SPRINGFREESIA

In dono


 Carla aprì con uno scatto deciso il portoncino di quella casa. Ne era diventata proprietaria all’improvviso e con così poco preavviso da non rendersi ancora e completamente conto che sua  zia Rachele le aveva lasciato in eredità quella villetta in stile liberty con un gesto di munificenza dovuto, forse, anche al fatto di essere la sua madrina di battesimo. L' aveva chiamata la  segretaria di quel notaio di provincia che la conosceva sin da piccolissima e che l' aveva informata di essere stata citata  nel testamento di quella signorina un po’ eccentrica. Quella zia  con cui, negli ultimi tempi, aveva mantenuto pochissimi contatti, prevalentemente telefonici. La notizia, a cui era del tutto impreparata, era giunta alla fine di una giornata complessa e piena di problemi apparentemente irrisolvibili che l’avevano a lungo tormentata fino a quando la sua mente, probabilmente per sfinimento, non si era decisa ad  elaborare soluzioni idonee  di una semplicità disarmante. Quel tipo di soluzione che ti si prospetta quando, dopo aver esaminato a 360° ogni aspetto della vicenda che ti attanaglia non sai più cosa inventarti; ed è allora che, magicamente, ti si aprono gli occhi e la possibilità scartata a priori perché troppo scontata ti sembra l’unica e la sola, la più adatta allo scopo. Al momento aveva brevemente ringraziato la donna, assicurandole di richiamarla al più presto per approfondire i dettagli della situazione,  sentendosi troppo stanca per farlo in quel momento. Se n'era occupata con diligenza il giorno successivo, e dopo circa una settimana, tempo necessario per lo studio notarile di mettersi in contatto con gli altri eredi e concordare una giornata che andasse bene per tutti, aveva ricevuto quell’ inaspettata notizia accompagnata da un mazzo di chiavi e la preghiera di recarsi con sollecitudine sul posto per rendersi conto dell’eredità ricevuta. La villetta  si sviluppava su due piani nel centro storico di quel paese di provincia ed aveva ospitato per tutta una vita Rachele e nell’ arco di qualche generazione la sua famiglia di origine. E alla prima, insegnante di scuola elementare in pensione, a cui non era capitato di convolare a giuste nozze,  non era rimasto che  dividersi tra la cura dei suoi genitori, i suoi nonni, e quella di una sorella, anch’essa nubile, di salute cagionevole passata a miglior vita  prima che lei, Carla, nascesse, ultimogenita di una famiglia estremamente tradizionale in cui  era giunta  tardivamente, figlia di una madre  oramai desiderosa  di far la nonna a tempo pieno e non altro  Ma si sa che il destino ci pone talvolta di fronte ad eventi inaspettati e l’arrivo di quella bimba, quasi coetanea del suo primo nipotino, era stato accettato con stoicità da tutti, contribuendo a regalare alla donna che l'aveva partorita nuova linfa vitale e ai suoi fratelli nuovi argomenti di conversazione mista a stupore e senso di preoccupazione. Il pianterreno era strutturato in un salotto,  una cucina che era stata anche tinello e una camera, la camera del cucito, in cui le avevano raccontato ci si riuniva per confezionare e ricamare capi di corredo destinati a giovani donne nubende della famiglia. Al piano superiore, a cui si accedeva per il tramite di una scala dai gradini di marmo non monumentale ma di una certa imponenza propria delle antiche dimore, c’erano la stanza da bagno e tre  ampie camere da letto. Lei ricordava ancora l’albero di platano che occhieggiava dalla finestra di una delle tre camere, suggerendo promesse di verde e ombra a sufficienza nelle calde giornate estive a chiunque avesse deciso di trascorrere ore di relax  nel piccolo giardino a ferro di cavallo che circondava la costruzione. Il pavimento era quello  di sempre, mattonelline di cotto che in ogni ambiente si riunivano al centro della stanza per dar vita a ordinate simmetrie geometriche; certamente un po’ logore ma non prive di un certo fascino, quello delle cose senza tempo impregnate di ricordi di attimi passati scanditi dal ticchettio di un orologio da tavolo, da un odore indefinito di pietanze cucinate o di lavanda spigata conservata nei cassetti della biancheria. Non aveva idea di quello che ne avrebbe fatto. Si era, in verità, sentita anche un po’ in colpa quando aveva scoperto di essere ancora nei pensieri di quella zia con i capelli sempre ordinatamente disposti a crocchia. Nella sua infanzia e adolescenza l’aveva spesso visitata con la sistematicità di una brava ed educata figlioccia: a Natale, Pasqua, giorno del suo genetliaco ed onomastico, spesso accompagnata da una delle sue sorelle più che dalla mamma  ben lieta di farsi sostituire, in quelle ricorrenze, da una giovane madre putativa. Poi erano arrivati gli anni verdi della sua affermazione; conclusa l’università era andata a lavorare all’estero per un periodo fatto di bei ricordi e di pezzi di mondo conosciuti ad ampio spettro, richiamata a casa da un fidanzato impaziente di impalmarla da cui si era, dopo alcuni anni di matrimonio, non pochissimi, separata. In quella circostanza la sua madrina aveva tuonato, spronandola spesso a riconciliarsi con il marito, fino a perdere definitivamente ogni speranza quando lei, sempre telefonicamente, le aveva, due anni or sono, dato notizia del divorzio oramai ottenuto. Più di una volta aveva pensato con un sorriso alla foga messa dall’anziana donna nei suoi persuasivi discorsi; un impeto che mal si conciliava con la pochissima esperienza in materia di uomini da ella posseduta se non in misura inversamente proporzionale. Ma, tuttavia, lei aveva percepito che, dietro a quei toni accesi,  che l’avevano sicuramente tenuta fisicamente distante dalla zia, c’era una reale e genuina preoccupazione da parte di quest’ ultima: quella che lei restasse da sola, in balia degli eventi, senza una adeguata e protettiva spalla maschile cui poggiarsi. Quella che a suo tempo  a lei, meschina,  era mancata, condannandola ad un’esistenza forse vissuta come ripiego e dedita alla cura di anziani familiari bisognosi di assistenza continua  e nipoti concepiti come “quasi” figli da gratificare e da guidare con la tecnica del pugno di ferro e guanto di velluto. L’esplorazione della sua nuova proprietà era terminata; la casa aveva bisogno di urgenti e radicali riparazioni. I rubinetti dell’ampio bagno superiore perdevano acqua. Ed un rivolo sottile aveva  finito per macchiare forse irreparabilmente  di ruggine lo smalto immacolato della vasca da bagno con i piedini, suo sogno proibito  di  ragazza romantica. Negli angoli esterni di ciascuna stanza la traccia grigia di condensa dovuta ad umidità che si era rintanata per imposte caparbiamente tenute chiuse, soprattutto negli ultimi tempi. E il giardino in cui una volta stagione dopo stagione rifiorivano ciclamini nani  e mughetti profumatissimi, adagiati ai piedi di alberi secolari, era ridotto ad un ammasso di rampicanti prepotentemente in rigoglio e di erba spontanea. Seduta sul sofà foderato di cretonne fiorato dai colori ormai spenti  pensò di chiedere per un preventivo di lavori  al signor Bruno, anziano personaggio tuttofare a cui spesso si rivolgeva quando aveva necessità di effettuare infiniti e svariati accomodi. Avrebbe potuto utilizzarla come casa per il  fine settimana, se fosse riuscita a convincere i suoi figli a seguirla, magari solo qualche volta. Sapeva che se avesse deciso di affittarla, non sarebbe stato compito facile riuscirvi;  quella era una dimora per “amatori” e non per  occupanti dall' indole frivola e godereccia .  Austera e solida come la sua antica padrona, di cui aveva conservato i tratti severi, seppur addolciti, ma non compagna per tutti. Apprezzata probabilmente soltanto da chi, penetratane l’essenza, riusciva a respirare l’aria che la conteneva. Un’ aria fatta di punti fermi importanti, forse un  tantino più gravosi di altri, non di facile accettazione. E tuttavia forte e inebriante come un sorso di quel rosolio fatto in casa, contenuto  nella bottiglia di cristallo dal tappo tondeggiante che veniva  offerto a tutti gli ospiti che  varcavano  la soglia di quella dimora. Ospitale ma silenziosa, fortemente accattivante  nella sua severità. Un tonfo deciso dell’uscio principale per sottolineare il suo arrivederci. E le pesanti chiavi nella tasca del suo impermeabile. Per ricordarle che c’era, che ci sarebbe stata ancora  a lungo.
Vetrata liberty di R. Alabiso