MAGGIO 2007. Da qui inizia la mia storia, adesso che ho conosciuto il vero amore, adesso che so cosa vuol dire guardare negli occhi una persona amica, perché troppo spesso mi sono illusa, perché troppo spesso sono stata abbandonata e ho vissuto nell’illusione di sapere cosa significasse una vita “normale”. Sono ricoverata in una clinica privata, a malapena riesco ad esprimermi, perché visto che i dolori erano troppo forti e mi lamentavo continuamente, mi hanno messa sotto sedativo, e poi si sa, una flebo non fa piacere a nessuno, e ho tentato di strapparmela più volte. Ho una lunga fila di punti che parte dal fianco e finisce sulla coscia, a causa di un intervento per ricomporre una brutta frattura, parti sparse per il corpo in cui la pelle viva fa capolino tra la mia folta peluria a causa di alcune ustioni provocate con un attizzatoio rovente, non ho più un orecchio, strappatomi a morsi da mio fratello ed infine ho perso un occhio a causa di un volo nel vuoto. MARZO 2006. Mi chiamo Ginevra, ma tutti mi hanno sempre chiamata Gin, l’unico ricordo della mia nascita è un caldo tepore primaverile e l’odore di fiori di campo che circondava tutto. Sono l’ultima di sette fratelli, ma supero tutti con la mia mole, la mia vita sembrava bellissima: la mamma, i miei fratellini ed io eravamo molto uniti, quando uno di noi faceva qualcosa di sbagliato, la mamma lo prendeva per la collottola e lo rimproverava amorevolmente, lei era una mamma meravigliosa. Tutto era perfetto fino a quel maledetto giorno… Era venuto a trovarci un signore molto distinto, in giacca e cravatta, subito io e i miei fratelli gli siamo andati incontro per accoglierlo, lui ci ha fatto qualche carezza guardando ognuno con uno sguardo che mi sembrava di approvazione e poi ha chiamato un altro signore, a me lui ha fatto subito paura, e infatti su indicazione del primo, ha preso me e uno dei miei fratelli e ci ha chiusi in un sacco. Io e Pepe avevamo molta paura, sentivamo mia madre che piangeva disperata, aveva tentato anche di fermare i due farabutti che le stavano rubando due dei suoi figli, ma l’hanno picchiata in testa con un bastone e lei è svenuta. Il viaggio verso l’ignoto e l’orrore era iniziato. Pepe piangeva e tremava, ma io che sono sempre stata la dura, cercavo di tranquillizzarlo. Dopo qualche ora siamo arrivati nella nostra prigione, un capanno buio e umido pieno di celle. Ci hanno chiusi in una di queste scaraventandoci letteralmente a terra, avevano freddo e sete, ma non c’era nulla con cui poterci rifocillare. Ad un tratto la cella si è aperta, il signore distinto era accompagnato da un altro signore in giacca e cravatta come lui, che ha additato Pepe e ha detto che andava bene. Poi è entrato il tipo losco che ci aveva catturati e ha preso mio fratello, io ho cercato di difenderlo ma non ne sono stata capace, erano troppo grandi e forti per me, in compenso ho rimediato un calcio che mi ha stordita, mentre ero distesa a terra ansimante, sentivo Pepe che urlava dal terrore, così sono rimasta sola. Credo di aver iniziato a questo punto ad avere proprio paura. Passarono vari giorni, mangiavo solo pane duro e carne cruda, l’acqua puzzava di fango, e il pavimento era pieno dei miei escrementi, che nessuno puliva. Ero sempre più depressa e mi stavo lasciando andare, ma il peggio doveva ancora arrivare. ATTENZIONE: x la continuazione della storia leggete i due post precedenti