SPRINGFREESIA

Il giardino interno


Era per tutti la signorina Teresa. Abitava in una casa del centro storico; una di quelle dimore  con  portoncino a doppio battente di lucido legno dipinto, privo di campanello e che recava a una certa altezza due anelli di pesante bronzo che servivano ad annunciare visite di parenti e conoscenti. La signorina Teresa, in realtà, non aveva intense frequentazioni. Era l’unica sopravvissuta di un’ antica e benestante famiglia locale che aveva lentamente e progressivamente visto i propri componenti decimarsi e passare a miglior vita attraverso ben due conflitti mondiali, epidemie e sofferenze di vario tipo. Al pari di un facoltoso personaggio che vede assottigliarsi il patrimonio di famiglia, accumulato  generazione dopo generazione,  minato da tante e non sempre prevedibili difficoltà giunte in rapida successione.I suoi possedimenti, ora, erano tutti lì, in quella casa di famiglia che si apriva alla sommità di una scalinata stretta e  ripida dai gradini di pietra locale rosa in un ingresso, un tinello-sala e un cucinino al primo piano, per poi proseguire con due camerette al piano superiore. Ma la meraviglia di quella modesta sistemazione era tutta nel  giardino interno, invisibile dalla strada principale, a cui si accedeva dalla porta-finestra dell’ampio tinello-sala. Per scendervi era necessario prendere una scaletta un po’ malmessa che costeggiava e si snodava lungo un muro interrotto da una finestra con un’inferriata spartana, che contribuiva a fare di quello spazio chiuso a cielo aperto un luogo privilegiato dando, nel contempo,  luce al retrobottega di un locale a fronte strada.Nel giardino che fungeva anche da orto era concentrato il lavoro paziente e certosino di quella donna sottile dall’età indefinita: bordure di campanule, rose e gerani, un nespolo e un limone, un’acacia che si riempiva di fiori bianchi e profumatissimi d’estate. E poi una piccola coltivazione di ortaggi in fondo, quasi a ridosso del muro che delimitava la proprietà e la separava da un altro caseggiato,  anch’essa in rigoglio ed esplosione di colori accesi dalla primavera fino a tutta la bella stagione. Una panchina poggiata ad un altro muro con una fontanina di lì a presso e un pergolato di glicini che  assicurava l’ombra a chi avesse deciso di sostare per riempirsi la vista di verde e fioriture insperati, rifinivano l’insieme. Un tempo c’era stata anche una rampicante di bouganville ma non era sopravvissuta ai rigori di un inverno precoce e particolarmente duro per quella latitudine.  Teresa non era riuscita a salvarla né aveva  voluto estirparla la primavera successiva e ciò che ne rimaneva era rimasto al posto di sempre, lungo la terza parete di quel giardinetto interno.Mariuccia, la camerierina che prestava servizio in quella casa oramai da un paio d’anni, se n’ era spesso chiesta il perché; la signorina era di una meticolosità quasi maniacale nella cura di quel pezzetto di verde eppure non aveva avuto voglia di rimpiazzarla con un po’ d’edera, altro glicine, niente da fare … Ma questa stranezza era solo una delle tante di quella figura così riservata e un po’ misteriosa. La scorsa primavera, per esempio, cercando di dar la caccia a un topolino che aveva preso a fare incursioni notturne per casa, si era imbattuta, frugando nel sottotetto, in una scatola di cartone nascosta sotto un vecchio e logoro copritavolo e dissimulata da una serie infinita di vecchie cianfrusaglie che, una volta scoperchiata, aveva rivelato un contenuto inimmaginabile: un abito da sposa nuovo, avvolto in più strati di carta velina, a prima vista mai indossato e ingiallito  solo in alcuni punti, come se qualcuno lo avesse a lungo accarezzato, quasi con rammarico, per poi abbandonarlo a un indefinito periodo di oblio. La vita della signorina Teresa ruotava tutta lì, tra i poveri della parrocchia, le lezioni di piano che impartiva a pochi ma diligenti allievi e il  giardinaggio. Pochissima vita sociale al di là delle due messe giornaliere, quella mattutina e quella vespertina, e qualche tè con due o tre amiche di vecchia data, sue compagne di gioventù.  Mariuccia non riusciva a credere come la sua padrona non si scollasse dal suo nido nemmeno per una passeggiata in piazza nella ricorrenza del Santo Patrono.  A lei si che piaceva! Come le piaceva scorazzare in sella alla Lambretta del suo fidanzato, andare con lui al luna park e godere dei fuochi pirotecnici allestiti di notte in periferia! Che peccato che la signorina si ostinasse a tenere le persiane delle  camere che davano sulla via principale ostinatamente chiuse, anche al passaggio della Madonna in processione! A quel suo pensiero espresso incautamente ad alta voce  Teresa aveva replicato bruscamente e con così tanta foga da farle venire le lacrime agli occhi e zittirla per il resto della giornata. A testa bassa aveva finito le faccende e portato a termine la spesa in drogheria. Ma all’indomani, al termine del lavoro, si era vista consegnare un fagottino dall’anziana donna.“ E’ per te , “ le aveva detto con la sua espressione di sempre, appena addolcita da un cipiglio meno austero del solito“ fanne quello che vuoi ”. Lei aveva ringraziato brevemente ed era andata via. Una volta in strada non aveva resistito alla tentazione di disfare l’involto ed aveva scoperto che era un abito di seta, di vera seta!, color malva, bellissimo ed etereo: avrebbe chiesto alla sua mamma di accomodarlo per la festa oramai imminente…lei e il suo Tonino sarebbero stata la coppia più ammirata del paese, già se lo immaginava!Ben celata dietro una tendina di pizzo all’uncinetto di una finestra delle camere superiori Teresa aveva  sbirciato, seppur parzialmente, la scena. La giovane e bruna ragazza che scartava con curiosità il pacchetto, la sua espressione stupita e contenta, il suo passo leggero sui lastroni di pietra irregolare prima di svoltare l’angolo.Da un cassettino poco in vista del Secretaire della sua camera da letto, aveva poi tratto un pacco di lettere legate da un nastro ed altrettante fotografie. Alla ricerca di quella che la ritraeva, giovane e con i capelli corti al vento, in sorridente compagnia di un bell’ ufficiale. Abbigliata in un elegante abito color malva e radiosa nel suo bel sogno d’amore. Completato da un sorprendente sfondo di bouganville in fiore.
" Chaude lumiere ", I. Molard