" Tappeto Persiano o d' Angora? " di moykeil su FlickrChissà quando sarà nato il mio desiderio di affabulazione…forse dalle versioni che mio padre, da piccola, trasformava in racconti per conciliare la mia nanna…o forse dalla narrazione delle tante vicende familiari dei miei nonni che così tanto mi coinvolgevano … quest’ esigenza di ascoltare e di raccontarsi agli altri, che poi, da insegnante è diventato piacere di raccontare storie o aneddoti ai miei alunni e poi da madre mini fiabe ai miei figli per accompagnarli morbidamente nel passaggio dalla veglia al sonno…Dedico questa favola alle mie nipotine; a ricordo di tutte quelle volte in cui da zia ho provato ad addormentarle riuscendoci con un discreto successo. Per ringraziarle di aver lenito talvolta il leggero dolore di essere lontana dai miei figli e della dolcezza con cui mi hanno sempre regalato il loro affetto. E naturalmente il mio pensiero va anche ai miei ragazzi, ormai grandi per ascoltare storie ma non abbastanza per ricevere coccole e parole d’affetto dalla loro mamma. S. LA VERA STORIA DEL GATTO PASQUALEAbitava coccolato abbondantemente dalla sua famiglia acquisita nell’attico di una casa signorile in centro. Era un gatto d’angora, di pelo color cannella folto e lucente, con straordinari occhi a mandorla di colore cangiante. Era di indole molto affettuosa, pacifica e giocherellona. Amava trascorrere i pomeriggi sdraiato mollemente e pigramente su un cuscino batik e si concedeva con pacata rassegnazione ai giochi dei piccoli dell’uomo figli dei suoi padroni. Anche se dopo pochissimo il suo istinto alla libertà e all’autonomia prevalevano … e a quel punto il gattone preferiva sparire improvvisamente correndo come una saetta a nascondersi in posti sempre diversi facendo perdere le proprie tracce. Salvo ricomparire ad ora pasto, acciambellato in prossimità della sua ciotola di plastica rossa, in una muta e dignitosa richiesta di cibo. Era arrivato in quella casa che era piccolissimo, un batuffolino di pelo nato da una cucciolata numerosa e senza un nome. Ed era rimasto senza nome. Per tutti era “Micio” , talvolta “Miao Miao” o “Mimì” per Andrea, uno dei figli dei padroni che per lui aveva una particolare predilezione. La sua sistemazione in quella famiglia di umani era di suo gradimento; sin dall’inizio gli adulti lo avevano trattato con molto rispetto e il loro rispetto era aumentato quando Micio aveva educatamente imparato a fare le sue cosine nella lettiera ricoperta di sabbietta. La padrona era una donna gentile e un po’ strana che amava pasticciare con tubetti di colori diversi intingendovi pennelli di svariate dimensioni per poi pulirli, passandoli, su grandi rettangoli bianchi di stoffa montati su telai di legno. Ci passava tantissimo tempo, dimenticando a volte di aprirgli la scatoletta di salmone affumicato che tanto gli piaceva. Ma bastava un suo garbato miagolio per ripristinare la normalità e lei subito provvedeva ai suoi doveri con un sorriso e una carezzina. L’uomo era sempre di fretta ma comunque con lui altrettanto gentile, spesso fuori per lavoro, e non si arrabbiava se gli capitava di trovare un po’ stropicciato il suo giornale. Dopo un anno di permanenza in quel nido di tranquillità erano arrivati Manuela e Andrea, gemelli che non si assomigliavano affatto. Manuela, compiuti i tre anni, aveva tentato di trasformarlo in una bambola vivente ma lui si era strenuamente e tenacemente opposto: a quel punto la bambina aveva pensato bene di dedicarsi ad altro mentre Andrea l’aveva preso sotto la sua ala protettiva. Lo chiamava “tigrotto” o “amico” e anche “Mimì” anche se a Micio quel nomignolo poco virile poco garbava, ma comunque era l’unico prezzo da pagare per un’amicizia realmente disinteressata e andava più che bene. Aveva sentito di cose terribili subite da esponenti della sua specie nel mondo esterno e sapeva di essere un gatto fortunato, sicuramente.Ogni anno, però, di quei tempi le perplessità del gattone erano sempre le stesse. Quell’ abitudine così umana di giocherellare con palle che non rotolavano e che non erano infrangibili come la sua, fatta di gomma colorata e morbida . Palle che erano incartate vivacemente, che si mangiavano e sapevano di buono, che suonavano stranamente e nascondevano sorprese misteriose. Non come quella sostanza viscida fuoriuscita da una “cosa” tondeggiante e che una volta, aveva “sbadatamente” fatto rotolare giù dal tavolo della cucina, giusto per capire, cadendo, che rumore avesse: si era rotto in mille pezzi e la tata dei bimbi aveva brontolato qualcosa a proposito di una frittata che non ci sarebbe stata e del fastidio che ci sarebbe voluto per ripulire il pavimento…Ecco, avrebbe tanto voluto essere in una di quelle palle dolci che profumavano di cioccolata…oppure avrebbe voluto essere lui quel fantomatico Leprotto Pasquale che arrivava nottetempo e depositava i suoi doni negli angoli più reconditi dell’appartamento, scatenando una caccia forsennata senza precedenti ogni domenica di Pasqua, caccia che si concludeva spesso anche sul terrazzo, tra le palme legate e gli enormi vasi traboccanti di gerani rossi, luogo generalmente “off limits” per lui…Idea! Quella notte avrebbe vegliato a lungo e di nascosto per aspettare l’arrivo del Leprotto e poi sarebbe andato "lui", la mattina successiva, a svegliare i gemelli e a guidarli nella consueta ricerca di quel bene prezioso … era sicuro che avrebbero apprezzato il suo interessamento. Forte di quel progetto poteva anche dedicarsi con tutto comodo alla sua siesta pomeridiana. Naturalmente con un occhio semi-aperto, giusto per continuare a monitorare la situazione e perché, come al solito, tutto continuasse ad essere sotto il suo stretto e vigile controllo di gatto di casa …