Fin dal 1992, spariscono dalla circolazione circa 30 miliardi di euro all'anno per sostenere gli impegni di Maastricht. Miliardi che sono andati alle banche, straniere e italiane: negli ultimi vent'anni, gli italiani hanno versato 620 miliardi di tasse superiori all'ammontare della spesa dello Stato. 620 miliardi di "avanzo primario", benedetto da tutti gli economisti e dai loro politici di riferimento, i gestori della crisi e della catastrofe nazionale che si va spalancando giorno per giorno, davanti ai nostri occhi: paura, disoccupazione, precarietà, aziende che chiudono, licenziamenti, servizi vitali tagliati. L'obiettivo di tanto sadismo? Entrare nei parametri di Maastricht e stare dentro l'Eurozona, ma, nonostante l'immane sforzo, il debito pubblico non ha fatto che crescere, passando da 958 milioni a 2 miliardi di euro.Pier Paolo Flammini afferma che tutto questo serve perché «lo scopo del debito pubblico non è di garantire la spesa pubblica, ma di fornire investimenti sicuri per i finanzieri. Sul "Financial Times", la Bank of International Settlements, cioè la super-banca delle banche centrali lo conferma, l'obiettivo dello Stato non è più il benessere della comunità nazionale, ma l'impegno a fornire titoli sicuri ai grandi investitori.
Mario Monti, Olli Rehn e Angela Merkel, continua Flammini, hanno esibito la stessa identica ricetta per vincere la sfida col debito pubblico: e cioè meno spesa, tasse invariate o aumentate, riduzione di salari e stipendi, esportazioni privilegiate e riduzione dei consumi interni. «L'evidenza li ha sconfitti, ma non molleranno». Anche perché, permanendo l'euro e i suoi drammatici vincoli, non esiste alternativa. Nel 1980, nonostante l'inflazione indotta dal prezzo del petrolio (quadruplicato), l'italiano medio risparmiava il 25% del proprio reddito, e così fino al 1991. Gli operai compravano case anche per i figli, le famiglie facevano vacanze di un mese. Oggi, osserva Flammini, con le regole dell'austerità, abbiamo un'inflazione del 3% ma gli stipendi salgono solo dell'1,5%, il mercato immobiliare è fermo, il risparmio è crollato al 6% e le famiglie, in appena dieci anni, hanno aumentato i loro debiti del 140%. «Quasi tutti ormai intaccano i risparmi di una vita, o sono sul punto di giocarsi i 9.000 miliardi di euro di risparmio privato nazionale, la ricchezza sulla quale sono puntate le fauci delle corporation internazionali che tengono in pugno i finti leader politici italiani».
Quei 620 miliardi "rubati" ai contribuenti sono andati per il 43% all'estero, 250 miliardi finiti in banche straniere. Solo il 3,7% è andato a Bankitalia, mentre il 26,8% ad istituzioni finanziarie italiane, banche e assicurazioni, e infine il 13%, circa 80 miliardi, sono tornati direttamente nella disponibilità di privati cittadini italiani, ovviamente per lo più delle classi medio-alte.Siamo abituati ad ascoltare parole come "la corruzione ci costa 60 miliardi", "l'evasione fiscale ci costa 120 miliardi" ( tutti da verificare ) mentre i 620 miliardi di avanzo di bilancio 1992-2012 sono frutto di una precisa scelta politica: Sono soldi sottratti veramente ai cittadini e scomparsi dalla circolazione dell'economia vera per garantire la grande finanza. Aver trasformato il debito pubblico da puro dato contabile a cappio reale attorno al collo della società italiana, aggiunge Flammini, è la più grande responsabilità della classe politica dell'ultimo trentennio. «Nessuno, però, sta chiedendo scusa».
Ma il peggio deve ancora venire, grazie agli impegni micidiali sottoscritti dal governo Monti a beneficio di Draghi, «garante del pagamento degli interessi degli italiani». Col pareggio di bilancio inserito addirittura nella Costituzione, i circa 30 miliardi annui fin qui pagati dagli italiani saliranno a circa 90, per coprire del tutto la spesa per gli interessi. Mentre con il Fiscal Compact, il salasso salirà ancora, dal 2015, fino a 140 miliardi, sempre per abbattere il debito. Come farcela? «Con l'Iva al 23%, l'inflazione al 2%, una trentina di miliardi di tagli e altrettanti di dismissioni del patrimonio pubblico. Se poi si è poveri, chi se ne frega non è di sicuro un problema del mercato e dei finanzieri».