IL BASILISCO DELLA BASILICALa misteriosa armatura degli Arcipreti in mostra. La storia comincia in una gelida notte di Natale di tanto tempo fa: l’Arciprete di Aquileia celebra la Messa solenne in Basilica, sfoggiando un’armatura medioevale. Chierichetti reggono parti della stessa, chi un guanto, chi lo scudo, chi l’alabarda. E’ mezzanotte: con la corazza sul petto e l’elmo con la celata calata, viene brandita la spada, benedicendo i fedeli ai quattro angoli del Globo, nord, sud, est, ovest. Questo rito si ripete da circa 100 Natali: la leggenda spiega che si ripropone un fatto storico, di quando un Patriarca, allora Signore Feudale, celebrò la Messa di Natale armato ed accampato, pronto per la battaglia, dando la benedizione al suo esercito con la spada. Il nome del Patriarca si è perduto nelle nebbie del tempo e il rito stesso della “Messa dello Spadone” è divenuto leggenda, delle cui origini e motivazioni si sa poco. Quel che è certo è che la storia differisce notevolmente dal rito omonimo che si svolge a Cividale e che ogni Epifania rimembra l’insediamento del Patriarca di Aquileia Marquardo von Randek, il 6 luglio 1366.Un erudito informatore mi ha detto di ricordare di aver letto 40 anni fa un articolo sulla raccolta “STUDI GORIZIANI” degli anni ’50 del ‘900, dove Mons. Enrico Marcon avrebbe narrato come il rito esordì a Gorizia per la prima volta a fine ‘800 – inizi ‘900. Specificò inoltre che la spada veniva brandita non a benedire, come in seguito si ritenne, ma a minacciare e maledire i nemici della Chiesa provenienti dai 4 punti cardinali.
" alt="IL BASILISCO DELLA BASILICA" /> Per ammirare da vicino la leggendaria armatura ho visitato la mostra “Michele il Guerriero Celeste” , dove queste armi degli Arcipreti di Aquileia sono state concesse in esposizione da Mons. Michele Centomo, parroco, al Gruppo Archeologico Aquileiese, affinché le potessero affiancare al culto dell’arcangelo guerriero, spesso ritratto in tenuta da paladino. L’armatura da sola meritava la visita. Finemente decorata, per confronto con altri esemplari direi che l’armatura è in stile XV – XVI sec. La spada, in particolare, sembrerebbe della prima metà del ‘500, ha impugnatura in legno, apparentemente mancante di un’imbottitura di cuoio. Su corazza e scudo, tra rose, quadrifogli ed arabeschi vegetali, spicca un grande stemma nobiliare recante un basilisco, mostro leggendario in parte gallo ed in parte serpe , sormontata da una corona. Sui guanti e sull’elmo, delfini e quadrifogli, con fitta vegetazione. La corazza ed un guanto appaiono molto ossidati, a differenza degli altri pezzi abbinati. Si tratta forse di un falso? Certo potrebbe avere due parti autentiche e le altre ricostruite più o meno fedelmente. La spesa per una simile opera, soprattutto per la decorazione su una già costosa armatura, mi spinge a ritenere che dovesse avere una notevole rilevanza. Oltre tutto, vista le distanza dei fedeli durante il rito, non vi sarebbe stata necessità di riprodurre tale complessa decorazione solo per “fare scena”. Lo stemma del casato apre un nuovo enigma: esso rendeva identificabile il guerriero mascherato dall’elmo, come la “S” ed il pipistrello sul petto di Superman e di Batman. Se si fosse scelta un’armatura qualunque per inscenare un rito “folkloristico”, perché non costruirne una ad hoc con simboli religiosi o, meglio ancora, liscia? Perché rischiare di usare le armi “firmate” di un casato nobiliare? Due ipotesi appaiono ragionevoli. Nella prima, l’illustre proprietario godeva di notevole prestigio presso la Diocesi di Gorizia, tanto da eleggerne le armi in un rito poi frainteso (che forse inizialmente prevedeva la presenza di un diacono facente la parte del Conte, braccio armato od alleato del Patriarca). Nella seconda, l’armatura sarebbe stata scelta solo in virtù del simbolo, spogliato di valore araldico, assorto a sintesi di luce e di tenebre, bene e male: una specie di “lotta del gallo e della tartaruga” uniti nel cuore dell’uomo.L’armatura, dunque, potrebbe essere stata parzialmente ricostruita ai primi anni del XX sec., ma anche essere la fusione di due armature del medesimo casato o persino dello stesso conte, una rovinata ed una no. I pezzi integrati potrebbero sostituire i mancanti causa smarrimento oppure a seguito di una spartizione equa del “trofeo” tra due soggetti.Forse le parti rovinate erano state prelevate (legittimamente o meno) da un sarcofago aperto? Spesso le lastre sepolcrali ritraevano con precisione quasi fotografica e dovizia di dettagli il defunto, le sue vesti e le sue armi, potendo quindi il sarcofago fornire una guida alla ricostruzione di parti non ritrovate, trafugate o timorosamente lasciate alla salma. LA CORONAHo iniziato allora a cercare indizi che portassero all’identificazione del misterioso cavaliere. La corona sullo stemma appariva classificabile come corona di Conte nella forma tollerata (con “le punte”). Rapidamente scartai dalla lista dei candidati i Conti di Gorizia: lo stemma non coincideva e in più occasioni erano stati ostili al Patriarcato, per quanto la loro città vedesse oggi la sede dell’Arcidiocesi. Se, dunque, l’armatura era effettivamente appartenuta ad un conte, poi divenuto Patriarca, egli avrebbe dovuto combattere tra ‘400 e ‘500: sappiamo che il Friuli venne devastato da 9 anni di guerre iniziate nel 1411 tra l'esercito imperiale, schierato con Cividale, e quello veneziano, schierato con Udine, che ebbe la meglio nel 1420. Nel 1445 il Patriarca Ludovico Trevisan accettò di fatto la fine della reale autonomia politica del Patriarcato, controllato dalla Repubblica di Venezia, anche se formalmente retto da un Provveditore Generale. Armatura e ultime guerre patriarcali sembrano dunque sfasate di circa 50-100 anni, portando a concludere che il proprietario dell’armatura non poteva essere anche il protagonista della leggenda, a meno che non avesse preso parte a battaglie come membro di un casato e non come Patriarca. I DELFINII delfini incisi sull’elmo e sui guanti, accoppiati, affrontati e guizzanti dovevano essere ben più che un semplice ornamento.Setacciando elenchi di stemmi araldici, approdai infine alla famiglia Dosi di Bologna o Dosi-Delfini di Roma: i delfini di uno stemma in particolare, intestato a DVUOXIO, sembravano perfettamente identici a quelli dell’armatura, in particolare per la posa ondeggiante, gli svolazzi delle pinne e la bocca spalancata con lingua biforcuta, particolare questo più unico che raro tra i delfini araldici che ho potuto osservare.
" alt="IL BASILISCO DELLA BASILICA" /> IL BASILISCONon restava che inseguire il rapido mostro basilisco, simbolo di longevità ed eternità del casato. La leggenda dei basilischi è antichissima, la loro nascita inquietante, il loro potere mortale: riuscivano a desertificare i territori col fiato tremendo ed a pietrificare con lo sguardo. Solitamente venivano rappresentati come galli dalla coda di rettile. Per generare un basilisco occorrerebbe un uovo sferico, deposto da un gallo – maschio - anziano (per taluni di sette anni, con la stella Sirio ascendente), covato fino a 9 anni da un serpente o da un rospo. Persino Leonardo da Vinci li incluse nel suo Bestiario. L’animale, d’altronde, veniva ritenuto reale anche nei racconti popolari friulani: pare abitasse sia in Carnia (dove seccava l’erba d’intorno, volando di vetta in vetta) che nella Bassa, in particolare nelle paludi e nei boschi (dove era soprattutto definito velocissimo e che mai andava fissato … cosa questa che rendeva assai difficile descriverlo): al sarpint cu li’alis, al basalist, il basilisc, el drago … questi alcuni dei nomi. In alcune leggende, terrorizzava villaggi e regni, finché non interveniva un eroe a sconfiggerlo.Nel IV sec., era stata la città di Genova ad essere tormentata da un basilisco, nascosto in un pozzo vicino alla Basilica degli Apostoli: l’allora Vescovo S. Siro ammansì l’animale e lo esiliò verso il mare, vedendosi dedicata, per il miracolo, la Basilica limitrofa. Ad Aquileia stessa, nel XV sec., S. Siro aveva una chiesa a lui dedicata e la sua statua ancora campeggia su un pilastro della Basilica. G. Borzaga, nel suo “Leggende dei castelli del Trentino”, racconta di come, nel medioevo (presumibilmente XV sec.) i ruderi del Castello di S. Gottardo (e l’annessa caverna) sul monte che sovrasta la cittadina di Mezzocorona, vennero presi a tana da un feroce drago basilisco. Il giovane e coraggioso Conte Ugo Firmian osò ergersi a paladino: solo, ma armato di intelligenza, distrasse il basilisco con uno specchio e del latte, riuscendo ad ucciderlo con la sua spada. Una goccia del sangue del mostro, sfortunatamente, scivolò lungo la lama penetrando tra le piastre dell’armatura ed avvolgendo il conte vincitore nelle fiamme. I paesani, accorsi, trovarono solo l’animale morto ed un armatura piena di cenere. Forse che di tale leggenda poteva fregiarsi un discendente del coraggioso e sfortunato eroe? Non ho trovato traccia del mitico Ugo nella nobile famiglia austriaca dei Von Firmian. Fu davvero un Firmian, l’eroe dimenticato? O un altro conte, o magari un cavaliere di passaggio, a battersi contro il male ed a venir associata dalla popolazione ai nobili locali?Il nostro stemma, tuttavia, non si limita al già raro, in araldica, basilisco: l’animale ritratto è pure della famiglia delle anfisbene, mostruose creature senza capo nè coda, o, meglio, con due teste, che dormivano ad intermittenza. Tale particolarissima forma mi ha condotto, credo, al vero proprietario dell’armatura misteriosa.
" alt="IL BASILISCO DELLA BASILICA" /> I CONTI SBRUGLIO“Descrizione: gallo al naturale di cui la coda a foggia di testa di basilisco di verde su argento - Famiglia: Sbruglio – Città: Udine e Cormons - Province: Udine e Gorizia – Riferimento: Spreti 6°, pag. 173.” Questa la perfetta corrispondenza che, dopo aver sfogliato pagine e pagine di stemmi araldici, mi ha portato alla famiglia dei Conti Sbruglio.Tedeschi di origine, essi giunsero in Friuli prima del XIII sec. Dei due rami che ne discesero, quello degli Sbruglio si stabilì a Cividale, Udine e Cormons. Ricevettero beni feudali sia dal Conte di Gorizia che dal Patriarca di Aquileia, tra i quali il "feudo di abitanza" del castello di Cormons ed il castello di Moruzzo. La famiglia venne aggregata al consiglio nobile di Udine nel 1388 e nei secoli successivi si arricchì con possedimenti fondiari e rendite nel Friuli centrale ed orientale, come la “gastaldia di Tolmezzo”, in parte di natura feudale (come diritti di pesca e guadi). A San Pier d’Isonzo, il guado che portava a Villesse era di proprietà dei Conti Sbruglio, residenti a Cassegliano fin dal 1400. Oltre alla chiesa attuale, esistevano altre due chiese, che vennero distrutte da un alluvione nel 1492. Una era dedicata al Ss. Salvatore e, cosa molto interessante, sorgeva nei pressi di Villa Sbruglio-Prandi. Di queste due chiese non restano che cenni in pochi documenti. Forse la “riesumazione” parziale dell’armatura è dovuta alla furia della Natura? Sarebbe possibile che qualcuno l’abbia trovata affiorante dal fango, fuoriuscita da un sarcofago, e se ne sia appropriato? Potrebbe essersi spacciato per conte e cavaliere in territori lontani, dove lo stemma del basilisco fosse meno riconoscibile, magari in Trentino, trovando una morte eroica su una pira funebre? Oppure se ne sarebbe sbarazzato o, piuttosto, potrebbe averla venduta alimentando in tutti i casi una leggenda? Sarebbe, infine, tornata in patria come una “reliquia”? Pure speculazioni. E’ però certo che nel 1876 la famiglia Sbruglio vendette la proprietà, che, dopo alcuni passaggi divenne della famiglia Prandi di Trieste. Oggi la ex Villa Sbruglio-Prandi è nota come Villa Facchini – Revignas. Forse quando la famiglia Sbruglio lasciò la villa, anche l’armatura passò, in tutto o in parte, al tesoro della Diocesi di Gorizia.Opportunità a parte, occorrerebbe capire perché l’armatura di un nobile locale possa essere divenuta quasi una “reliquia”, degna di rappresentare la lotta della Luce contro le Tenebre. Quale esponente della famiglia Sbruglio, morto nel XVI sec., poteva essersi particolarmente distinto? Mirabile a dirsi, ne ho trovato non uno ma due, Riccardo e Giuseppe, zio e nipote, uno distintosi eccezionalmente nel Bene e l’altro perdutosi tragicamente nel Male, come doppia è la natura simbolica del Basilisco. Riccardo Sbruglio appare appena nominato nelle fonti odierne italiane che ho trovato: alcune sue poesie vennero pubblicate nel 1518 in una raccolta di autori vari tra i quali anche Pietro Bonomo (1458-1546), intellettuale, statista, diplomatico e Vescovo di Trieste. Egli è invece notissimo in Germania. Tuttavia, sono riuscito a trovare un resoconto della sua biografia (e del nipote) in un testo italiano del 1762, di cui ho potuto consultare copia: “NOTIZIE DELLE VITE ED OPERE scritte DA’LETTERATI DEL FRIULI raccolte DA GIAN-GIUSEPPE LIRUTI Signor di Villafredda, ecc. …”. “Ricciardo” Sbruglio nacque nel 1480 a Udine e nulla si seppe di lui dopo il 1525 (anche se una fonte ne data la morte al 1561), si laureò in Scienze ed anche in Filosofia presso l’Università di Bologna. Qui strinse sincere amicizie che lo condussero a viaggiare e recarsi in Germania, dove, prima per lettera e poi di persona, divenne amico del famosissimo Erasmo da Rotterdam. Nel 1518 l’Imperatore Massimiliano I lo assunse come poeta di corte e Storico Cesareo (biografo del monarca), insignendolo anche del titolo di Cavaliere Aureato. Riccardo produsse numerose opere di gran pregio, è stato un fine diplomatico, ma era anche una persona amabilissima ed amatissima, di grande spessore umano. Di lui si perdono le tracce dopo il 26 marzo 1525, quando giunse da Vienna a Budapest, Ungheria, con la delegazione del Cardinale Lorenzo Campeggi, su incarico del Pontefice. Appassionato di cavalleria e poemi epici, insignito del Cavalierato Aureato dall’Imperatore, poteva forse Riccardo Sbruglio aver portato una decoratissima armatura da gala? Non pare che egli fosse stato soldato, anzi, sembrerebbe aver lasciato un Friuli in guerra proprio per dedicarsi alle lettere ed alla scienza, eppure avrebbe potuto apprezzare il bagliore dei metalli sui quali scrisse anche un testo. GLI ARCIVESCOVI DI GORIZIAA questo punto, non resta che rigirare il problema ed affrontarlo dalla parte dell’istitutore del rito: un arcivescovo di Gorizia. Forse poteva essere un discendente di qualche famiglia legata allo stemma del basilisco o con antenati leggendari? Se i primi tre furono effettivamente Conti, i successivi non vantavano tale casato ed una prima indagine non ha evidenziato per nessuno legami di sangue con la famiglia Sbruglio.Francesco Borgia Sedej (1906-1931) è il più probabile “creatore” del rito: esperto di scienze bibliche e lingue orientali, Direttore degli Studi presso lo stesso “Augustineum” dove si era laureato brillantemente, sarebbe divenuto anche docente della Facoltà Teologica di Vienna, se non fosse che nel 1898 l’Arcivescovo di Gorizia Missia lo volle in Diocesi, nominandolo Canonico Teologo e parroco della chiesa metropolitana. IL MISTERO CONTINUACome mostrato, la mia indagine non ha affrontato il mistero partendo da atti ufficiali della Curia, bensì risalendo a ritroso, selezionando via via con ipotesi e deduzioni le diverse possibilità, a partire dall’oggetto stesso. Sicuramente, esisteranno atti ufficiali di richiesta da parte di un Arcivescovo di Gorizia alla Santa Sede per l’autorizzazione ad istituire il rito della “Messa dello Spadone” e, forse, ulteriori documenti, che possano dettagliare con sicurezza la storia dell’armatura misteriosa, smentendo o confermando quanto fin qui solo ipotizzato. Tiziano De Simone