The Sunking

I fantasmi di Columbine


Beslan in America, ma senza terroristi. La strage più spaventosa di studenti che ci sia mai stata in un campus americano. E, al tempo stesso, simile a molti, troppi massacri nelle scuole, made in Usa. Oltre una ventina, forse addirittura ventinove studenti ammazzati, poco dopo l’alba, in un dormitorio del Virginia Tech, a Blacksburg, non molto distante da Washington. A colpi d’arma da fuoco, uno dopo l’altro, non un’autobomba come quelle a Baghdad. Un solo assassino solitario. Nel momento in cui scriviamo non si capisce ancora cosa sia esattamente successo, nemmeno chi sia l’assassino, il perché. Forse un loro compagno di scuola, forse l’amico di una loro compagna di scuola. Uno studente, o forse no. Un asiatico, o forse no. Un sequestro di studenti andato male, o forse no. L’unica cosa evidente è che somiglia come una goccia d’acqua ad altre stragi del genere: il bagno di sangue del 1999 a Littleton, in Colorado, quando due studenti erano entrati armati di tutto punto nella mensa della scuola a avevano ammazzato sistematicamente 12 compagni prima di suicidarsi, il massacro del 1966 all’Università del Texas, quando un giovane si era arrampicato armato sulla torre dell’orologio e da lì aveva aperto il fuoco uccidendo 16 persone prima di essere a sua volta abbattuto. Succedeva prima dell’11 settembre e succede dopo, succedeva prima del terrorismo islamico e succede dopo. Succedeva prima del terrorismo ultrà interno (Timothy McWeigh e la bomba di Oklahoma City, 168 morti, 500 feriti, sono del 1995). Non è necessario ci siano motivazioni ideologiche, politiche, religiose. Sappiamo che le milizie ultrà locali hanno ancora in questi ultimi anni, programmato stragi più efferate di quelle di Al Qaeda. Le statistiche privilegiano in genere un movente: la vendetta per un ingiustizia subita, il fatto personale. Difficile fare un fascio, scorretto cercare un’unica spiegazione. Un filo conduttore comune però: che si tratta di massacri a scuola assolutamente “domestic”, “made in Usa”, “american as the apple pie”, quanto la torta di mele si direbbe da quelle parti, stragi senza precedenti in Occidente e forse nemmeno altrove, “unheard of”, di cui non si è mai avuta notizia, nella vecchia Europa. Anzi, qualcosa che dalle nostre parti non riusciremmo nemmeno a immaginare (possiamo immaginare un attentato, persino una scuola o un asilo, o uno stadio fatti saltare in aria, possiamo immaginare le più disgustose violenze allo stadio, pigia pigia assassini, ma non qualcuno, uno studente o un professore che entrano in classe e cominciano a sparare ammazzando decine di ragazzi.Da cosa dipende la differenza? Ogni volta che succede in America viene messa sotto accusa la facilità con cui, in molti Stati americani, è possibile procurarsi armi da guerra. Dopo ogni strage ci sono proteste e inviti a proibire la libera vendita delle armi. A cui si risponde che sono già proibite, non avrebbero mai dovuto esserci in mano agli autori di quei massacri. È una tragica ironia che le armi siano severamente bandite dalle università, dalle scuole e dalla loro vicinanza, ma certo è più facile procurarsi un fucile d’assalto in America che dalle nostre parti. E anche le munizioni. In «Bowling for Colombine», il film di Michael Moore seguito alla strage in Colorado, la troupe del regista le va tranquillamente a comprare nel supermarket. C’è chi tira in ballo le radici profonde, storiche, della predisposizione alla violenza in Usa. Ci sono stati studiosi che l’hanno fatta risalire addirittura al ‘600, ai primordi della schiavitù, alla particolare ferocia necessaria per tenere a bada le rivolte degli schiavi indigeni o neri d’importazione (commisurata alla ferocia dei ribelli). Altri hanno messo l’accento sull’epopea della Frontiera, sulla legge del più forte, il diritto a portare armi per difendersi, sul peccato originale di un paese che, per diventare quel che è, ha dovuto fisicamente sterminare coloro che ci abitavano prima. C’è chi ricorda che persino la lotte operaie e sindacali in America avevano tradizionalmente una ferocia inaudita (a colpi di fucile e di dinamite, altro che brigate rosse!). Altri ancora, tirano in ballo la predisposizione a farsi giustizia da sé, rimediare in proprio al riparare torti che lo Stato o altri non sono in grado di rimediare. Qualcuno magari troverà un rapporto tra le violenza all’interno e le recenti tentazioni di farsi giustizia da soli contro il terrorismo e in genere in campo internazionale (io, preferisco dirlo subito, non sono di questo parere, mi sembra non c’entri molto). Che farà, come al solito, inarcare le sopracciglia in un’America poco disposta a farsi fare la lezione, in tema di violenza, dalla sponda opposta dell’Atlantico, da un’Europa che nell’ultimo secolo ha avuto due guerre mondiali, l’olocausto, alcuni stati di polizia, e diversi movimenti terroristici. A ogni strage seguono nuove tornate di discussione. In America innanzitutto, come è ovvio, e poi di rimbalzo da noi. Prima di tutto bisognerebbe cercare di capire meglio che cosa è successo. La meccanica, il movente. Subito dopo Colombine, dei due studenti serial killer si era detto che sarebbero stati membri di una società studentesca estremista, che sarebbero stati ammiratori di Hitler, e così via. Poi, mesi dopo, è venuto fuori che nulla di ciò che si era detto all’inizio corrispondeva a verità, che le cose erano molto più semplici, e allo stesso tempo molto più complicate e inspiegabili. Per il momento dobbiamo accontentarci di una sola certezza: che da noi, in questa maniera, in queste proporzioni, non succede. In America, succede ripetutamente.