Libera informazione in libero Stato: “sogno o son desktop...?” canterebbero probabilmente Elio e le Storie Tese. Il clima che si respira intorno all’editoria è tutt’altro che favorevole: “colpa” o “merito” di Grillo, che nell’edizione 2008 del V-Day ha riproposto, tra provocazioni accettabili ed altre decisamente meno, il ruolo centrale dell’informazione, da depurare da ogni deformazione. Ora senza argomentare su Grillo, il tema mi sembra davvero importante e tutt’altro che secondario. Il problema dell’informazione in Italia esiste: è un dato di fatto. Lo sperimento anche personalmente nella mia “piccolissima carriera” giornalistica, dove bisogna stare attenti quasi col misurino a quel che si dice e a quel che non si dice; peraltro quando ci si riesce a liberare dalle “restrizioni” editoriali, s’incappa naturalmente nel personaggio di turno (politico o chi per lui) che prova a screditare il tuo lavoro, nella maggior parte dei casi mai con un attacco frontale, ma attraverso una sottile campagna di diffamazione sul territorio. Così, per esempio, mi è capitato di ritrovarmi definito “chiacchierone” da persone che a mala pena mi hanno salutato a una distanza di 50 metri e senza peraltro aver mai parlato direttamente con me, o di ritrovarmi “etichettato” politicamente ora di qua ora di là, solo per affossare il mio atteggiamento di imparzialità di fondo; certo nessuno è assolutamente imparziale, ma chi sceglie di intraprendere un’esperienza giornalistica deve necessariamente tener conto di un solo argomento: il fatto. Le opinioni esistono, ma non hanno mai preminenza sul fatto. A tal proposito, riporto un aneddoto, che ho raccontato in un recente dibattito sulla Costituzione in cui ho relazionato: l’ex presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, oggi senatore a vita, racconta sempre che quando intraprese la carriera di magistrato, fu avvicinato da un giudice di Cassazione che gli disse: “Lei ha studiato, ha vinto il concorso, chissà quante cose sa… sia che lei faccia il civile e sia che lei faccia il penale, si ricordi di studiare il fatto, perché quanto più lei studierà il fatto, tanto meno errore farà nel giudicare, perché il fatto è sacro e neanche Dio può mutarlo da così come si è verificato”. A livello locale e nazionale, il vero problema è appunto la scomparsa dei fatti, quella capacità dell’informazione di essere a servizio del fatto. Basti pensare a quante verità si mettono a tacere a discapito di questione irrisorie come il gossip o quant’altro. C’è poi un problema di giornalisti, che pur di star bene, scelgono di non essere a servizio del fatto; faccio solo un esempio: se Riotta, direttore del Tg1, si vanta di essere un discepolo di Biagi, e quando intervista Berlusconi che afferma che “Biagi non è stato epurato dalla Rai” (aggiungendo per altro motivazioni di congrua liquidazione), non batte ciglio è la dimostrazione che qualcosa non va nel sistema. Se Mentana quando intervista i suoi ospiti sembra un briccone alle sagre paesane, in una estenuante ricerca di gag comiche, a dimostrazione di una compiacenza persino fastidiosa, è segno che qualcosa non funziona. Se Vespa, l’insetto più odioso d’Italia, viene oggi riconosciuto come “il principe del giornalismo nostrano”, vuol dire che il giornalismo italiano non ha futuro. Molti ancora oggi confondono il pluralismo con la libertà d’informazione e pensano che essere a servizio della corretta informazione sia far dire beatamente al politico di turno tutto quel che gli pare. Sono andato in giro in tutte le manifestazioni elettorali di tutte le formazioni politiche, nell’ultima campagna politica, implorando la possibilità di intervenire e di interloquire coi politici: naturalmente mi è stato vietato. I politici fanno così: vengono, pisciano quello che vogliono e se ne vanno. E i giornalisti raccolgono la loro piscia, senza nemmeno domandarsi se sia tè o minestra riscaldata…Anche sull’ordine dei giornalisti, ci sarebbe molto da raccontare: scrivi 60 pezzi in due anni per pagare un contributo che ti iscrive in una casta, per dire che sei tale o meno; in molti lo fanno giusto per avere il titolo, non certo per passione giornalistica; in quasi un anno di lavoro, ho scritto 609 pezzi, molti di più di miei colleghi e trovo assurdo che ci debba essere qualcun altro che stabilisca o meno il mio “grado”. Oltretutto se quel numero racconta di una passione e non la ricerca di un titolo. In questo tempo, ho potuto anche riscontrare il modo di lavorare di altri colleghi: la maggior parte di loro passa il tempo a fare il copia e incolla dai pezzi elaborati da altri per altre testate.A chi tra l’altro sostiene che l’ordine deve esistere per punire gli atteggiamenti non professionali, occorrerebbe ricordare il caso “Farina”: la cattolica spia segreta “Betulla”, seppur radiato, ha continuato a scrivere su Libero e ora siede intoccabile in Parlamento. Mica male, no?Per non parlare delle redazioni, dove uno pensa di trovare il pienone di giornalisti professionisti ed, invece, fatica a trovarne uno. Va da sé, dunque, il motivo per cui i politici hanno gioco facile coi giornalisti: è per lo più gente ossequiosa, che fa il ripetitore programmato ora di questo ora di quest’altro.C’è, infine, un’ultima questione (almeno per oggi): il mercato. In alcuni post recenti, ho più volte rimarcato come in Italia siano tutti per il libero mercato a parole, ma poi nei fatti… Tremonti docet. La questione del finanziamento all’editoria pone un problema alla competitività dei giornali, che sembra essere diventata l’ultima utopia da affossare: se è davvero il mercato il motore societario, è giusto che lo sia anche per l’editoria e l’informazione. Sarebbe pertanto naturale che i giornali finalmente funzionassero in base all’acquisto effettivo dei propri lettori: e a chi dice che i giornali non sussisterebbero con il solo contributo dei lettori, va ribadito che non bisogna necessariamente stampare 50000 copie, se poi se ne vendono solo 10000. E se proprio il finanziamento è intoccabile, che sia almeno giusto: un tetto fisso per tutti sia dallo Stato che dalla pubblicità. Il di più venga dalla tiratura.
SOGNO O SON DESKTOP?
Libera informazione in libero Stato: “sogno o son desktop...?” canterebbero probabilmente Elio e le Storie Tese. Il clima che si respira intorno all’editoria è tutt’altro che favorevole: “colpa” o “merito” di Grillo, che nell’edizione 2008 del V-Day ha riproposto, tra provocazioni accettabili ed altre decisamente meno, il ruolo centrale dell’informazione, da depurare da ogni deformazione. Ora senza argomentare su Grillo, il tema mi sembra davvero importante e tutt’altro che secondario. Il problema dell’informazione in Italia esiste: è un dato di fatto. Lo sperimento anche personalmente nella mia “piccolissima carriera” giornalistica, dove bisogna stare attenti quasi col misurino a quel che si dice e a quel che non si dice; peraltro quando ci si riesce a liberare dalle “restrizioni” editoriali, s’incappa naturalmente nel personaggio di turno (politico o chi per lui) che prova a screditare il tuo lavoro, nella maggior parte dei casi mai con un attacco frontale, ma attraverso una sottile campagna di diffamazione sul territorio. Così, per esempio, mi è capitato di ritrovarmi definito “chiacchierone” da persone che a mala pena mi hanno salutato a una distanza di 50 metri e senza peraltro aver mai parlato direttamente con me, o di ritrovarmi “etichettato” politicamente ora di qua ora di là, solo per affossare il mio atteggiamento di imparzialità di fondo; certo nessuno è assolutamente imparziale, ma chi sceglie di intraprendere un’esperienza giornalistica deve necessariamente tener conto di un solo argomento: il fatto. Le opinioni esistono, ma non hanno mai preminenza sul fatto. A tal proposito, riporto un aneddoto, che ho raccontato in un recente dibattito sulla Costituzione in cui ho relazionato: l’ex presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, oggi senatore a vita, racconta sempre che quando intraprese la carriera di magistrato, fu avvicinato da un giudice di Cassazione che gli disse: “Lei ha studiato, ha vinto il concorso, chissà quante cose sa… sia che lei faccia il civile e sia che lei faccia il penale, si ricordi di studiare il fatto, perché quanto più lei studierà il fatto, tanto meno errore farà nel giudicare, perché il fatto è sacro e neanche Dio può mutarlo da così come si è verificato”. A livello locale e nazionale, il vero problema è appunto la scomparsa dei fatti, quella capacità dell’informazione di essere a servizio del fatto. Basti pensare a quante verità si mettono a tacere a discapito di questione irrisorie come il gossip o quant’altro. C’è poi un problema di giornalisti, che pur di star bene, scelgono di non essere a servizio del fatto; faccio solo un esempio: se Riotta, direttore del Tg1, si vanta di essere un discepolo di Biagi, e quando intervista Berlusconi che afferma che “Biagi non è stato epurato dalla Rai” (aggiungendo per altro motivazioni di congrua liquidazione), non batte ciglio è la dimostrazione che qualcosa non va nel sistema. Se Mentana quando intervista i suoi ospiti sembra un briccone alle sagre paesane, in una estenuante ricerca di gag comiche, a dimostrazione di una compiacenza persino fastidiosa, è segno che qualcosa non funziona. Se Vespa, l’insetto più odioso d’Italia, viene oggi riconosciuto come “il principe del giornalismo nostrano”, vuol dire che il giornalismo italiano non ha futuro. Molti ancora oggi confondono il pluralismo con la libertà d’informazione e pensano che essere a servizio della corretta informazione sia far dire beatamente al politico di turno tutto quel che gli pare. Sono andato in giro in tutte le manifestazioni elettorali di tutte le formazioni politiche, nell’ultima campagna politica, implorando la possibilità di intervenire e di interloquire coi politici: naturalmente mi è stato vietato. I politici fanno così: vengono, pisciano quello che vogliono e se ne vanno. E i giornalisti raccolgono la loro piscia, senza nemmeno domandarsi se sia tè o minestra riscaldata…Anche sull’ordine dei giornalisti, ci sarebbe molto da raccontare: scrivi 60 pezzi in due anni per pagare un contributo che ti iscrive in una casta, per dire che sei tale o meno; in molti lo fanno giusto per avere il titolo, non certo per passione giornalistica; in quasi un anno di lavoro, ho scritto 609 pezzi, molti di più di miei colleghi e trovo assurdo che ci debba essere qualcun altro che stabilisca o meno il mio “grado”. Oltretutto se quel numero racconta di una passione e non la ricerca di un titolo. In questo tempo, ho potuto anche riscontrare il modo di lavorare di altri colleghi: la maggior parte di loro passa il tempo a fare il copia e incolla dai pezzi elaborati da altri per altre testate.A chi tra l’altro sostiene che l’ordine deve esistere per punire gli atteggiamenti non professionali, occorrerebbe ricordare il caso “Farina”: la cattolica spia segreta “Betulla”, seppur radiato, ha continuato a scrivere su Libero e ora siede intoccabile in Parlamento. Mica male, no?Per non parlare delle redazioni, dove uno pensa di trovare il pienone di giornalisti professionisti ed, invece, fatica a trovarne uno. Va da sé, dunque, il motivo per cui i politici hanno gioco facile coi giornalisti: è per lo più gente ossequiosa, che fa il ripetitore programmato ora di questo ora di quest’altro.C’è, infine, un’ultima questione (almeno per oggi): il mercato. In alcuni post recenti, ho più volte rimarcato come in Italia siano tutti per il libero mercato a parole, ma poi nei fatti… Tremonti docet. La questione del finanziamento all’editoria pone un problema alla competitività dei giornali, che sembra essere diventata l’ultima utopia da affossare: se è davvero il mercato il motore societario, è giusto che lo sia anche per l’editoria e l’informazione. Sarebbe pertanto naturale che i giornali finalmente funzionassero in base all’acquisto effettivo dei propri lettori: e a chi dice che i giornali non sussisterebbero con il solo contributo dei lettori, va ribadito che non bisogna necessariamente stampare 50000 copie, se poi se ne vendono solo 10000. E se proprio il finanziamento è intoccabile, che sia almeno giusto: un tetto fisso per tutti sia dallo Stato che dalla pubblicità. Il di più venga dalla tiratura.