Non ho mai bevuto caffè nero bollente. Quello della canzone della Mannoia, per intenderci. Appena adolescente sono stata iniziata a questa nobile arte dai nonni materni, cultori di robusta e centellinatori di caffé pomeridiani a go-go. Consumati rigorosamente dopo la pennica. Un modo piacevole per riprendere la fatica quotidiana mescolando l'amaro al dolce smodato di una quantità inverosimile di zucchero in zollette. Mia madre ha fatto il resto, consolidando una tradizione che non ha trovato ahimé prosieguo nella mia biografia coniugale. Imperterrita ho continuato a sorbirne senza assoggettarmi al rituale delle tre "C": caldo, comodo e possibilmente in ( buona) compagnia, ma non è stata la stessa cosa. Ho continuato alternando morigeratissimi caffellatte a vetrini in compagnia di colleghi, decaffeinati (!) e qualche sporadico cappuccino preso al mattino al volo al bar quando non avevo possibilità di far colazione a casa. Senza ritualità di sorta né estimatori di rilievo come un tempo. Il compromesso attuale è caffé macchiato con un goccio di latte e addolcito da un cucchiaino di zucchero di canna; assaporato fino all' ultimo granello intriso di liquido scuro raschiato diligentemente con la punta del cucchiaino dal fondo della tazza mug come fosse rara prelibatezza. Trattenendo a mani giunte l'ultimo tepore che sfuma dalla tazza corposa prima di metterla via. Con sottile, impercettibile dispiacere.
In una tazza di caffé
Non ho mai bevuto caffè nero bollente. Quello della canzone della Mannoia, per intenderci. Appena adolescente sono stata iniziata a questa nobile arte dai nonni materni, cultori di robusta e centellinatori di caffé pomeridiani a go-go. Consumati rigorosamente dopo la pennica. Un modo piacevole per riprendere la fatica quotidiana mescolando l'amaro al dolce smodato di una quantità inverosimile di zucchero in zollette. Mia madre ha fatto il resto, consolidando una tradizione che non ha trovato ahimé prosieguo nella mia biografia coniugale. Imperterrita ho continuato a sorbirne senza assoggettarmi al rituale delle tre "C": caldo, comodo e possibilmente in ( buona) compagnia, ma non è stata la stessa cosa. Ho continuato alternando morigeratissimi caffellatte a vetrini in compagnia di colleghi, decaffeinati (!) e qualche sporadico cappuccino preso al mattino al volo al bar quando non avevo possibilità di far colazione a casa. Senza ritualità di sorta né estimatori di rilievo come un tempo. Il compromesso attuale è caffé macchiato con un goccio di latte e addolcito da un cucchiaino di zucchero di canna; assaporato fino all' ultimo granello intriso di liquido scuro raschiato diligentemente con la punta del cucchiaino dal fondo della tazza mug come fosse rara prelibatezza. Trattenendo a mani giunte l'ultimo tepore che sfuma dalla tazza corposa prima di metterla via. Con sottile, impercettibile dispiacere.