Seduta nell’abitacolo della sua monovolume Serena guardò per l’ennesima volta l’orario sul display. Le 19.50 della sera in quello squarcio di settembre ormai autunno. Poco distante da lei l’auto di lui a significare che era già al posto convenuto e l’aspettava. Poteva ancora fumare con mano tremante l' ultima sigaretta snella e leggera, accesa febbrilmente. Non era più il tempo in cui lei approfittava anche dei minuti extra per passarli insieme a lui, precipitandosi a scampanellare all’ingresso di quella villetta di periferia ansiosa che le aprisse. Per stordirsi d’amore e di passione nell’arco di un pomeriggio e poi tornare a casa sua ebbra. Salvo poi risvegliarsi l’indomani con la consapevolezza chiara e amara che quel po’ di felicità intensa le era scivolata tra le mani senza possibilità di trattenerne un briciolo. E anelare a un nuovo incontro e a nuove intense sensazioni tra le sue braccia. Un amore vissuto in clandestinità, colpevolmente da lei. Senza clamori di ufficialità perché non sarebbe stato possibile. Che non conosceva domeniche o giorni di festa o ampi lassi di tempo. Ritagliato da momenti di quotidianità, quegli attimi che lui le metteva a disposizione giustificandoli a terzi con improbabili impegni di lavoro, cene con clienti, improvvise urgenze. Una specie di coperta patchwork dal disegno stranamente irregolare, in cui le fantasie fiorate avevano da sempre convissuto non senza qualche difficoltà con gli scozzesi, le righe, le tinte unite. Una coperta che non riusciva più a proteggerla morbidamente col suo calore perché inevitabilmente lasciava scoperti brandelli del suo corpo. E del suo cuore, lacerato dal dolore di un sentimento che, lo sentiva e lo sapeva, non sarebbe mai stato ricambiato appieno. Un amore che non era arricchimento e gioia di svegliarsi al mattino ma tormento e visione di un posto irrimediabilmente vuoto accanto a lei, di interminabili serate passate ad aspettare telefonate modulate a bassa voce e fatte di promesse che non si sarebbero mai realmente concretizzate in vita vera e reale da vivere. Insieme.Si chiese se era questo che realmente voleva e per sempre, in una situazione che, ne era certa, sarebbe potuta durare all’infinito. Senza ombre di sorrisi e complicità semplici fatte di gesti routinari, conditi da affetto e condivisione piena anche nel gustare pian piano una tazzina di caffè seduti in cucina a parlare del più e del meno programmando pigramente la giornata. Ancora un minuto e poi avrebbe aperto la portiera e si sarebbe diretta verso il cancelletto verde di ferro battuto chiedendo che le venisse aperto. Il tempo di una sigaretta e di volute di fumo azzurrino che le facevano bruciare lievemente gli occhi costringendola a sbattere le ciglia.Si sentì improvvisamente stanca e con le membra intorpidite, incapace di compiere quell’azione reiterata tante e tante volte negli ultimi mesi, un’azione che cominciava a sfinirla mortalmente e che le avrebbe portato oltre al suo carico subitaneo di pochi momenti di felicità tantissima disperazione infinita e solitaria a seguire.Desiderò con tutta sé stessa di trovarsi altrove e di camminare su tappeti erbosi a piedi scalzi, alla luce dello stesso tramonto ma foriero di un domani diverso.Il sibilo del suo cellulare in modalità silenziosa la riportò al presente e le impose di agire.Serena respirò profondamente, oramai pronta a combattere per la sua ultima opportunità di vita.Spense il telefonino e infilò la chiave nel cruscotto. La macchina, docile, partì al suo comando e superò a bassa velocità, quasi temesse di farlo con inutile dispiego di energie, la casetta bassa e immersa nel verde, sparendo discreta nel crepuscolo.Il viale tornò alla sua silente normalità, tra l’abbaiare di un cane in lontananza e i rumori familiari e sopiti perché distanti del traffico serale.
La scelta
Seduta nell’abitacolo della sua monovolume Serena guardò per l’ennesima volta l’orario sul display. Le 19.50 della sera in quello squarcio di settembre ormai autunno. Poco distante da lei l’auto di lui a significare che era già al posto convenuto e l’aspettava. Poteva ancora fumare con mano tremante l' ultima sigaretta snella e leggera, accesa febbrilmente. Non era più il tempo in cui lei approfittava anche dei minuti extra per passarli insieme a lui, precipitandosi a scampanellare all’ingresso di quella villetta di periferia ansiosa che le aprisse. Per stordirsi d’amore e di passione nell’arco di un pomeriggio e poi tornare a casa sua ebbra. Salvo poi risvegliarsi l’indomani con la consapevolezza chiara e amara che quel po’ di felicità intensa le era scivolata tra le mani senza possibilità di trattenerne un briciolo. E anelare a un nuovo incontro e a nuove intense sensazioni tra le sue braccia. Un amore vissuto in clandestinità, colpevolmente da lei. Senza clamori di ufficialità perché non sarebbe stato possibile. Che non conosceva domeniche o giorni di festa o ampi lassi di tempo. Ritagliato da momenti di quotidianità, quegli attimi che lui le metteva a disposizione giustificandoli a terzi con improbabili impegni di lavoro, cene con clienti, improvvise urgenze. Una specie di coperta patchwork dal disegno stranamente irregolare, in cui le fantasie fiorate avevano da sempre convissuto non senza qualche difficoltà con gli scozzesi, le righe, le tinte unite. Una coperta che non riusciva più a proteggerla morbidamente col suo calore perché inevitabilmente lasciava scoperti brandelli del suo corpo. E del suo cuore, lacerato dal dolore di un sentimento che, lo sentiva e lo sapeva, non sarebbe mai stato ricambiato appieno. Un amore che non era arricchimento e gioia di svegliarsi al mattino ma tormento e visione di un posto irrimediabilmente vuoto accanto a lei, di interminabili serate passate ad aspettare telefonate modulate a bassa voce e fatte di promesse che non si sarebbero mai realmente concretizzate in vita vera e reale da vivere. Insieme.Si chiese se era questo che realmente voleva e per sempre, in una situazione che, ne era certa, sarebbe potuta durare all’infinito. Senza ombre di sorrisi e complicità semplici fatte di gesti routinari, conditi da affetto e condivisione piena anche nel gustare pian piano una tazzina di caffè seduti in cucina a parlare del più e del meno programmando pigramente la giornata. Ancora un minuto e poi avrebbe aperto la portiera e si sarebbe diretta verso il cancelletto verde di ferro battuto chiedendo che le venisse aperto. Il tempo di una sigaretta e di volute di fumo azzurrino che le facevano bruciare lievemente gli occhi costringendola a sbattere le ciglia.Si sentì improvvisamente stanca e con le membra intorpidite, incapace di compiere quell’azione reiterata tante e tante volte negli ultimi mesi, un’azione che cominciava a sfinirla mortalmente e che le avrebbe portato oltre al suo carico subitaneo di pochi momenti di felicità tantissima disperazione infinita e solitaria a seguire.Desiderò con tutta sé stessa di trovarsi altrove e di camminare su tappeti erbosi a piedi scalzi, alla luce dello stesso tramonto ma foriero di un domani diverso.Il sibilo del suo cellulare in modalità silenziosa la riportò al presente e le impose di agire.Serena respirò profondamente, oramai pronta a combattere per la sua ultima opportunità di vita.Spense il telefonino e infilò la chiave nel cruscotto. La macchina, docile, partì al suo comando e superò a bassa velocità, quasi temesse di farlo con inutile dispiego di energie, la casetta bassa e immersa nel verde, sparendo discreta nel crepuscolo.Il viale tornò alla sua silente normalità, tra l’abbaiare di un cane in lontananza e i rumori familiari e sopiti perché distanti del traffico serale.