Carola distolse lo sguardo dal panorama che sfilava dal finestrino del treno e lo rivolse all’umanità sommessa e brulicante che popolava la carrozza dell’eurostar, con apparente nonchalance ma in realtà pronta a notare il più piccolo e insignificante particolare. Le piaceva viaggiare in quella tipologia di treno; le dava sicurezza condividere uno spazio unico con altri passeggeri mantenendo, nel contempo, il pieno rispetto della sua individualità e in genere, quando doveva servirsene, chiedeva sempre che le fosse assegnato un posto al lato del finestrino: comodo e discreto per dissimulare, con un’attenta analisi del paesaggio che le scorreva davanti, la sua innata timidezza e riservatezza. E per perdersi in pensieri e sogni ad occhi aperti. Accompagnata dal sottofondo musicale delle canzoni preferite contenute nel suo i-pod.Era di ritorno a casa dopo aver trascorso un periodo di vacanza con suo padre e con la sua nuova compagna. Evento desiderato e insieme temuto che sanciva ufficialmente la fine dell’estate, dal momento che generalmente capitava ad agosto iniziato e si protraeva quasi sino alla fine di quel mese. In passato, quando il suo papà non era ancora accompagnato da nessuna donna, l’aveva atteso con ansia e trepidazione, racchiudendolo in una cornice fatta di aspettative gioiose, di curiosità che sarebbero state certamente appagate, di piccoli e dolci momenti da condividere con lui in assoluta intimità e confidenza, per sopperire alle rapide e brevi visite che, invece, costellavano gli altri undici mesi dell’anno e che non brillavano affatto per puntualità o sistematicità. Suo padre ricopriva in ufficio un ruolo di assoluta importanza e, vivendo lontano da lei, non riusciva sempre a conciliare esigenze lavorative con il pieno esercizio della sua genitorialità. Carola era stata in grado di comprendere questo. Questo e molto altro ancora all’indomani della separazione dei suoi genitori. Un autentico terremoto nella sua vita di bimba; un evento traumatico a seguito di cui molte delle sue certezze si erano sgretolate e rovinosamente avevano segnato, accumulandosi ai bordi come pezzi di macerie, il suo percorso di giovanissima vita. Non è facile accettare che le persone che più ami al mondo decidano di lasciarsi e di andare ciascuna per la propria strada. Né è tanto meno facile continuare a concedere ad entrambe fiducia in egual modo. Un giudice sconosciuto aveva sentenziato che lei fosse affidata alla mamma e continuasse a vivere nella sua casa e nella sua città da cui il suo papà, sempre per ragioni lavorative, si era dopo qualche mese allontanato. Tutto in pochissimo tempo. Due lanci nel vuoto non preventivati. Fortunatamente ammortizzati da un telone ben teso e costituito dall’affetto di tante persone care: la sua mamma e il suo papà anche se all’epoca fisicamente distante, le sue maestre, i suoi compagni di classe, che l’avevano salvata ed aiutata a poggiare i piedi per terra un po’ stordita, forse, ma sicuramente illesa. E il suo carattere si era arricchito di sensibilità, riservatezza e amore per le cose nella loro essenza. Venandosi sottilmente di una pacata malinconia ma anche di tanta determinazione: dapprima a sopravvivere a quel dolore imprevisto e poi a vivere, procedendo con passo via via più sicuro in una situazione non scelta ma accettata con ragionevolezza estrema sublimata in un senso del dovere ed in un amor proprio profusi in ogni suo gesto e in ogni sua iniziativa. Compiuti con amorevole forza e portati a termine con altrettanta fermezza.Il destino, a quel punto, aveva deciso di mettere sulla strada di suo padre Giovanna. E Carola aveva imparato a condividere con lei i momenti preziosi che suo padre le aveva da sempre riservato in estate. Era stato lo scoglio più difficile da superare, in una lotta silenziosa e dolorosa in cui due tipi diversi di amore si erano fronteggiati per poi deporre le armi ai piedi della figura maschile che li aveva ispirati. E la ragazza, ormai quindicenne, aveva imparato sia pure con qualche difficoltà ad accettare nel suo circolo di affetto esclusivo quella donna che percepiva così importante per lui e che per fortuna non aveva preteso da lei se non una relazione improntata ad amicizia. Carola sentiva, per il momento, di aver concesso già tanto.Il treno, nel frattempo, aveva rallentato e si era fermato in una stazione di media importanza. Lo sguardo della ragazza si era soffermato sull’immagine di una bambina di pochi anni, ferma sul marciapiede e in attesa di salire in carrozza tenuta per mano dalla sua mamma, che reggeva in una delle sue manine un secchiello di plastica rossa. Lei aveva fantasticato di una partenza per il mare e con la mente era andata a vacanze lontane, a castelli di sabbia e a raccolte infinite e giornaliere di conchiglie e ciottoli portati a casa e poi nascosti come inestimabili tesori mescolati ai suoi giochi durante il periodo invernale, in giornate in cui in spiaggia poteva recarsi soltanto per fugaci passeggiate caratterizzate da un vento tagliente e dispettoso.Ora la bimbetta con i suoi genitori era riuscita a salire a bordo dell’eurostar e a sparire, in braccio al suo papà, in una delle vetture. E magicamente anche il sedile a lei di fronte era stato occupato da un ragazzo magrissimo e occhialuto che, dopo aver sistemato il suo zaino stipatissimo e molto vissuto, l’aveva sbirciata con interesse e curiosità. A quel punto la ragazza aveva deciso, un po’ imbarazzata, di continuare a dedicarsi alla sua occupazione preferita; quella, appunto, di contemplare scorci e scorci di costa adriatica, campagna e agglomerati urbani, attraverso il vetro parzialmente schermato dalla tendina. Aveva circondato con un dito una ciocca di capelli e preso a giocherellarvi distratta. Il suo aspetto fisico era uno dei suoi crucci più grandi ed erano poche le volte in cui si accettava pienamente per quella che era. Vedendosi, per contro e il più delle volte, per quella che non era affatto: troppo magra o troppo grassa, ricoperta da innumerevoli brufoli che avevano l’ardire di comparire nei momenti meno indicati, quando avrebbe voluto dare il meglio di sé. Sua madre le ripeteva di continuo che lei era davvero bella ma Carola a questa cosa non credeva affatto e la attribuiva ad eccesso di affetto materno.Ma davvero la sua bellezza era particolare e discreta come la sua interiorità: lunghi capelli biondo cenere che a lei non piacevano ( nonostante sua madre le avesse assicurato che non era facile ottenere quel tipo di tonalità con una seduta dal parrucchiere! ), un fisico longilineo e snello modellato dalle tante ore trascorse in palestra a praticare danza. Il suo sfogo alle tensioni e allo stress e la sua passione. La sua marcia in più.Avrebbe voluto essere più appariscente tanto da suscitare subitaneo interesse nei ragazzi, ma la musica al momento era sempre la stessa: colpiva soltanto quelli che non destavano la sua attenzione, mentre, invece, per quelli che le piacevano sembrava diventare trasparente. Carola non credeva nell’amore. Quello dei principi azzurri che coronano sogni splendidi con principesse in incognito scoperte da loro quasi per caso, quello che dura per sempre. La sua scuola era stata la fine repentina e inaspettata del matrimonio dei suoi genitori ed aveva, ahimè, dettato legge anche in materia di amicizie. Invano sua madre le aveva spiegato che amore e amicizia, quelli con la “a” maiuscola, sono accomunati dalla stessa sorte: difficili da incontrare ma non per questo impossibili. Consigliandole, con dolcezza già preventivata come inascoltata, di dar tempo al tempo. La ragazza aveva preso questa puntualizzazione come un’altra pietosa bugia, da affiancare alla sua presunta bellezza. Ciò nonostante seguiva con interesse partecipe e molta curiosità le prime esperienze delle sue compagne e provava ad essere prodiga di consigli e di ascolto attento, pur continuando, in cuor suo, a considerare il sentimento amoroso come una specie di malattia infettiva ineluttabile, a cui, prima o poi, avrebbe dovuto, suo malgrado, cedere.All’improvviso voglia di fresco e di qualcosa di dolce. Aveva sbirciato per traverso il suo nuovo compagno di viaggio cogliendolo assopito, e poi estratto dal suo zainetto un succo di frutta bevendolo lentamente e con gusto. Pensando alla sua prima tata, a quella che le aveva insegnato a muovere i primi passi quando la mamma aveva ripreso a lavorare. Una presenza silenziosa e discreta che aveva popolato i primi anni della sua vita e a cui aveva concesso la sua prima fiducia ed il suo affetto, ricevendo in cambio, sommessamente, attenzione sincera e nutrimento autentico per la sua interiorità. Non la vedeva da tantissimo tempo e ad un tratto desiderò fortemente di incontrarla ancora, quasi che ciò potesse riportarla a bimba di pochi anni e ai tempi in cui la gioia e la felicità erano in un gioco nuovo fatto in compagnia di persone care ed attente alle sue esigenze, anche a quelle più piccole, o consistevano nel riempire con euforia ed entusiasmo enormi fogli di carta da imballaggio bianca di pennellate poderose e vivaci di colore a tempera. Repentinamente si era sentita stanca, tanto, anche per sfogliare la rivista per teenagers compratale da suo padre per il viaggio e aveva ceduto alla tentazione di chiudere per un po’ gli occhi. Lasciandosi avvolgere morbidamente da un sonno tanto inaspettato quanto profondo in cui il rumore del treno che procedeva sulle rotaie diventava un ricordo lontano e indistinto per cullare il suo sonno. La sua mente si era riempita di immagini dal contorno dapprima indefinito, simili a sprazzi di colore luminoso, che ricordavano vagamente alcuni dipinti di arte moderna riprodotti con lodevole impegno, con amore, per la sua insegnante d’arte. In un gioco di alternanza di ombre e luci e figure familiari e sconosciute; come se fosse penetrata all’interno di un caleidoscopio con lo scopo di ritrovare un sottile ma pur chiaro sentiero, precedentemente intrapreso e poi abbandonato. Ed era stato con l’impressione di essere riuscita a riprendere in mano un filo delicato ma robustissimo che aveva riaperto gli occhi, piacevolmente riposata, e sorprendentemente vicina alla sua città.Inspiegabilmente contenta di farvi ritorno.Ancora un paio di fermate, ancora un paio di cartelli. Aveva, quindi, preso compostamente ma con convinzione a riordinare le sue cose; conservando i-pod , rivista e cellulare, abbandonati sino a quel momento su un tavolinetto estraibile di fortuna, nella sacca e altrettanto diligentemente gettando in un apposito contenitore il tetrabrick di cartone che era stato la sua bevanda. In un slancio di civetteria, insolitamente spavalda per lei, si era passata velocemente sulle labbra un velo di lipgloss al sapore di fragola, stupendosi per l’audacia di quel gesto che di solito preferiva fare in privato.Poi aveva accennato a un sorriso breve di commiato al ragazzo suo compagno di viaggio, ormai ben sveglio, impugnando decisa il manico del suo trolley di viaggio e, prima tra i primi, sulla piattaforma di discesa aveva accolto col suo sguardo tetti e panorami di periferia e poi, di seguito, più centrali: guglie di campanili svettanti, scorci di verde, condomini cittadini. Di ritorno a casa, nella sua città affacciata sul fiume e dai vialoni ampi e trafficatissimi. Temuta e desiderata, abbandonata e poi ripresa.Ancora pochi istanti e sarebbe riuscita a scorgere tra la gente in transito sul marciapiede della sua stazione di arrivo, uno sguardo di donna in paziente ed amorevole attesa. Chiudendo per una frazione di secondo gli occhi, aveva respirato fiduciosa e atteso che le porte si aprissero, con un sibilo amichevole, sul suo mondo fatto di quotidianità e di giovanili certezze.Dedicato a mia figlia.S.
Verso casa
Carola distolse lo sguardo dal panorama che sfilava dal finestrino del treno e lo rivolse all’umanità sommessa e brulicante che popolava la carrozza dell’eurostar, con apparente nonchalance ma in realtà pronta a notare il più piccolo e insignificante particolare. Le piaceva viaggiare in quella tipologia di treno; le dava sicurezza condividere uno spazio unico con altri passeggeri mantenendo, nel contempo, il pieno rispetto della sua individualità e in genere, quando doveva servirsene, chiedeva sempre che le fosse assegnato un posto al lato del finestrino: comodo e discreto per dissimulare, con un’attenta analisi del paesaggio che le scorreva davanti, la sua innata timidezza e riservatezza. E per perdersi in pensieri e sogni ad occhi aperti. Accompagnata dal sottofondo musicale delle canzoni preferite contenute nel suo i-pod.Era di ritorno a casa dopo aver trascorso un periodo di vacanza con suo padre e con la sua nuova compagna. Evento desiderato e insieme temuto che sanciva ufficialmente la fine dell’estate, dal momento che generalmente capitava ad agosto iniziato e si protraeva quasi sino alla fine di quel mese. In passato, quando il suo papà non era ancora accompagnato da nessuna donna, l’aveva atteso con ansia e trepidazione, racchiudendolo in una cornice fatta di aspettative gioiose, di curiosità che sarebbero state certamente appagate, di piccoli e dolci momenti da condividere con lui in assoluta intimità e confidenza, per sopperire alle rapide e brevi visite che, invece, costellavano gli altri undici mesi dell’anno e che non brillavano affatto per puntualità o sistematicità. Suo padre ricopriva in ufficio un ruolo di assoluta importanza e, vivendo lontano da lei, non riusciva sempre a conciliare esigenze lavorative con il pieno esercizio della sua genitorialità. Carola era stata in grado di comprendere questo. Questo e molto altro ancora all’indomani della separazione dei suoi genitori. Un autentico terremoto nella sua vita di bimba; un evento traumatico a seguito di cui molte delle sue certezze si erano sgretolate e rovinosamente avevano segnato, accumulandosi ai bordi come pezzi di macerie, il suo percorso di giovanissima vita. Non è facile accettare che le persone che più ami al mondo decidano di lasciarsi e di andare ciascuna per la propria strada. Né è tanto meno facile continuare a concedere ad entrambe fiducia in egual modo. Un giudice sconosciuto aveva sentenziato che lei fosse affidata alla mamma e continuasse a vivere nella sua casa e nella sua città da cui il suo papà, sempre per ragioni lavorative, si era dopo qualche mese allontanato. Tutto in pochissimo tempo. Due lanci nel vuoto non preventivati. Fortunatamente ammortizzati da un telone ben teso e costituito dall’affetto di tante persone care: la sua mamma e il suo papà anche se all’epoca fisicamente distante, le sue maestre, i suoi compagni di classe, che l’avevano salvata ed aiutata a poggiare i piedi per terra un po’ stordita, forse, ma sicuramente illesa. E il suo carattere si era arricchito di sensibilità, riservatezza e amore per le cose nella loro essenza. Venandosi sottilmente di una pacata malinconia ma anche di tanta determinazione: dapprima a sopravvivere a quel dolore imprevisto e poi a vivere, procedendo con passo via via più sicuro in una situazione non scelta ma accettata con ragionevolezza estrema sublimata in un senso del dovere ed in un amor proprio profusi in ogni suo gesto e in ogni sua iniziativa. Compiuti con amorevole forza e portati a termine con altrettanta fermezza.Il destino, a quel punto, aveva deciso di mettere sulla strada di suo padre Giovanna. E Carola aveva imparato a condividere con lei i momenti preziosi che suo padre le aveva da sempre riservato in estate. Era stato lo scoglio più difficile da superare, in una lotta silenziosa e dolorosa in cui due tipi diversi di amore si erano fronteggiati per poi deporre le armi ai piedi della figura maschile che li aveva ispirati. E la ragazza, ormai quindicenne, aveva imparato sia pure con qualche difficoltà ad accettare nel suo circolo di affetto esclusivo quella donna che percepiva così importante per lui e che per fortuna non aveva preteso da lei se non una relazione improntata ad amicizia. Carola sentiva, per il momento, di aver concesso già tanto.Il treno, nel frattempo, aveva rallentato e si era fermato in una stazione di media importanza. Lo sguardo della ragazza si era soffermato sull’immagine di una bambina di pochi anni, ferma sul marciapiede e in attesa di salire in carrozza tenuta per mano dalla sua mamma, che reggeva in una delle sue manine un secchiello di plastica rossa. Lei aveva fantasticato di una partenza per il mare e con la mente era andata a vacanze lontane, a castelli di sabbia e a raccolte infinite e giornaliere di conchiglie e ciottoli portati a casa e poi nascosti come inestimabili tesori mescolati ai suoi giochi durante il periodo invernale, in giornate in cui in spiaggia poteva recarsi soltanto per fugaci passeggiate caratterizzate da un vento tagliente e dispettoso.Ora la bimbetta con i suoi genitori era riuscita a salire a bordo dell’eurostar e a sparire, in braccio al suo papà, in una delle vetture. E magicamente anche il sedile a lei di fronte era stato occupato da un ragazzo magrissimo e occhialuto che, dopo aver sistemato il suo zaino stipatissimo e molto vissuto, l’aveva sbirciata con interesse e curiosità. A quel punto la ragazza aveva deciso, un po’ imbarazzata, di continuare a dedicarsi alla sua occupazione preferita; quella, appunto, di contemplare scorci e scorci di costa adriatica, campagna e agglomerati urbani, attraverso il vetro parzialmente schermato dalla tendina. Aveva circondato con un dito una ciocca di capelli e preso a giocherellarvi distratta. Il suo aspetto fisico era uno dei suoi crucci più grandi ed erano poche le volte in cui si accettava pienamente per quella che era. Vedendosi, per contro e il più delle volte, per quella che non era affatto: troppo magra o troppo grassa, ricoperta da innumerevoli brufoli che avevano l’ardire di comparire nei momenti meno indicati, quando avrebbe voluto dare il meglio di sé. Sua madre le ripeteva di continuo che lei era davvero bella ma Carola a questa cosa non credeva affatto e la attribuiva ad eccesso di affetto materno.Ma davvero la sua bellezza era particolare e discreta come la sua interiorità: lunghi capelli biondo cenere che a lei non piacevano ( nonostante sua madre le avesse assicurato che non era facile ottenere quel tipo di tonalità con una seduta dal parrucchiere! ), un fisico longilineo e snello modellato dalle tante ore trascorse in palestra a praticare danza. Il suo sfogo alle tensioni e allo stress e la sua passione. La sua marcia in più.Avrebbe voluto essere più appariscente tanto da suscitare subitaneo interesse nei ragazzi, ma la musica al momento era sempre la stessa: colpiva soltanto quelli che non destavano la sua attenzione, mentre, invece, per quelli che le piacevano sembrava diventare trasparente. Carola non credeva nell’amore. Quello dei principi azzurri che coronano sogni splendidi con principesse in incognito scoperte da loro quasi per caso, quello che dura per sempre. La sua scuola era stata la fine repentina e inaspettata del matrimonio dei suoi genitori ed aveva, ahimè, dettato legge anche in materia di amicizie. Invano sua madre le aveva spiegato che amore e amicizia, quelli con la “a” maiuscola, sono accomunati dalla stessa sorte: difficili da incontrare ma non per questo impossibili. Consigliandole, con dolcezza già preventivata come inascoltata, di dar tempo al tempo. La ragazza aveva preso questa puntualizzazione come un’altra pietosa bugia, da affiancare alla sua presunta bellezza. Ciò nonostante seguiva con interesse partecipe e molta curiosità le prime esperienze delle sue compagne e provava ad essere prodiga di consigli e di ascolto attento, pur continuando, in cuor suo, a considerare il sentimento amoroso come una specie di malattia infettiva ineluttabile, a cui, prima o poi, avrebbe dovuto, suo malgrado, cedere.All’improvviso voglia di fresco e di qualcosa di dolce. Aveva sbirciato per traverso il suo nuovo compagno di viaggio cogliendolo assopito, e poi estratto dal suo zainetto un succo di frutta bevendolo lentamente e con gusto. Pensando alla sua prima tata, a quella che le aveva insegnato a muovere i primi passi quando la mamma aveva ripreso a lavorare. Una presenza silenziosa e discreta che aveva popolato i primi anni della sua vita e a cui aveva concesso la sua prima fiducia ed il suo affetto, ricevendo in cambio, sommessamente, attenzione sincera e nutrimento autentico per la sua interiorità. Non la vedeva da tantissimo tempo e ad un tratto desiderò fortemente di incontrarla ancora, quasi che ciò potesse riportarla a bimba di pochi anni e ai tempi in cui la gioia e la felicità erano in un gioco nuovo fatto in compagnia di persone care ed attente alle sue esigenze, anche a quelle più piccole, o consistevano nel riempire con euforia ed entusiasmo enormi fogli di carta da imballaggio bianca di pennellate poderose e vivaci di colore a tempera. Repentinamente si era sentita stanca, tanto, anche per sfogliare la rivista per teenagers compratale da suo padre per il viaggio e aveva ceduto alla tentazione di chiudere per un po’ gli occhi. Lasciandosi avvolgere morbidamente da un sonno tanto inaspettato quanto profondo in cui il rumore del treno che procedeva sulle rotaie diventava un ricordo lontano e indistinto per cullare il suo sonno. La sua mente si era riempita di immagini dal contorno dapprima indefinito, simili a sprazzi di colore luminoso, che ricordavano vagamente alcuni dipinti di arte moderna riprodotti con lodevole impegno, con amore, per la sua insegnante d’arte. In un gioco di alternanza di ombre e luci e figure familiari e sconosciute; come se fosse penetrata all’interno di un caleidoscopio con lo scopo di ritrovare un sottile ma pur chiaro sentiero, precedentemente intrapreso e poi abbandonato. Ed era stato con l’impressione di essere riuscita a riprendere in mano un filo delicato ma robustissimo che aveva riaperto gli occhi, piacevolmente riposata, e sorprendentemente vicina alla sua città.Inspiegabilmente contenta di farvi ritorno.Ancora un paio di fermate, ancora un paio di cartelli. Aveva, quindi, preso compostamente ma con convinzione a riordinare le sue cose; conservando i-pod , rivista e cellulare, abbandonati sino a quel momento su un tavolinetto estraibile di fortuna, nella sacca e altrettanto diligentemente gettando in un apposito contenitore il tetrabrick di cartone che era stato la sua bevanda. In un slancio di civetteria, insolitamente spavalda per lei, si era passata velocemente sulle labbra un velo di lipgloss al sapore di fragola, stupendosi per l’audacia di quel gesto che di solito preferiva fare in privato.Poi aveva accennato a un sorriso breve di commiato al ragazzo suo compagno di viaggio, ormai ben sveglio, impugnando decisa il manico del suo trolley di viaggio e, prima tra i primi, sulla piattaforma di discesa aveva accolto col suo sguardo tetti e panorami di periferia e poi, di seguito, più centrali: guglie di campanili svettanti, scorci di verde, condomini cittadini. Di ritorno a casa, nella sua città affacciata sul fiume e dai vialoni ampi e trafficatissimi. Temuta e desiderata, abbandonata e poi ripresa.Ancora pochi istanti e sarebbe riuscita a scorgere tra la gente in transito sul marciapiede della sua stazione di arrivo, uno sguardo di donna in paziente ed amorevole attesa. Chiudendo per una frazione di secondo gli occhi, aveva respirato fiduciosa e atteso che le porte si aprissero, con un sibilo amichevole, sul suo mondo fatto di quotidianità e di giovanili certezze.Dedicato a mia figlia.S.