trilogia mentale

C' ERANO UNA VOLTA GIOVANNI FALCONE E PAOLO BORSELLINO...


E' andato in onda il 18 maggio su La7 il film "Vi perdono ma inginocchiatevi"... basato sul libro di Rosaria Costa (vedova Schifani rimasta sola a 22 anni e con un figlio di quattro mesi) e Felice Cavallaro per raccontare la storia parallela e orbitante dei tre giovani, che insieme ai magistrati Falcone e Morvillo, sono diventati inconsapevoli protagonisti di un pezzo di storia italiana, quella storia fatta di sotterfugi, sangue e morti eccellenti così come accaduto per i 5 agenti rimasti uccisi nella strage di Via D'Amelio insieme con Paolo Borsellino."Vi perdono ma vi dovete inginocchiare..." fu la disperata implorazione che Rosaria Schifani, allora poco più che ventenne,  rivolse ai mafiosi, davanti alla bara del marito Vito, agente della scorta del giudice Falcone. Una frase scolpita nel cuore di molti, una frase che da allora non ho mai dimeticato.Non ho visto il film ma di recente ho riletto il libro e la sera del 21 maggio ho guardato "Ho vinto io" il documentario di Felice Cavallaro con Rosaria Schifani andato in onda su Rai 3, da cui ho tratto quanto a seguire:Raccontare i fatti del passato in questo paese non è mai fare soltanto memoria, lo sarebbe se appartenessero davvero al passato, alla storia, se fossero già stati analizzati, spiegati, raccontati, in una parola, risolti. Allora potremmo raccontarli celebrandone degnamente i protagonisti positivi e censurandone quelli negativi, farne da stimolo e da esempio per noi e per i nostri figli, analizzare i fatti e i meccanismi che hanno portato alla morte dei giusti per fare in modo che non si ripetano in futuro. Fare memoria che è come una trama di fili annodati, come quelli di un tappeto su cui camminare e andare avanti, andare oltre. Ma i fatti della nostra storia, soprattutto di quella più recente, non sono mai così risolti da poter essere soltanto memoria,  continuano a mantenere tante domande aperte, tanti punti oscuri, tanti fili che si perdono da qualche parte e che gravano anche sul presente. Raccontare quei fatti significa portare avanti una trama infinita. Perché in questo strano Paese il passato non solo è sempre presente, ma riesce ad essere anche futuro.Sono passati esattamente vent'anni dalle stragi di Capaci e di Via D'Amelio, da quelle due stragi, del 23 maggio e del 19 luglio, spaventose e feroci che hanno insanguinato l'estate del '92 come solo le stragi riescono a fare. Raccontare quelle storie significa ricordare grandi esempi di onestà, forza e coraggio.E non soltanto da parte dei due protagonisti principali, i due magistrati, ma anche da parte di tutti quelli che gli stavano attorno e che correvano gli stessi rischi con la stessa onestà, forza e coraggio.Raccontare quelle storie significa sempre e comunque parlare del presente, delle intuizioni e delle indagini di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sul rapporto tra mafia politica e affari, sulla presenza della criminalità organizzata al nord, sul riciclaggio e sugli appalti e sui mezzi più efficaci per combattere la mafia. Tutti temi che sono diventati adesso di un'attualità e di un'urgenza agghiaccianti e che avremmo potuto affrontare vent'anni fa senza le stragi e tutto quello che è successo dopo.Per questo,  queste storie, non sono soltanto memoria.Sarebbe bello un giorno capito tutto, risolto tutto, vinto finalmente tutto, fare soltanto una meritata celebrazione e cominciare dicendo: "C'erano una volta Giovanni Falcone e Paolo Borsellino..."