Era un pomeriggio di calura assolata in un settembre ancora fulgido come solo sulla Meseta è possibile trovare. E lei era stanca. Il viaggio in aereo era durato pochissimo ed era andato bene. La giornata era così nitida che aveva potuto notare senza nessuno sforzo i contorni della Sardegna dal finestrino dell’aeromobile . All’ aeroporto una ragazza di Tenerife conosciuta durante il volo le aveva offerto un passaggio fino all’albergo prenotato nei pressi del consolato. E lei, grata, aveva accettato. Era stato come liberarsi da un piccolo peso. Una fortunata coincidenza. Poi, una volta sbrigate le formalità di rito alla concierge e finalmente in camera, aveva spento l’aria condizionata ed era caduta in un sonno pesante, liberatorio. Pochi istanti prima di addormentarsi si era detta che con calma, nel pomeriggio, e prima che calasse la sera, sarebbe andata ad esplorare i dintorni alla ricerca della scuola dove l’indomani avrebbe iniziato a insegnare la sua lingua. L’incerto per cui aveva abbandonato il certo così all’improvviso. E che qualcuno scherzosamente aveva paragonato a una vera e propria fuga. Arrivo a Madrid che è quasi notte. Sono con altre ragazze. Ho con me solo un bagaglio a mano leggero adatto a una permanenza brevissima e riesco a sbarcare in pochissimo tempo. All’esterno, la notte è come al solito di questi tempi dolce. Siamo nella seconda settimana di agosto. Fermiamo al volo un taxi. Gli comunico velocemente il nostro indirizzo. Per questa vacanza mordi e fuggi sul filo dei ricordi ho scelto un albergo nel cuore della città, in una viuzza di Puerta del Sol. Durante il tragitto mi impegno in una vivace conversazione con il conducente e gli chiedo di darmi tante notizie della città. Mi infonde un piacere infinito risentirmi parlare in una lingua da me tanto amata. Il tassista, gentilissimo,mi asseconda e sembra divertito quando gli spiego che manco da lì da circa vent’anni. Mi dice che di cose, nel frattempo, ne sono cambiate e molte. E’ cambiata la città e sono cambiati i suoi abitanti. Alla fine infrange qualche divieto e ci deposita proprio davanti all’albergo. A mo’ di giustificazione ci spiega di averlo potuto fare solo grazie all’ora ormai tarda. Lo ringrazio calcando la mia pronuncia sulle finali e con un largo sorriso.Ormai si respirava aria di Natale. Tra qualche giorno le lezioni sarebbero terminate e lei sarebbe potuta rientrare in Italia. A dire il vero aveva addirittura rischiato di far ritorno a casa prima del previsto. C’era stata una settimana di contatti frenetici e concitate consultazioni con i suoi. Suo padre le aveva comunicato che quel famoso posto a cui lei aspirava era lì che ormai l’aspettava, di rifare le valigie e rientrare velocemente. Poi un contr’ordine altrettanto veloce. Non sarebbe stata convocata, almeno per il momento. Tutto rimandato all’anno successivo, si erano fermati a due candidati prima di lei. Lei aveva chiuso gli occhi alla fine di quella conversazione telefonica e silenziosamente aveva benedetto e ringraziato la sua stella. Madrid era, ormai, diventata un abito cucito addosso che le aderiva perfettamente. Non si illudeva, di questo era più che certa. Le avevano concesso soltanto una dilazione. Una specie di anno sabbatico. Poi ogni cosa avrebbe ripreso il proprio corso naturale. Era ormai prossima ad una fermata del metro. Si preparò a scendere per terminare le sue compere natalizie. Era felice perché aveva, finalmente, potuto spendere con allegria per cose belle e particolari per i suoi cari senza particolari pensieri. I suoi primi guadagni. Una città preziosa come cornice piacevole e inebriante per collocare i suoi vent’anni. Abbiamo studiato a tavolino e operato le opportune scelte. Nell’ arco di due giorni mi sono impegnata a condurre le mie due amiche/conoscenti in giro per Madrid. Privilegiando questo monumento o questa piazza a discapito di qualcos’altro. Ma poi mi sono fermata e mi sono chiesta se la mia attenta selezione avesse avuto, forse, valore più per quelle sensazioni antiche che riusciva a suscitarmi che non per la particolarità della cosa segnalata e mi sono arresa. Infine abbiamo deciso di seguire uno dei tanti itinerari turistici consigliati. Non si può ingabbiare l’indefinibile, non si può descrivere minuziosamente il colore di una sfumatura relativa a sensazioni personali. Non puoi far innamorare della persona che ami un’ altra per interposta persona. Puoi solo provare a dar voce a ciò che porti dentro. Sperando di incontrare qualcuno che intraveda questo qualcosa con la tua stessa sensibilità. La partenza è in calle Mayor su uno di quegli autobus panoramici a due piani rossi con l’idea di scendere lungo il tragitto per approfondire l’itinerario proposto da loro. Il tempo è discreto. Nuvole e sole, l’ideale per girovagare da turiste senza troppa fatica.Era maggio. Meno di un mese dalla data di partenza. A scuola i piccoli alunni avevano con i loro sorrisi e le loro affettuosità, la loro accettazione incondizionata, riempito e arricchito le sue giornate aiutandola a fiorire. Un collega, in cortile, le aveva una volta sorriso e detto che i suoi scolaretti lo facevano pensare a tanti pulcini attorno alla loro chioccia. E forse un po’ era così. Si era dedicata all’insegnamento con autentica passione, superando gli inevitabili ostacoli con l’entusiasmo della prima volta. Quel pomeriggio era entrata in una botteguccia dall’insegna di legno dipinto in una traversa di Gran Via per comprare una mantilla di pizzo bianco. L’aveva occhieggiata già dal mese di settembre, quando, appena arrivata, aveva fatto dei gran giri per negozi in attesa del primo stipendio. Tornatavi poi, in quel mese primaverile così pieno di profumi, aveva scoperto che miracolosamente quella mantilla de boda di pizzo bianco non era stata ancora venduta. Allora l’aveva fermata con un anticipo pregando la padrona di metterla da parte e che sarebbe tornata senz’altro a breve a riprenderla. La signora, vedendola, gliel’aveva tirata fuori da un cassetto e gliel’aveva porta sorridendole e augurandole buona fortuna assieme alle sue due commesse. Seduta nel taxi che la riportava a casa nel quartiere di Chamartin lei l’aveva accarezzata e aveva sperato con tutta se stessa che fosse davvero così. E’ scesa finalmente la sera. Giornata intensa ma gratificante passata nel museo di arte moderna Reina Sofia, all’epoca non ancora istituito, il parque del Retiro e tanti altri posti classici da visitare. Non mi ha neanche sfiorata l’idea di restarmene per un solo istante in albergo e con una delle ragazze ho deciso, dopo cena, di concedermi una passeggiata Madrid by Night, lei a caccia di nuove immagini da fotografare e scorci da portare con sé, io alla ricerca di antiche idee e ricordi da rispolverare. Il cuore della città è un fermento prevedibile di turisti. Io le propongo un bel tragitto da coprire con una passeggiata morbida. Vorrei provare a ripercorrere il Paseo de la Castellana e arrivare almeno fino a plaza Colòn. Accetta. Ci incamminiamo, allontanandoci da percorsi eccessivamente affollati e andiamo avanti per questo salotto cittadino costeggiato da piccoli bistrot e ristorantini en plein air dove molti si godono la serata e le luci notturne. Arrivate in plaza Colòn, sempre spettacolare con i suoi ulivi e i monoliti incisi, mi accorgo che gli skaters che ai miei tempi movimentavano il Paseo son tutti lì con le loro evoluzioni a riempire la notte dei suoni cupi delle tavole che rimbalzano sull’impiantito e delle loro voci. E che quella fontana a mo’ di cascata che celava al suo interno il Museo Colòn è stata schermata da pannelli di plexiglàs e non è più funzionante. Ne resto un po’ delusa. La bellezza di questa città imponente e aristocratica ha sempre risieduto nelle sue splendide fontane. Ma che “quella” fontana in una piazza che è sempre stata simbolo di pace con i suoi ulivi argentati sia sparita sotto una cupola di plastica è una cosa che riesco ad accettare con non poca difficoltà. Si era appena accomodata in aereo in prima classe. Quel biglietto così costoso non era stato un capriccio ma la necessità di rientrare velocemente in Italia. Da un lato il finestrino, dall’ altro, alla sua destra, e dopo l’intervallo di un posto vuoto, un monsignore in abito talare che leggeva assorto un quotidiano spagnolo. Prima che l’aeromobile prendesse quota si chiese quando e se mai sarebbe ritornata laggiù. Ieri siamo state al Prado e abbiamo riempito le nostre anime e i nostri occhi di autentiche meraviglie. In serata prima siamo andate per tapas e poi a uno spettacolo di flamenco. Oggi, iniziata la giornata con churros y chocolate e fatto qualche acquisto veloce ( io ho ricomprato quelle caramelle al sapor di violetta così particolari che mi piacevano tantissimo ) siamo in partenza. Mi chiedo cosa porterò via con me e se ritornare in questi posti che ho così tanto amato abbia reso giustizia al mio sogno antico ripercorso con occhi cresciuti e adulti. Essere qui, dopo vent’anni, è stata un’esperienza che mi resterà impressa a lungo. Forse un po’ malinconica perché segnata dal fluire imperturbabile del tempo, che nel frattempo, ha provveduto a cancellare qualcosa e modificare o creare dal nulla qualcos’altro. Seneca avrebbe detto: “ Parte del Tempo ce lo strappano di mano, parte ce lo sottraggono con delicatezza e parte scivola via senza che ce ne accorgiamo “. E’ esattamente come mi sento in questo istante. E’ come se un altro tassello si fosse esattamente posizionato dentro di me, aderendo perfettamente ad altri per forma e colore e collocandosi irreversibilmente al posto che gli compete. Un bacio e un ultimo sguardo a Madrid . E il mio pensiero va alla mia città e alle piccole e importanti cose di questi tempi nuovi .
Recuerdo de Madrid
Era un pomeriggio di calura assolata in un settembre ancora fulgido come solo sulla Meseta è possibile trovare. E lei era stanca. Il viaggio in aereo era durato pochissimo ed era andato bene. La giornata era così nitida che aveva potuto notare senza nessuno sforzo i contorni della Sardegna dal finestrino dell’aeromobile . All’ aeroporto una ragazza di Tenerife conosciuta durante il volo le aveva offerto un passaggio fino all’albergo prenotato nei pressi del consolato. E lei, grata, aveva accettato. Era stato come liberarsi da un piccolo peso. Una fortunata coincidenza. Poi, una volta sbrigate le formalità di rito alla concierge e finalmente in camera, aveva spento l’aria condizionata ed era caduta in un sonno pesante, liberatorio. Pochi istanti prima di addormentarsi si era detta che con calma, nel pomeriggio, e prima che calasse la sera, sarebbe andata ad esplorare i dintorni alla ricerca della scuola dove l’indomani avrebbe iniziato a insegnare la sua lingua. L’incerto per cui aveva abbandonato il certo così all’improvviso. E che qualcuno scherzosamente aveva paragonato a una vera e propria fuga. Arrivo a Madrid che è quasi notte. Sono con altre ragazze. Ho con me solo un bagaglio a mano leggero adatto a una permanenza brevissima e riesco a sbarcare in pochissimo tempo. All’esterno, la notte è come al solito di questi tempi dolce. Siamo nella seconda settimana di agosto. Fermiamo al volo un taxi. Gli comunico velocemente il nostro indirizzo. Per questa vacanza mordi e fuggi sul filo dei ricordi ho scelto un albergo nel cuore della città, in una viuzza di Puerta del Sol. Durante il tragitto mi impegno in una vivace conversazione con il conducente e gli chiedo di darmi tante notizie della città. Mi infonde un piacere infinito risentirmi parlare in una lingua da me tanto amata. Il tassista, gentilissimo,mi asseconda e sembra divertito quando gli spiego che manco da lì da circa vent’anni. Mi dice che di cose, nel frattempo, ne sono cambiate e molte. E’ cambiata la città e sono cambiati i suoi abitanti. Alla fine infrange qualche divieto e ci deposita proprio davanti all’albergo. A mo’ di giustificazione ci spiega di averlo potuto fare solo grazie all’ora ormai tarda. Lo ringrazio calcando la mia pronuncia sulle finali e con un largo sorriso.Ormai si respirava aria di Natale. Tra qualche giorno le lezioni sarebbero terminate e lei sarebbe potuta rientrare in Italia. A dire il vero aveva addirittura rischiato di far ritorno a casa prima del previsto. C’era stata una settimana di contatti frenetici e concitate consultazioni con i suoi. Suo padre le aveva comunicato che quel famoso posto a cui lei aspirava era lì che ormai l’aspettava, di rifare le valigie e rientrare velocemente. Poi un contr’ordine altrettanto veloce. Non sarebbe stata convocata, almeno per il momento. Tutto rimandato all’anno successivo, si erano fermati a due candidati prima di lei. Lei aveva chiuso gli occhi alla fine di quella conversazione telefonica e silenziosamente aveva benedetto e ringraziato la sua stella. Madrid era, ormai, diventata un abito cucito addosso che le aderiva perfettamente. Non si illudeva, di questo era più che certa. Le avevano concesso soltanto una dilazione. Una specie di anno sabbatico. Poi ogni cosa avrebbe ripreso il proprio corso naturale. Era ormai prossima ad una fermata del metro. Si preparò a scendere per terminare le sue compere natalizie. Era felice perché aveva, finalmente, potuto spendere con allegria per cose belle e particolari per i suoi cari senza particolari pensieri. I suoi primi guadagni. Una città preziosa come cornice piacevole e inebriante per collocare i suoi vent’anni. Abbiamo studiato a tavolino e operato le opportune scelte. Nell’ arco di due giorni mi sono impegnata a condurre le mie due amiche/conoscenti in giro per Madrid. Privilegiando questo monumento o questa piazza a discapito di qualcos’altro. Ma poi mi sono fermata e mi sono chiesta se la mia attenta selezione avesse avuto, forse, valore più per quelle sensazioni antiche che riusciva a suscitarmi che non per la particolarità della cosa segnalata e mi sono arresa. Infine abbiamo deciso di seguire uno dei tanti itinerari turistici consigliati. Non si può ingabbiare l’indefinibile, non si può descrivere minuziosamente il colore di una sfumatura relativa a sensazioni personali. Non puoi far innamorare della persona che ami un’ altra per interposta persona. Puoi solo provare a dar voce a ciò che porti dentro. Sperando di incontrare qualcuno che intraveda questo qualcosa con la tua stessa sensibilità. La partenza è in calle Mayor su uno di quegli autobus panoramici a due piani rossi con l’idea di scendere lungo il tragitto per approfondire l’itinerario proposto da loro. Il tempo è discreto. Nuvole e sole, l’ideale per girovagare da turiste senza troppa fatica.Era maggio. Meno di un mese dalla data di partenza. A scuola i piccoli alunni avevano con i loro sorrisi e le loro affettuosità, la loro accettazione incondizionata, riempito e arricchito le sue giornate aiutandola a fiorire. Un collega, in cortile, le aveva una volta sorriso e detto che i suoi scolaretti lo facevano pensare a tanti pulcini attorno alla loro chioccia. E forse un po’ era così. Si era dedicata all’insegnamento con autentica passione, superando gli inevitabili ostacoli con l’entusiasmo della prima volta. Quel pomeriggio era entrata in una botteguccia dall’insegna di legno dipinto in una traversa di Gran Via per comprare una mantilla di pizzo bianco. L’aveva occhieggiata già dal mese di settembre, quando, appena arrivata, aveva fatto dei gran giri per negozi in attesa del primo stipendio. Tornatavi poi, in quel mese primaverile così pieno di profumi, aveva scoperto che miracolosamente quella mantilla de boda di pizzo bianco non era stata ancora venduta. Allora l’aveva fermata con un anticipo pregando la padrona di metterla da parte e che sarebbe tornata senz’altro a breve a riprenderla. La signora, vedendola, gliel’aveva tirata fuori da un cassetto e gliel’aveva porta sorridendole e augurandole buona fortuna assieme alle sue due commesse. Seduta nel taxi che la riportava a casa nel quartiere di Chamartin lei l’aveva accarezzata e aveva sperato con tutta se stessa che fosse davvero così. E’ scesa finalmente la sera. Giornata intensa ma gratificante passata nel museo di arte moderna Reina Sofia, all’epoca non ancora istituito, il parque del Retiro e tanti altri posti classici da visitare. Non mi ha neanche sfiorata l’idea di restarmene per un solo istante in albergo e con una delle ragazze ho deciso, dopo cena, di concedermi una passeggiata Madrid by Night, lei a caccia di nuove immagini da fotografare e scorci da portare con sé, io alla ricerca di antiche idee e ricordi da rispolverare. Il cuore della città è un fermento prevedibile di turisti. Io le propongo un bel tragitto da coprire con una passeggiata morbida. Vorrei provare a ripercorrere il Paseo de la Castellana e arrivare almeno fino a plaza Colòn. Accetta. Ci incamminiamo, allontanandoci da percorsi eccessivamente affollati e andiamo avanti per questo salotto cittadino costeggiato da piccoli bistrot e ristorantini en plein air dove molti si godono la serata e le luci notturne. Arrivate in plaza Colòn, sempre spettacolare con i suoi ulivi e i monoliti incisi, mi accorgo che gli skaters che ai miei tempi movimentavano il Paseo son tutti lì con le loro evoluzioni a riempire la notte dei suoni cupi delle tavole che rimbalzano sull’impiantito e delle loro voci. E che quella fontana a mo’ di cascata che celava al suo interno il Museo Colòn è stata schermata da pannelli di plexiglàs e non è più funzionante. Ne resto un po’ delusa. La bellezza di questa città imponente e aristocratica ha sempre risieduto nelle sue splendide fontane. Ma che “quella” fontana in una piazza che è sempre stata simbolo di pace con i suoi ulivi argentati sia sparita sotto una cupola di plastica è una cosa che riesco ad accettare con non poca difficoltà. Si era appena accomodata in aereo in prima classe. Quel biglietto così costoso non era stato un capriccio ma la necessità di rientrare velocemente in Italia. Da un lato il finestrino, dall’ altro, alla sua destra, e dopo l’intervallo di un posto vuoto, un monsignore in abito talare che leggeva assorto un quotidiano spagnolo. Prima che l’aeromobile prendesse quota si chiese quando e se mai sarebbe ritornata laggiù. Ieri siamo state al Prado e abbiamo riempito le nostre anime e i nostri occhi di autentiche meraviglie. In serata prima siamo andate per tapas e poi a uno spettacolo di flamenco. Oggi, iniziata la giornata con churros y chocolate e fatto qualche acquisto veloce ( io ho ricomprato quelle caramelle al sapor di violetta così particolari che mi piacevano tantissimo ) siamo in partenza. Mi chiedo cosa porterò via con me e se ritornare in questi posti che ho così tanto amato abbia reso giustizia al mio sogno antico ripercorso con occhi cresciuti e adulti. Essere qui, dopo vent’anni, è stata un’esperienza che mi resterà impressa a lungo. Forse un po’ malinconica perché segnata dal fluire imperturbabile del tempo, che nel frattempo, ha provveduto a cancellare qualcosa e modificare o creare dal nulla qualcos’altro. Seneca avrebbe detto: “ Parte del Tempo ce lo strappano di mano, parte ce lo sottraggono con delicatezza e parte scivola via senza che ce ne accorgiamo “. E’ esattamente come mi sento in questo istante. E’ come se un altro tassello si fosse esattamente posizionato dentro di me, aderendo perfettamente ad altri per forma e colore e collocandosi irreversibilmente al posto che gli compete. Un bacio e un ultimo sguardo a Madrid . E il mio pensiero va alla mia città e alle piccole e importanti cose di questi tempi nuovi .