Non dimenticherò mai quella notte di giugno del '97. Sono stanco morto dopo una giornata di preghiera e di ritiro con i giovani di un villaggio lontano una ventina di chilometri da Fianga. Qualcuno mi chiede se posso trasportare sulla Toyota una giovane mamma che da tre giorni si trova nel dispensario con emorragie gravi e deve partorire ... il rischio è alto per lo vita della mamma e del bambino. A Fianga c'è un semplice ospedale dove lavorano i Medici senza Frontiere, e forse loro possono tentare l'impossibile! Dico subito di sì, ho paura e, nel buio della notte, solo i fari della macchina accesi, tentiamo di caricare la mamma in macchina. Avvicino la Toyota il più possibile e vedo che le donne amiche dell'ammalata non si sbrigano ... questi africani, penso, la loro calma mi dà ai nervi. "Sbrigatevi", grido, "fate presto, ci vorrà almeno un'ora di macchina prima di arrivare all'ospedale" ... Nessuno mi ascolta, nessuno parla ... lì, per terra, in mezzo alla sabbia, senza parole, senza grida, senza niente, il bambino ha deciso di nascere! Non è possibile, cosa facciamo, cosa si fa in questi casi? Le donne (solo loro possono assistere al parto), mi chiedono se posso far loro un po' di luce per riuscire a vedere e aiutare lo mamma ... prendo lo mia torcia e comincio a fare da impianto di illuminazione in quella sala operatoria sotto le stelle. Tutto dura solo qualche minuto, senza grida e nella calma più ,assoluta, ognuno sa quel che deve fare. E il pianto del bambino,un maschietto, che rompe il silenzio e poi le risa di gioia di tutte le donne. Io sono paralizzato e ancora più bianco del solito ... me ne resto lì ancora con la torcia accesa per vedere come procede l'intervento ... con un pezzo di vetro trovato per terra tagliano il cordone ombelicale e aspettano l'uscita della placenta che poi viene raccolta in un pezzo di stoffa e portata via. La mamma del bimbo, quella mamma di cui non conosco il nome, si alza, mi chiede come mi chiamo e dà al bambino il mio nome ... mi ringrazia e insieme alle amiche se ne torna a casa, col piccolo nato tra le braccia. Ritorno alla missione con la Toyota, guidando nella notte e penso a tutto quello che è capitato e che sarebbe potuto capitare, che quella mamma senza nome e quel bambino potevano morire ... Io sono ancora sconvolto, le donne invece, come se ancora le sentissi, stanno cantando nella notte il loro amore per la vita!
LA FORZA DELLA VITA
Non dimenticherò mai quella notte di giugno del '97. Sono stanco morto dopo una giornata di preghiera e di ritiro con i giovani di un villaggio lontano una ventina di chilometri da Fianga. Qualcuno mi chiede se posso trasportare sulla Toyota una giovane mamma che da tre giorni si trova nel dispensario con emorragie gravi e deve partorire ... il rischio è alto per lo vita della mamma e del bambino. A Fianga c'è un semplice ospedale dove lavorano i Medici senza Frontiere, e forse loro possono tentare l'impossibile! Dico subito di sì, ho paura e, nel buio della notte, solo i fari della macchina accesi, tentiamo di caricare la mamma in macchina. Avvicino la Toyota il più possibile e vedo che le donne amiche dell'ammalata non si sbrigano ... questi africani, penso, la loro calma mi dà ai nervi. "Sbrigatevi", grido, "fate presto, ci vorrà almeno un'ora di macchina prima di arrivare all'ospedale" ... Nessuno mi ascolta, nessuno parla ... lì, per terra, in mezzo alla sabbia, senza parole, senza grida, senza niente, il bambino ha deciso di nascere! Non è possibile, cosa facciamo, cosa si fa in questi casi? Le donne (solo loro possono assistere al parto), mi chiedono se posso far loro un po' di luce per riuscire a vedere e aiutare lo mamma ... prendo lo mia torcia e comincio a fare da impianto di illuminazione in quella sala operatoria sotto le stelle. Tutto dura solo qualche minuto, senza grida e nella calma più ,assoluta, ognuno sa quel che deve fare. E il pianto del bambino,un maschietto, che rompe il silenzio e poi le risa di gioia di tutte le donne. Io sono paralizzato e ancora più bianco del solito ... me ne resto lì ancora con la torcia accesa per vedere come procede l'intervento ... con un pezzo di vetro trovato per terra tagliano il cordone ombelicale e aspettano l'uscita della placenta che poi viene raccolta in un pezzo di stoffa e portata via. La mamma del bimbo, quella mamma di cui non conosco il nome, si alza, mi chiede come mi chiamo e dà al bambino il mio nome ... mi ringrazia e insieme alle amiche se ne torna a casa, col piccolo nato tra le braccia. Ritorno alla missione con la Toyota, guidando nella notte e penso a tutto quello che è capitato e che sarebbe potuto capitare, che quella mamma senza nome e quel bambino potevano morire ... Io sono ancora sconvolto, le donne invece, come se ancora le sentissi, stanno cantando nella notte il loro amore per la vita!