"La mai generazione ha un trucco buono: critica tutti per non criticar nessuno. E fa rivoluzioni che non fanno male così che poi non cambi mai"M. Agnelli Parlare di sinistra oggi è piuttosto complesso. Perché farlo spesso significa avere a che fare e scontrarsi con una sorta di modello unico, che, nonostante le apparenti diversificazioni, campeggia incontrastato in un’area sempre più confusa del paese. Nonostante si moltiplichino le sinistre e ognuna di esse rivendichi la propria autenticità, siamo di fronte ad un appiattimento generale, fin troppo evidente nei fatti di cronaca, che raccontano spesso di gruppi chiusi al dialogo. Il modello unico ha fatto breccia nel cuore della sinistra. Un tempo, sarebbe stato un paradosso. Oggi, invece, quei ragazzi che alzano barricate per non far parlare Ferrara o chi per lui, quei soggetti che non lasciano esprimere la propria diversità, incalzano e rappresentano la contraddizione di un mondo che rivendicano, ma di cui non sono la più lucida espressione. Sembra, infatti, assurdo riscontrare che dalle ceneri di un partito (il Pci), che nonostante la sua critica sociale contrassegnata dal marxismo, abbia spesso ricercato nel dialogo con i lontani, la propria forza e la propria originalità, gli eredi di quella tradizione siano un esercito d’intolleranti, privi il più delle volte di argomentazioni. Criticare Ferrara è lecito (anzi a mio giudizio imprescindibile visto l’ideologica prospettiva della sua campagna elettorale): di lui si può dire tutto il male possibile ed immaginabile, ma solo attraverso quello che è il logico meccanismo democratico, che passa nell’argomentazione delle idee, nella confutazione, nel dare motivo di un dissenso. La sinistra di oggi non motiva più il suo dissenso. Dissente e basta. Ora con il fischio brutale ed animale, ostentato nelle piazze, ora nelle riflessioni retrò dei suoi “novelli” leader (l’ossimoro è perfetto): da Ferrando alla D’Angeli (versione più giovanile di una sinistra senza contenuto), passando anche per Bertinotti, Diliberto, Giordano, Pecoraro Scanio. Tutte facce e semplicemente facce che non hanno rappresentatività. Usano spesso categorie superate, rispolverano la lotta di classe, la morte della proprietà, il santino di Lenin, come intruppati in una memoria storica parziale e deleteria. La storia è andata avanti e anche i partiti necessitano di un cambiamento reale. Il comunismo è stato comunque sconfitto dalla storia e la nostalgia per quel modello non trova accoglimento nelle sfide di questo tempo e della politica di oggi. La sinistra italiana vive uno smarrimento turbolento dinanzi a questi risvolti, spesso rispolverando slogan che non hanno la forza di contenuto di un tempo. È lo stesso atteggiamento di chi come Pizza e company si ancora alla forza di un simbolo passato per mascherare il vuoto di un contenuto. Non serve una sinistra “pro forma” né tanto meno tante piccole sinistre battagliere contrapposte a se stesse. Sono convinto che la sinistra abbia un senso solo se capace d’interpretare un ruolo di critica sociale seria, che non si trova solo nel criticismo nudo e crudo, tanto per… ma nel proporre con autorevolezza e alla luce dei tempi il senso dell’uguaglianza sociale a tutti i livelli, cioè, coltivando anche spazi dove tutti abbiano diritto di dire la propria e dove non ci sia il tentativo di annullare l’altro. Se la sinistra non è una forza democratica che senso ha? Invece, anche nell’esperienza quotidiana, il mito del “salvare la sinistra” si propaga attraverso l’emulazione di metodologie passate (pugno alzato, saluti del tipo “compagni”): dal punto di vista universitario, ne potrei raccontare a milioni di questi episodi e contraddizioni. Gente che poi non sa argomentare sulle proprie proposte, senza sembrare un libro stampato dalle edizioni Kaos. Non è un caso che Bertinotti abbia condannato le contestazioni a Ferrara e sia stato perfettamente “ignorato” dal suo popolo. Molti di quei ragazzi parlano di proletariato e sottoproletariato come se parlassero di calcio. È facile farlo, quando tra l’altro, in diversi casi, si è figli di papà. Sono quei meccanismi di “contaminazione culturale” a cui faceva riferimento Pierpaolo Pasolini più di trent’anni fa, quando critica gli atteggiamenti di alcuni giovani dei movimenti studenteschi, espressione spesso più di una visione culturale aristocratica, che popolare. Anche Pasolini è superato. Solo che lui certe cose le diceva appunto negli anni Sessanta e Settanta. Ed è stato uno dei principali intellettuali del Novecento.
LA SINISTRA CRIPTICA
"La mai generazione ha un trucco buono: critica tutti per non criticar nessuno. E fa rivoluzioni che non fanno male così che poi non cambi mai"M. Agnelli Parlare di sinistra oggi è piuttosto complesso. Perché farlo spesso significa avere a che fare e scontrarsi con una sorta di modello unico, che, nonostante le apparenti diversificazioni, campeggia incontrastato in un’area sempre più confusa del paese. Nonostante si moltiplichino le sinistre e ognuna di esse rivendichi la propria autenticità, siamo di fronte ad un appiattimento generale, fin troppo evidente nei fatti di cronaca, che raccontano spesso di gruppi chiusi al dialogo. Il modello unico ha fatto breccia nel cuore della sinistra. Un tempo, sarebbe stato un paradosso. Oggi, invece, quei ragazzi che alzano barricate per non far parlare Ferrara o chi per lui, quei soggetti che non lasciano esprimere la propria diversità, incalzano e rappresentano la contraddizione di un mondo che rivendicano, ma di cui non sono la più lucida espressione. Sembra, infatti, assurdo riscontrare che dalle ceneri di un partito (il Pci), che nonostante la sua critica sociale contrassegnata dal marxismo, abbia spesso ricercato nel dialogo con i lontani, la propria forza e la propria originalità, gli eredi di quella tradizione siano un esercito d’intolleranti, privi il più delle volte di argomentazioni. Criticare Ferrara è lecito (anzi a mio giudizio imprescindibile visto l’ideologica prospettiva della sua campagna elettorale): di lui si può dire tutto il male possibile ed immaginabile, ma solo attraverso quello che è il logico meccanismo democratico, che passa nell’argomentazione delle idee, nella confutazione, nel dare motivo di un dissenso. La sinistra di oggi non motiva più il suo dissenso. Dissente e basta. Ora con il fischio brutale ed animale, ostentato nelle piazze, ora nelle riflessioni retrò dei suoi “novelli” leader (l’ossimoro è perfetto): da Ferrando alla D’Angeli (versione più giovanile di una sinistra senza contenuto), passando anche per Bertinotti, Diliberto, Giordano, Pecoraro Scanio. Tutte facce e semplicemente facce che non hanno rappresentatività. Usano spesso categorie superate, rispolverano la lotta di classe, la morte della proprietà, il santino di Lenin, come intruppati in una memoria storica parziale e deleteria. La storia è andata avanti e anche i partiti necessitano di un cambiamento reale. Il comunismo è stato comunque sconfitto dalla storia e la nostalgia per quel modello non trova accoglimento nelle sfide di questo tempo e della politica di oggi. La sinistra italiana vive uno smarrimento turbolento dinanzi a questi risvolti, spesso rispolverando slogan che non hanno la forza di contenuto di un tempo. È lo stesso atteggiamento di chi come Pizza e company si ancora alla forza di un simbolo passato per mascherare il vuoto di un contenuto. Non serve una sinistra “pro forma” né tanto meno tante piccole sinistre battagliere contrapposte a se stesse. Sono convinto che la sinistra abbia un senso solo se capace d’interpretare un ruolo di critica sociale seria, che non si trova solo nel criticismo nudo e crudo, tanto per… ma nel proporre con autorevolezza e alla luce dei tempi il senso dell’uguaglianza sociale a tutti i livelli, cioè, coltivando anche spazi dove tutti abbiano diritto di dire la propria e dove non ci sia il tentativo di annullare l’altro. Se la sinistra non è una forza democratica che senso ha? Invece, anche nell’esperienza quotidiana, il mito del “salvare la sinistra” si propaga attraverso l’emulazione di metodologie passate (pugno alzato, saluti del tipo “compagni”): dal punto di vista universitario, ne potrei raccontare a milioni di questi episodi e contraddizioni. Gente che poi non sa argomentare sulle proprie proposte, senza sembrare un libro stampato dalle edizioni Kaos. Non è un caso che Bertinotti abbia condannato le contestazioni a Ferrara e sia stato perfettamente “ignorato” dal suo popolo. Molti di quei ragazzi parlano di proletariato e sottoproletariato come se parlassero di calcio. È facile farlo, quando tra l’altro, in diversi casi, si è figli di papà. Sono quei meccanismi di “contaminazione culturale” a cui faceva riferimento Pierpaolo Pasolini più di trent’anni fa, quando critica gli atteggiamenti di alcuni giovani dei movimenti studenteschi, espressione spesso più di una visione culturale aristocratica, che popolare. Anche Pasolini è superato. Solo che lui certe cose le diceva appunto negli anni Sessanta e Settanta. Ed è stato uno dei principali intellettuali del Novecento.