Non faccio politica, non ho le dovute competenze in materia, forse non ho nemmeno una coscienza politica o, se ne sono in possesso, non ne ho la consapevolezza. Faccio questa affermazione con cognizione di causa visto che, alle ultime elezioni, mi sono recata alle urne facendo mettere a verbale che poiché nelle liste presenti non c'era alcun partito atto a rappresentarmi rifiutavo di esprimere il mio voto. Ho esercitato, avvalendomi del diritto al non voto, con regolare vidimazione della tessera elettorale, la mia forma di protesta bianca, l'unica, oltre alla rivoluzione, con la quale i cittadini possono esprimere il loro dissenso e il loro malcontento per un'Italia sempre più allo sbando.Non faccio politica ma sono una che legge, s'informa, riflette e s'interroga.
In questi ultimi giorni è in corso un vero e proprio attentato per la soppressione di un ultimo baluardo di civiltà giuridica: l'art. 18 dello Statuto dei Lavoratori.Parlando dell'art.18 non si può non rammentare l'articolo numero uno della nostra Costituzione che così recita: "L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro". E poi ancora: "La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione".Quindi la Repubblica, la democrazia e l'Italia non sono scindibili, sono una in funzione dell'altra. Questo concetto è talmente importante che si ricollega direttamente con l'ultimo articolo, il 139, che afferma: "La forma repubblicana non può essere oggetto di revisione costituzionale". Quindi mai più monarchia, o dittatura, o impero, o qualsiasi altra forma di Stato che non sia pienamente e democratico e repubblicano.Poi, sempre al primo comma dell'art. 1 si sostiene che la nostra Repubblica è fondata sul lavoro. Questo concetto nobile è in realtà molto debole, non afferma nulla se non una speranza, e non obbliga lo Stato a dare lavoro a tutti. È solo una sintesi ideologica di parte del pensiero socialista, comunista e popolare, osteggiata, nella sua formulazione e nella sua collocazione, da quasi tutti gli azionisti, e che fu ideata, non a caso, da Amintore Fanfani, uno dei leader della Democrazia Cristiana, che volle e riuscì a concludere un dibattito piuttosto prolungato e che rischiava di impaludarsi per mesi dando una sorta di contentino ideologico a quella sinistra operaista alla quale, in cambio, la DC chiese ed ottenne molto, molto di più in termini di definizione dei rapporti con la Chiesa, degli articoli sulla famiglia e sulla istruzione, e certi articoli sulle libertà.Dire che l'Italia è "fondata sul lavoro" non costava nulla, e rendeva molto, alla parte più moderata dell'Assemblea costituente. Molto più importante è invece il secondo comma, atto a stabilire, una volta per sempre, di chi fosse la sovranità, cioè chi fosse il detentore iniziale e finale dei poteri di decisione dell'Italia repubblicana.Il Governo? No! Infatti, era stato così sotto il fascismo. Il Parlamento, come negli Stati Uniti? Neppure! Perché il nostro non è un parlamento federale e, a differenza di quello statunitense, viene completamente rinnovato ogni 5 anni. Quindi, il vero detentore non poteva che essere l'intero Popolo. La scelta della parola "popolo" non è casuale. Infatti non si parla dei soli elettori, ma proprio di tutti quelli che sono italiani, uomini, donne, bambini, neonati e anche, per certe accezioni, gli stranieri residenti a tutti gli effetti sul nostro territorio.Il fatto che quindi la sovranità ci appartenga non deve essere mai dimenticato. Non è il presidente del Consiglio, non sono i parlamentari che comandano: essi sono solo i nostri rappresentati, e devono o meglio dovrebbero ascoltarci e mettere in atto le nostre aspirazioni ed i nostri desideri.Dice ancora l'art. 1 che il popolo, questa sovranità, la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione. Cosa vuol dire, questo? Vuol dire prima di tutto che gli strumenti e gli atti di sovranità popolare devono essere previsti dalla Costituzione, e non possono essere né più né meno di quelli.Nessuno può arbitrariamente aggiungerne di nuovi (tipo il plebiscito, cioè una consultazione popolare per fare approvare un certo comportamento o decisione) e nessuno può togliere o sminuire quelli esistenti. I quali, sostanzialmente, sono questi: le elezioni, il referendum abrogativo, che permette ai cittadini di eliminare una legge che non piace. Non possono essere oggetto di referendum le leggi fiscali e quelle di ratifica di trattati internazionali. Il sistema giudiziario in senso lato. Infatti, le sentenze dei tribunali sono emesse in nome del Popolo italiano e anche se questa sembra solo una forma retorica, è invece un costante riferimento al fatto che la giustizia va applicata solo nell'interesse e secondo lo spirito della intera comunità e non per favorire una parte o l'altra della comunità stessa. Una sentenza che non rispondesse ai principi democratici (tutti!) della Costituzione non sarebbe valida, perché non potrebbe essere fatta nel nome del popolo italiano che nella costituzione si riflette.È dunque altrove, e non nell'articolo uno, che si parla seriamente di lavoro. Esso viene citato, direttamente o indirettamente, in molti articoli della Prima Parte della Costituzione: il 3, il 35 e il 36 (ed in una buona parte del Titolo III, dei rapporti economici) , e, seppur quasi di rimando, nel Titolo V della Seconda Parte. Ma l'articolo sul lavoro per eccellenza, è, indubbiamente, l'Art.4: "La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un'attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società".L'articolo numero uno di ogni Costituzione è un po' il suo slogan. Racchiude o dovrebbe racchiudere tutto lo spirito e tutti gli ideali, tutte le speranze e tutte le aspettative di un popolo. Così come scritto da Orazio Licandro, se si desse via libera a quest'ultimo atto (la cancellazione dell'art.18), l'Italia piomberebbe ancora di più in un nuovo medioevo, in cui il futuro, soprattutto quello delle future generazioni, sarà ampiamente ipotecato.E secondo il mio modesto parere sarà necessario cambiare il primo articolo da "L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro" con "L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sulla ricerca del lavoro".APPROFONDIMENTO (Lettura facoltativa):La decisione di citare il lavoro ben due volte nei principi fondamentali (art. 1 e il presente art. 4) deriva dalla lunghissima e complessa discussione che si tenne nel corso di un anno e mezzo (dal luglio del 1946 al dicembre del 1947). Le maggiori difficoltà furono nelle visioni opposte che avevano socialisti, comunisti, cattolici popolari da una parte, e liberali, liberisti e cattolici conservatori dall'altra, del ruolo dello Stato nel determinare o meno l'economia di una nazione. In particolare si discusse molto sul concetto di diritto-dovere al lavoro.Nessuno contestava che la Repubblica Italiana dovesse assicurare a tutti il diritto di lavorare, ma Togliatti (Pci) Basso (Psi) e anche qualche democristiano suggerivano di trasformare questo diritto di lavorare in un "diritto al lavoro" assicurato dallo Stato. Ciò avrebbe significato che lo Stato stesso avrebbe dovuto procedere per "piani economici" (sullo stile, si criticò, dei piani quinquennali sovietici) che prevedessero il numero di impiegati obbligatorio anche nelle industrie e imprese private. La sola ipotesi provocò la più ferma opposizione di Luigi Einaudi, che diventò poi, nel 1948, Presidente della Repubblica.Altro importantissimo dibattito si tenne sul secondo comma, quello che parla di dovere nell'esercitare una attività o una funzione. Alcuni deputati comunisti e socialisti, con l'appoggio dei democristiani La Pira e Aldo Moro, arrivarono ad ipotizzare conseguenze durissime verso coloro che non avessero partecipato attivamente alla vita economica del paese: fannulloni, ereditieri, disoccupati volontari, pigri e improduttivi sarebbero stati esclusi dai diritti politici, addirittura dal diritto di voto. Si ipotizzò persino un comma che suonava così: "nessuno ha il diritto di vivere nella Repubblica se non lavora".Come si può notare, le buone intenzioni dei costituenti erano tanto paternaliste e moraliste quanto poco concrete e realizzabili. La sincera volontà di impedire che qualcuno vivesse del lavoro e del sacrificio altrui senza a sua volta produrre nulla si scontrava con una serie di considerazioni che, prima nelle commissioni, poi nel dibattito in assemblea, vennero sottoposte ai deputati. In primo luogo: può uno Stato democratico imporre il lavoro obbligatorio, e quindi forzato? E come può farlo, trascinando in catene i suoi stessi cittadini? Secondo: chi è che partecipa alla produzione e alla economia del Paese? Un suonatore, un poeta, un pittore, il proprietario di una miniera, lo fanno o devono essere essi considerati parassiti? Le monache di clausura (questo esempio fu citato in molti interventi, a volte con una certa ironia), che pregano e basta, esercitano una attività o no? Terzo punto: con la massa di disoccupati e di sotto occupati che negli anni '40 faceva letteralmente la fame, era sensato parlare di punire coloro che non avevano un lavoro? Non risultava questo fortemente offensivo rispetto alla condizione del popolo italiano? Insomma, sia il concetto di obbligo al lavoro sia quello di diritto di ottenere sempre e comunque un lavoro da parte dello Stato furono fortemente ridimensionati.Ci vollero le sagge parole di Amintore Fanfani (DC), di Umberto Tupini (DC), di Giuseppe di Vittorio (Pci) e soprattutto quelle di Pietro Calamandrei (azionista) che, mediando tutte le posizioni, portarono l'assemblea a tre decisioni: quella di affiancare il concetto di "funzione" per la società a quello di "attività", in modo da comprendere anche i ruoli intellettuali, spirituali e artistici; quella di considerare il diritto ed il dovere al lavoro due concetti solenni e non due obblighi imperativi; quella di portare tali principi tra i principi fondamentali, staccandoli dalla sezione economica, per dare ad essi il valore che meritavano e per rafforzare il primo comma dell'articolo 1 che, soprattutto a Calamandrei, pareva un po' troppo vago e debole. Note: Doveroso sottolineare che parte del testo è tratto dal web, se così non fosse sarei un'enciclopedia vivente
Chissà se sono riuscita ad accontentare il mio amcio bad.wizard che in un commento al post precedente mi esortava a scrivere qualcosa in merito all'Art.18. Ciao bad, tu avresti fatto decisamente meglio, visto le tue competenze in materia, io da ignorante spero di essermela cavata.