi portarono nel recinto, e quando alzai lo sguardo sul mio avversario, mi cedettero le zampe… Pepe, cresciuto incredibilmente e con lo sguardo annebbiato e folle, ringhiava minaccioso. Quando ci lasciarono lui si avventò subito, io ero incredula, quando sentii il primo morso il dolore era quasi insopportabile, mi tranciò l’orecchio di netto. Lo chiamai per nome, ma lui non sentiva, era un automa completamente svuotato di qualsiasi traccia di ricordi o di sentimento. Io SAPEVO cosa voleva dire il lavaggio del cervello subito, ma lui doveva aver sofferto molto più di me. Mi lasciai massacrare di morsi, incapace di agire contro mio fratello. Il signore distinto e il losco urlavano bestemmie, stavano perdendo un sacco di soldi… qualcuno ebbe pietà di me e mi tolse di dosso Pepe prima che potesse affondarmi i denti nella gola, ma io ormai ero una massa di sangue. Mi riportarono sul furgone, ogni buca della strada era uno inferno per le mie carni straziate e sanguinanti. Quando aprirono la porta, non eravamo al capanno che era stato la mia prigione per un anno, ma lungo il ciglio di una scarpata che costeggiava la strada. Mi fecero scendere, ma mi reggevo a malapena, mi diedero un calcio fortissimo sul fianco e caddi malamente oltre il nulla. Non sentivo più dolore tanto che pensavo di essere morta. Poi tra la nebbia della mia incoscienza alcune voci e un odore pungente di disinfettante. Mi sono risvegliata in questa clinica, ho male ovunque, non ci vedo più perché durante la caduta dalla scarpata, un rametto si è conficcato nel mio occhio. L’orecchio mi fa molto male, e così la ferita dell’intervento, ma il dolore più grande ce l’ho nel mio cuore. Le persone col camice verde sono tutte gentilissime e dolcissime, la prima volta che hanno provato ad accarezzarmi io mi sono scostata terrorizzata, ma poi mi hanno fatto capire che non volevano farmi del male. Da un paio di giorni viene a trovarmi una bambina, lei mi fa’ un sacco di coccole e mi riempie di giochini; oggi mi ha portato una pallina, ancora non ci posso giocare perché non riesco neanche ad alzare la testa, ma lei dice che mi riprenderò presto, che correrò insieme a lei nel giardino di casa sua, e che staremo sempre insieme. Dice che non sarà un problema il fatto che mi manca un orecchio, al massimo metteremo un cappellino e non si vedrà niente, neanche la mia cecità è un problema, tanto ho l’altro occhio… il suo sguardo è dolce quasi come quello di mia madre e profuma di buono. Anche i suoi genitori sono molto buoni con me, mi accarezzano il capo e mi parlano con molta tranquillità, dicono che presto andrò a vivere con loro. GIUGNO 2007.Sono sdraiata al sole con la piccola Gaia, la mia migliore amica. Dopo due mesi di ricovero sono andata a stare con lei e la sua famiglia. Ormai i giorni della mia prigionia sono finiti, anche se sono ancora impaurita dai rumori improvvisi o dalla mazza della scopa. Ora sono abbastanza serena, tranne quando la notte sogno di essere ancora rinchiusa in quella maledetta cella e di ricevere percosse e ustioni, ma Gaia mi accarezza amorevole quando sente che mi agito nel sonno e mi riporta alla fortunata realtà in cui adesso vivo. La mia vita è stata tragica, pensavo di non farcela, ma adesso ho ripreso a vivere. Il mio pensiero va a mio fratello, che non è stato così fortunato. La mamma di Gaia ha detto che la banda che organizzava i combattimenti è stata smantellata ed arrestata, ma purtroppo durante l’operazione di sequestro, qualcosa è andato storto ed è scoppiato un incendio nel capanno. Tutti i cani sono morti insieme al signore distinto che portò via Pepe quando era cucciolo. Ogni tanto c’è giustizia, ma spero comunque che abbia sofferto moltissimo, almeno quanto abbiamo sofferto io e  mio fratello.                                                                                          SYBEL