" Bacio allo specchio" , Adriana Bisi FabbriSara si svegliò di colpo desiderando di poter chiudere gli occhi per riaprirli in un tempo indefinito e lontano da ogni tipo di affanno.Ma non era possibile, non in quel periodo dell’anno, per lei sempre molto impegnativo, e non di mercoledì, giorno fulcro della sua settimana lavorativa. Il panorama dalla finestra della sua camera da letto le rimandò una distesa quasi a perdita d’occhio di tetti di varia foggia tipica dell’ assetto urbano di quella piccola città di provincia in cui la sua esistenza scorreva lenta e senza scosse ormai da più di un lustro a quella parte. Vi si era trasferita per “amore”, più di qualche anno prima, inseguendo un sogno affettivo da cui si era risvegliata bruscamente a soli pochi mesi di distanza, lasciando il paese di collina in cui era nata e cresciuta e a cui aveva fatto ritorno dopo gli studi superiori a scadenze fisse, ricorrenza dopo ricorrenza, per visitare con diligenza la sua famiglia di origine.E quando quella storia era terminata aveva deciso di restare, incapace di muoversi ulteriormente per altri lidi, grata alla sua piccola nicchia fatta di quotidianità, conoscenze con cui trascorrere i fine settimana, una casetta sufficientemente comoda a cui far ritorno dopo l’ufficio.Sara era vicina ai quaranta ma sembrava che la cosa la toccasse marginalmente; era quello che ripeteva spesso con un sorrisetto a chi, ammirato, in verità non glieli attribuiva. Pur avvertendo, in cuor suo, un profondo senso di inadeguatezza, quasi di fastidio alla comparsa dei primi segni del tempo sul suo corpo. Una silhouette che nel complesso aveva conservato la fisionomia di adolescente alta e longilinea quale era stata. Un corpo a cui teneva con cura ossessiva e sistematica. A cui dedicava moltissimo del suo tempo libero alla ricerca continua di una perfezione formale sempre troppo lontana da raggiungere.La sua vita era sempre stata costellata di tappe da colmare in questa recherche infinita in cui si era tuffata senza teloni evidenti di protezione non appena ne aveva avuto possibilità.Iniziando con la frequenza sistematica di palestre e centri di bellezza perché altri potessero guidarla nel delineare il suo corpo ad immagine e somiglianza di un’ideale femminile ben preciso e dai contorni netti e definiti stampati prima nella sua mente di bimba e poi in quella di adolescente.Aveva cominciato a poco più di vent’anni cambiando il colore dei capelli e scegliendo una nuance di biondo che sentiva maggiormente propria e più in armonia con i suoi occhi verdi. Aveva, quindi, avidamente imparato trucchi ed artifici del maquillage ed una volta appropriatasi della materia, non se ne era più separata. Truccando il suo viso impeccabilmente 24 ore su 24, soprattutto se in compagnia di uomini e in momenti di intimità.Per sua stessa ammissione incapace di farne a meno pur se si fosse trattato di routine come ad esempio una compera veloce dal droghiere all’angolo della stradina in cui abitava.A trent’anni aveva deciso di migliorare il suo sorriso affidandosi alle cure di un famoso ortodontista ottenendone una dentatura perfetta e smagliante.Pur possedendo un metabolismo da ragazzina non eccedeva mai nel cibo.Scherzando con amici e conoscenti era solita dire di nutrirsi con “schifezze”, attribuendo a ciò qualche disturbo intestinale cui era spesso soggetta. Pur vantandosi di possedere un robusto appetito, in riunioni conviviali era solita nutrirsi con l’appetito di un uccellino, lamentando una subitanea sensazione di pienezza a giustificazione di pietanze appena assaggiate o spilluzzicate con poca voglia.Nella scelta dei capi di abbigliamento amava destare sensazione e suscitare ammirazione. Nei commenti sulle altre donne era generalmente severa e critica un po’ come, forse, lo era con se stessa. Nulla nei suoi atteggiamenti e nel suo modo di presentarsi era lasciato al caso, risultando al contrario frutto di un’accurata pianificazione. I suoi progetti di vita erano piuttosto circoscritti, fagocitati da questo amore sviscerato per l’immagine di donna gelosamente e morbosamente coltivata nel suo intimo, il cui mantenimento richiedeva uno sforzo continuo e al tempo stesso terribile, e che il fluire inesorabile e inarrestabile del tempo stava rendendo poco a poco mastodontico per le piccole falle, le impercettibili crepe che cominciava a mostrare.Un po’ come nell’immagine di un giardino certosinamente curato e abbellito dal suo giardiniere in costante tensione per mantenere ordine e rigore a fronte di una natura dispettosa e ribelle, sempre pronta a riaffermare il proprio diritto pieno ad esistere e a sovrastare, divertendosi ad infestare di erbette spontanee aiuole graziosamente acconciate e tirate a lucido.Per qualche istante, compiaciuta, osservò con occhio da intenditrice le sue natiche ancora ben conformate, ripromettendosi di indossare quel modello alla brasiliana di costume consigliatole dalla commessa del negozio di intimo in cui di solito si serviva. Un attimo, però, di brevissima durata, spazzato via da una smorfietta della bocca, perfetta e ammodo anche quella. Il suo cruccio più recente era al momento il seno, giudicato troppo piccolo e, forse, in procinto di mostrare segni di cedimento. Sara lo osservò con cipiglio riflessa nel lungo specchio basculante che occupava un angolo della sua camera e a cui affidava di sovente la supervisione d’ensemble di se stessa prima di andar via. Non era affatto rispondente ai suoi canoni estetici, necessitava al più presto di essere rimodellato da qualche bravo chirurgo estetico. Avrebbe, come al solito provveduto. Al meglio e al più presto.Questo pensiero le dette subitaneamente un senso di sollievo. Offrire di se stessa un’immagine più che gradevole era lo scopo della sua vita, l’unico aspetto che sentiva assolutamente di essere in grado di fronteggiare con una certa sicurezza, plasmandolo secondo quanto la faceva star meglio.Peccato, tuttavia, che quel controllo sistematico e intransigente non potesse essere esteso ad altri ambiti. La sua vita affettiva, per esempio, vissuta con insoddisfazione perenne e costellata da esperienze dolorose che preferiva non ricordare. Lì veniva fuori tutta la sua insicurezza di bambina incompresa e trascurata da una madre troppo frettolosa e assente; si innamorava sempre di uomini che la conducevano alla sofferenza. Uomini a cui immolava tutta se stessa, a cui si dedicava anima e corpo. Uomini rincorsi disperatamente a cui chiedere continue conferme. Uomini che puntualmente scappavano lontano da lei a cui pure aveva dato prova di disponibilità estrema, incondizionata.Compagni per cui aveva recitato con discrezione all’inizio, con disperazione alla fine, un ruolo femminile di autentica dedizione. Che finivano con lo scegliere donne dall’aspetto, a suo dire, quanto meno improbabile e discutibile. Donne comuni, ordinarie, incredibilmente poco avvezze alla cura di se stesse. Figure femminili della porta accanto, da supermercato o da mercatino rionale. Che tristezza, lei pensava, e che profonda ingiustizia nei confronti del santuario pluridecennale da lei eretto in cuor suo a imperitura adorazione di una bellezza narcisistica, anche se non percepita affatto come tale, da lei idealmente e affannosamente ricercata e inseguita …Immersa in queste riflessioni agrodolci si era, alla fine, riscossa e, dopo l’ ultimo sguardo alla sua immagine riflessa, aveva raccattato pochette e foulard. Pronta per la sua giornata di lavoro. Decentemente “ a posto”.Con cura esagerata aveva chiuso l’uscio di casa affrettandosi per le scale; l’ultima sbirciata l’avrebbe data all’enorme specchio posizionato nell’ androne del sobrio ed elegante condominio in cui viveva.L’ultimo flash, l’ ultima conferma per sentirsi “ a tono “, perfetta come sempre, elemento costante in un algoritmo temporale fatto di settimane e giorni tutti uguali ed in fila.Una successione in cui poco spazio era riservato alla sorpresa, molto all’ omologazione. Ritmo, tuttavia, per lei rassicurante, necessario e indispensabile per la sua sopravvivenza.