Tutto Precario

BENEDETTI FATTI


I fatti. Benedetti fatti! Non bastava la lite di un paio di settimane fa tra Travaglio e Sgarbi sul grilliamo, che una nuova polemica si abbatte sul mondo dell’informazione, un tema che evidentemente mi sta a cuore. Le dichiarazioni di Travaglio a Che tempo che fa hanno riscatenato la bolgia sistemica di indignazione tipicamente italiana ad orologeria. Iniziano a stufare certi meccanismi: tutti che si dissociano. Tutti che difendono, tutti che giustificano. L’informazione stessa veicolata dalle tv barcolla, visto che cerca di far passare un messaggio che non esiste: Travaglio non ha mai detto che “Schifani è un mafioso”. Ha semmai raccontato che Schifani ha condiviso una società con gente mafiosa. E per bene tre volte nella propria vita. L’episodio, tra l’altro, è raccontato in diverse pubblicazioni da tempo e mai aveva destato tutta questa indignazione: evidentemente dirle in tv è il vero problema. Va detto che le vicende di cui sopra sono presenti in dichiarazioni dello stesso Schifani presenti in documenti giudiziari. La fonte, quindi, alla fine è lo stesso Schifani. Allora di cosa ci si lamenta? Qualcuno obietta che la notizia in questione non avrebbe alcuna valenza penale, perché non c’è stato mai nessun provvedimento giudiziario nei confronti dell’oggi presidente del Senato. Benissimo, allora di cosa ci lamenta? Ci sarà pure il diritto comunque di raccontare questo particolare, che rientra nella biografia di un personaggio che assume la seconda carica dello Stato? Qualcun altro obietta che le frasi offensive siano quelle in cui Travaglio ha paragonato Schifani alla muffa. E allora? Non si può avere un’opinione negativa di una persona che assume un ruolo tanto prestigioso? In molti hanno pensato che Schifani nella sua vita potesse fare solo il coordinatore di Forza Italia, per quel suo essere semplicemente un fido scudiero del Berlusca; in molti anche nel centro destra non hanno mai riconosciuto a Schifani di essere tra i più autorevoli esponenti della coalizione. Io personalmente ho un’idea persino peggiore di Travaglio rispetto a Schifani e gli preferisco decisamente la muffa; e solo perché ora è presidente del Senato non posso dirlo? Eppure i “Soloni” che oggi argomentano su quello che si può dire o non dire, hanno già dimenticato che due anni fa quello che oggi è il premier diede apertamente dei “coglioni” agli elettori del centro sinistra. È più grave ricordare alcuni trascorsi di Schifani o dare dei coglioni a ventidue milioni di persone che non ti votano? Allora occorrerebbe ribadire che siccome Schifani ora è la seconda carica dello Stato, per cultura personale e per un certo rispetto delle istituzioni, personalmente mi adeguo. Ma il giudizio sulla persona non cambia perché cambia il vestito. Il problema sta dunque nel come mi rapporto con un fatto o (come qualcuno sostiene con uno pseudo fatto): se per me è irrilevante che Schifani abbia avuto a che fare con persone che anche solo in seguito (e a sua insaputa) sono risultate mafiose, allora perché mi preoccupo di quello che dice Travaglio? Di contro, pur non condividendo, per l’alto valore della libertà di espressione (un concetto che sempre precede l’essere) devo permettergli di dire quello che pensa. Se, invece, il problema è che il fatto ha un qualche riscontro oggettivo, non posso tacerlo per una censura politica. Bisognerebbe spiegarlo a gente come la Finocchiaro, che trova inaccettabili le frasi di Travaglio e che come tanti piddini continua a sostenere che in questo modo si fa il gioco di Berlusconi. Da disattenta osservatrice della pancia del suo stesso elettorato e da esperta di inciuci, la Finocchiaro non ha ancora capito come i vertici del suo partito che il centro sinistra non ha perso perché non è stato “eccessivamente cordiale” con Berlusconi: ha piuttosto perso, perché non ha mai realizzato scelte chiare che la distinguessero seriamente dalla destra. Menichini e Polito, giornalisti espressione di questa sinistra mediocre che continua a perdere consenso, scrivono oggi che per battere la destra bisogna “battere Travaglio e Colombo”.  La loro è un po’ un’uscita alla Diliberto, che crede di aver perso per la falce ed il martello. Non hanno capito che per battere la destra, occorre battere piuttosto le tattiche dalemiane: quelle che votano l’indulto e fanno da salvagente a Rete 4, quelle che strizzano l’occhio alle banche e si dimenticano dei salari dei lavoratori, quelle che hanno rimosso il conflitto d’interessi e vogliono imbavagliare la magistratura e l’informazione. Quelle, insomma, che ancora una volta hanno fatto vincere Berlusconi.