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La violenza oggi

Post n°4186 pubblicato il 08 Dicembre 2025 da namy0000
 

2025, FC n. 49 del 7 dicembre

La violenza oggi

«Se nel rap c’è anche poesia, certi testi trap vomitano una violenza che fa rabbrividire, alcuni raccontano un vissuto che segna da cui prendono poi anche le distanze, in altri come Simba la Rue, Baby Gang c’è esaltazione. Bisognerebbe ascoltare consci che non è un manuale di istruzioni per la vita, ma non tutti lo capiscono. La musica che ascolti, l’influenza di quelli che frequenti, la mancanza di prospettive se parti dai quartieri difficili, di luoghi sani di aggregazione sono le cose che portano i ragazzi su strade sbagliate».

Alberto forse non sa che sono stati proprio questi i temi al centro di un dibattito parlamentare il 15 ottobre scorso, a Londra, dove i coltelli sono da tempo un’emergenza più grande che da noi. Le strategie che lo Youth Endowment Fund (un’organizzazione benefica indipendente che nel Regno Unito lavora alla prevenzione della violenza tra i giovanissimi) dice efficaci sono le stesse che indica Feder: «Coinvolgere nel fare volontariato, sport, educazione, per rimettere le basi che portano a “vedere” l’altro. Non lo puoi vedere se nessuno ti ha insegnato a vedere te stesso, a verbalizzare il tuo mondo interiore: va a finire che è la rabbia inespressa a prevalere e determinare azioni impulsive, ma la rabbia è un’emozione, non può diventare identità».

Ci si chiede che impatto abbiano gli stupefacenti: «Le neuroscienze ci dicono che la cannabis, ormai quasi generalizzata, agisce sulla corteccia prefrontale: ne vengono condizionati il controllo, l’attenzione, il pensare prima di agire».

«Era gennaio del 2024, mi trovavo con un amico in una piqzza centrale di Torino», racconta Giovanni A., studente al primo anno di università, «avevo 17 anni. Si sono avvicinati in tre, a occhio più grandi di me, uno mi ha chiesto una sigaretta, che non avevo, poi all’improvviso mi ha messo un braccio attorno al collo. Nel frattempo il mio amico era andato via. L’esperienza del judo, praticato per 13 anni da quando ne avevo tre, mi ha dato la lucidità di non andare nel panico: gli ho tenuto il polso, ma intanto un altro mi ha tirato per terra per le gambe. Sono rimasto giù, perché il judo mi ha insegnato a guardare le mani: avevo intuito un bagliore nella mano di chi mi teneva, ho temuto un coltello, ho ceduto per non aggravare la situazione, ho preso un calcio su un occhio mentre ero a terra, ma mi è andata bene, erano molto ubriachi hanno desistito. Ho cercato di restare contenuto nelle reazioni, non ho resistito, mi hanno aiutato gli automatismi del judo, sono riuscito a non perdere la calma, magari un altro per adrenalina o per orgoglio avrebbe provato a farsi valere o lasciato prevalere la rabbia, aggravando il rischio. È un trauma, può servire un aiuto: a me per un po’ è capitato di stare guardingo, anche di avere l’istinto di attaccare per primo se avvertivo un pericolo che magari non c’era, per fortuna i miei amici sono stati attenti alle mie reazioni. All’inizio ti vergogni anche a tornare a scuola con l’occhio bendato. Per il sentimento che ho provato pur avendolo dominato credo anche grazie al judo nel quale ho avuto un buon maestro che ha sempre messo in riga chi faceva lo spaccone, posso immaginare quale meccanismo scatti nella mente di chi lo pensa ma, a parte che con una lama ti puoi ferire da solo, a uno contro tre il coltello serve poco, anzi, se ti disarmano rischi di più. Ho portato, senza usarlo mai, lo spray al peperoncino per un po’, poi ho smesso. Può avere senso solo per neutralizzare un aggressore in un contesto isolato, in mezzo alla gente invece è molto pericoloso. A Torino, nel 2017, davanti al maxischermo per la finale di Champions League, in piazza San Carlo, per uno spray al peperoncino usato come arma impropria per rapina, tra la folla, due persone sono morte e migliaia sono rimaste ferite, alcune gravemente, schiacciate dalla reazione del panico collettivo. A distanza, posso dire che l’esperienza, elaborata, mi ha insegnato quando vedo in giro facce che non mi piacciono a cambiare strada. Consiglio di iscrivere un bambino (maschi e femmine) a judo, ma non con l’idea di insegnargli a difendersi menando in strada, ma perché si impara a controllare l’emotività e l’avversario: i suoi movimenti, le sue mani, i dettagli intorno. Se c’è un gradino e ti allontani, meglio il lato opposto per non rischiare di morire sbattendoci la testa».

 
 
 
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