trilogia mentale

CHE FINE HA FATTO LA VERGOGNA?


Dov'è andata a nascondersi la vergogna? Dalle escort del bunga bunga a Calcipoli: un sentimento in disuso rivela il mutamento dei costumi."Vergogna" ha scandito il portiere della Nazionale contro finanza e media per la gestione dell'affaire calcio scommesse, poco prima che un'ombra di sospetto si abbattesse anche su di lui."Vergogna, non meriti la nostra laurea", è stato il grido degli studenti di Tirana contro il Trota. Ancora. "Vergogna", tuona periodicamente sul suo blog il comico diventato politico. E "Pm vergogna" strillava a proposito d'inchieste a carico suo o di suoi il tycoon diventato politico-comico, proprio mentre in molti Paesi d'Europa ci si chiedeva se gli italiani si vergognassero o no a essere rappresentati da lui. E dice bene Carlo Ginzburg: "Il Paese a cui si appartiene non è, come in genere si pensa, quello che si ama, ma quello di cui ci si vergogna: la vergogna può essere un legame più forte dell'amore".Ma una cosa è certa: l'alta frequenza con cui quel sentimento ricorre nel discorso pubblico non vuol dire che sia vissuto su di sé da chi lo evoca: se spesso della vergogna si deplora l'assenza ("non c'è più vergogna"), il più delle volte lo si fa senza provarla su di sé ma scagliandola come anatema contro qualcun altro, come "sentimento di rimbalzo".Qualche tempo fa a La vergogna dedicò un saggio Luigi Anolli, psicologo della comunicazione, asserendo che sia "l'emozione dei più coraggiosi, di chi non teme di mettersi a nudo di fronte agli altri". Tesi che fa venire in mente la figura del professor Lurie, protagonista del romanzo di Coetzee, Vergogna, seduttore (confesso) di una studentessa, che si rifiuta di firmare una pubblica dichiarazione di pentimento rivendicando la dimensione intima della difesa del proprio essere.E di Vergogna, Metamorfosi di un'emozione si occupa ora l'illuminante saggio di Gabriella Turnaturi. La sociologa segue le evoluzioni di questa "sentinella del legame sociale", una volta annunciata da palpiti e rossori romantici. Non è affatto sparita, avverte, si è solo spostata, nascosta da qualche altra parte. Così, se un tempo si diceva "le vergogne" per alludere ai genitali da non mostrare in pubblico, oggi non si deve più arrossire per nudità esposte - tutt'altro - ma caso mai per il fatto di avere un corpo imperfetto e di non possedere i soldi per "aggiustarlo". "La vergogna non è più legata al giudizio morale su che tipo di persona si è, ma su come si appare", scrive Turnaturi. "Ci si vergogna del giudizio dell'altro come pubblico del proprio spettacolo".E ci si vergogna delle proprie mancate o difettose prestazioni di fronte al mercato. Cosa più volte dichiarata in ultimi biglietti di suicidi per motivi economici, e profeticamente anticipata da Kurt Vonnegut in un racconto. Lo scrittore immagina un gran numero di 40-50 enni statunitensi che si tolgono la vita per garantire alle famiglie di non scendere al di sotto di un certo standard di benessere, intascando una certa polizza."Ormai per vivere bisogna morire, ecco la principale attività di questo Paese", è la battuta- chiave del libro. Battuta che, con accostamento stridente ma non del tutto peregrino, si può avvicinare a una frase della escort Terry De Nicolò che non si vergogna di vendere il proprio corpo ma di indossare vestiti non firmati o gioielli scadenti. "Quando sei onesto non fai un gran business, rimani nel piccolo, se vuoi arrivare in alto devi rischiare il culo", proclama.Ma la vergogna come emozione pubblica richiede valori condivisi, quindi oggi è pressoché impossibile.Ecco allora il rifugio nella retorica del "problem solving", dell'ipocrita "non c'è problema", frase-passepartout per nascondere responsabilità, magari dietro il paravento della tanto declamata (e poco praticata) professionalità.Anche qui Turnaturi introduce un riferimento letterario, il romanzo di Zoran Drvenkar Sorry, che ha al centro un'agenzia privata specializzata nel chiedere scusa a vittime d'ingiustizie, assassinii, soprusi vari. Vengono in mente scuse e gesti teatrali che mostrano il pentimento (che) inondano spettacoli  televisivi , dialoghi della vita quotidiana. E contrizioni a comando, aggiungerei, che vedono periodicamente ex nazifascisti piazzarsi in testa una Kippà, entrare nel mausoleo dello Yad Vashem per le vittime della Shoah e mettere in scena afflizioni da cui si spera di ricavare proficui frutti. Spesso riuscendoci.Ma si può recuperare la vergogna come emozione spendibile nei comportamenti collettivi, per rinsaldare il senso di comunità? Turnaturi apre nel finale del libro uno spiraglio positivo in tal senso. "Il buon uso della vergogna - scrive - induce alla consapevolezza dei propri limiti e della propria fragilità perché trasforma questa emozione da vergogna della dipendenza e della propria limitatezza in desiderio di rafforzare l'indipendenza, i legami, le relazioni".Prendiamo un esempio dal film di Crialese "Terraferma" : il ragazzo protagonista, dopo aver respinto in mare alcuni immigrati in arrivo nella notte scura, si vergogna di sé e in ciò trova la forza per aiutare una giovane madre appena sbarcata. Forza che non è alla portata di tutti, così come non lo è la vergogna ("la vergogna è già una rivoluzione", diceva il vecchio Marx). Anche perché la vergogna può esistere ed essere percepita solo in relazione a un altro sentimento, l'indignazione - da non confondere con la rabbia scomposta - vero termometro, e non solo episodio emotivo, della vita pubblica.