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"ahaahaaha" di amicabaleLe donne sono in competizione tra loro? Questo nuovo articolo della nostra rubrica di Psicologia, cercherà di trattare in maniera più semplice e chiara possibile l’argomento “competizione tra donne”. Sappiamo tutti quanto questo argomento interessi la stragrande maggioranza del genere femminile. Molte donne pensano, e sono fermamente convinte che non c’è peggior nemico di un’ altra donna, che può essere la “migliore amica”, la “datrice di lavoro”, una semplice collega, e c’è chi considera come primo nemico la propria sorella. I confronti e le rivalità femminili nascono perché le donne, nella società odierna, si espongono molto di più del genere maschile, traendo meno privilegi esclusivi dell’altro sesso; inoltre la maggior parte delle donne che coprono una fascia d’età compresa tra i 30-50 anni non è stata educata a mettere in luce le proprie capacità, le proprie abilità se non con la presenza di un’altra donna “minacciosa”.  Le donne si allenano fin dall’infanzia alla “competitività”, perché educate a valori stereotipati che definiscono la femminilità in termini di bellezza, sottomissione, negazione dell’io per compiacere gli altri, tutti valori che si racchiudono nelle morali delle favole che hanno come caratteristica la presenza di un fantomatico “principe azzurro”, quel premio che le bambine attendono in cambio di tante rinunce, ma ben presto ogni giovane donna si rende conto che il principe azzurro non è un premio, ma soprattutto che non può diventare quel modello che ci si aspettava diventasse, tende, quindi, ad idealizzare e a confrontarsi con ogni donna che potrebbe risultare più capace, levandole quello che da sempre “le spetta”. L’importante sarebbe saper differenziare tra competizione “sana” (quella che permette all’individuo di superarsi, aumentando il livello di coscienza dei propri limiti) da quella “malsana” (che porta a cercare la sconfitta dell’ipotetica “rivale”, il suo allontanamento, e/o la sua distruzione). Tanto della competitività femminile affonda le sue radici nella relazione madre-bambina/figlia, vista come uno spazio dove la bambina può esprimere l’odio verso se stessa, ma soprattutto verso la madre, se la madre usa il modello tradizionale femminile (sottomissione all’uomo, resa incondizionata, romanticismo a oltranza) per manipolare e screditare la figlia questa impara che l’unico modo per farsi valere sulle altre donne è quello di entrare in competizione con loro.  Tra madre e figlia non vige solo l’ ”obbligo” di competitività, ma questa relazione accoglie anche sentimenti come la complicità, l’amore, l’invidia. Concretamente la rivalità si crea con l’arrivo di un terzo individuo di cui ci si contenderanno i favori. I modelli culturali ai quali ci siamo adattati nel corso della vita hanno fatto sì che si creassero “falsi miti” basati sull’emulazione del comportamento maschile, come l’idea che per raggiungere un obbiettivo in campo lavorativo sia necessario acquisire strategie di ostilità e competitività, mettendo da parte tendenza positive più tipicamente femminili: cooperazione, solidarietà, empatia e capacità di conciliazione. Molte volte la competizione sul lavoro fa parte di una determinata strategia aziendale e quando le relazioni tra colleghi si basano su di essa è importante che vengano posti dei limiti, è importante in una società lavorativa che si basa su caratteristiche tipicamente riconducibili al genere maschile, far valere la propria identità e difendere il proprio lavoro, per una donna, quanto (sic!) sarebbe utile ed importante che gli uomini non cedano alla cultura del sopravvalere ad ogni costo, sottomettendo il genere femminile, alle proprie dipendenze, o magari, alla propria stessa posizione lavorativa.Sara Angotti  in  "Crotone on web"Lascio a voi le repliche del caso. Personalmente credo che la competitività femminile intesa come donna vs donna  ad oggi esista eccome, in ambiente lavorativo tanto come in ambiente extralavorativo.Pensieri e baci ;-)S.