trilogia mentale

Jurij Alekseevič Gagarin: un romanticone


Se sei perito metalmeccanico, militare di carriera e per di più sovietico, il mondo da te non si aspetta nulla di sentimentale. Discorsi sferraglianti come cingoli, magari, oppure calcoli matematici, o slogan di partito.E invece fu un uomo così, Jurij Alekseevič Gagarin, a fare la rivelazione più romantica e inaspettata del millennio: "La Terra è blu".
Era il 12 aprile del 1961 e l'Urss aveva vinto da pochi istanti la gara con gli Stati Uniti per la conquista dello spazio. Come enorme premio di consolazione gli yankee otto anni più tardi si presero la Luna, ma quel giorno di cinquant'anni fa il trionfo fu tutto dell'orso russo e del suo pilota spaziale. O meglio: del suo cosmonauta. Perché anche nel nome gli esploratori comunisti si distinguevano da quelli occidentali, gli astronauti. Come creature accomunate da un destino mitologico ma divise dalla stirpe, come Giganti e Titani.Oggi l'Unione Sovietica non esiste più, e calcolare il peso politico di quella gara spaziale è un affare più da storici che da propagandisti. Non c'è più neanche Gagarin, che oggi avrebbe 77 anni e sarebbe più giovane dell'ottantunenne Neil Armstrong, il suo equivalente a stelle e strisce, che porta ancora fieramente sulla testa la sua corona invisibile da eroe. A portarsi via il pilota di Klušino fu un incidente aereo su un piccolo caccia nel 1968. Chissà, forse avrebbe compiuto altre imprese galattiche, il maggiore sovietico, mettendo altro sale grosso sulla coda irritata degli americani. O forse sarebbe diventato una mesta icona del tramonto rosso, uomo simbolo di un apparato tecnologico e militare superato dalla storia. Non lo sappiamo, e in fondo importa poco: la sua missione è compiuta e nessuno potrà sottrargli la sua gloria e la nostra gratitudine. Dicono che si diventa uomini quando si riesce a staccarsi e guardare dall'esterno il proprio padre: è un lampo che scocca nell'adolescenza, e da quel momento l'età adulta si apre come un territorio da esplorare. Quel giorno di primavera di cinquant'anni fa, attraverso gli occhi tagliati a fessura di un pilota slavo, per la prima volta l'umanità guardò dall'esterno sua Madre, e da allora sappiamo quanto è bella. Ma la nostra infanzia è finita.