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Con che coscienza

2021, Mauro Magatti, Avvenire 11 aprile

Draghi e il presente e il futuro comuni. Ma con che coscienza?

«Con che coscienza la gente salta la fila sapendo di esporre a rischio concreto di morte le persone più fragili?» Giovedì sera l’espressione di Mario Draghi – diretta, cruda, senza mezzi termini – è risuonata con forza in tutto il Paese. Di fronte ai tanti casi di 'saltafila’, ai favoritismi nei confronti di amici e parenti, alle pressioni senza tregua per allungare e allargare la lista delle priorità nella vaccinazione il presidente del Consiglio ha detto ad alta voce lo sconcerto suo e di molti cittadini.

Di un richiamo di questo tipo se ne sentiva il bisogno. Perché nel tempo in cui sembra che una opinione valga l’altra e in cui si parla solo di diritti e mai di doveri, la parola 'coscienza' sembra essere sparita dal vocabolario. Non è così. Lo scriveva già nell’Ottocento Alexis de Tocqueville nelle pagine finali del suo poderoso 'La democrazia in America': il tarlo che corrode la democrazia è sottile e si diffonde proprio quando i cittadini si ripiegano sul loro interesse particolare, diventando indifferenti a tutto ciò che li circonda. Al punto da essere disposti a distruggere il bene comune per correre dietro alla chimera del vantaggio personale.

In un mondo popolato da milioni di persone, dove i rapporti sociali sono necessariamente regolati da norme, procedure, contratti, è fondamentale avere leggi, regole e procedure. Ma le regole, da sole, non basteranno mai. Tanto più in un contesto in cui ci siamo abituati a pensare che 'fatta la legge trovato l’inganno'. Col risultato di sentirci tutti intrappolati in una spirale soffocante: per cercare di controllare i comportamenti opportunistici continuiamo a moltiplicare leggi, norme, controlli.

Creando così un labirinto burocratico a cui si cerca di sfuggire con nuove furbizie. In una rincorsa senza fine dove sembra che interesse particolare e bene comune non possano incontrarsi mai. Ma le cose non stanno così. Il furbo, infatti, colpendo la comunità, fa danno anche a se stesso.

Ancora Toqueville ci aiuta a capire questo punto quando parla di «interesse bene inteso»: «Quand’anche non seguissi la dritta via perché dritta, la seguirei se non altro perché ho scoperto attraverso l’esperienza che in fin dei conti è generalmente la più felice e la più utile. Ciò suggerisce piccoli sacrifici che non fanno l’uomo virtuoso, ma creano almeno una moltitudine di cittadini osservanti delle regole, temperati, moderati, previdenti e padroni di se stessi».

Giunti a questo punto viene da porsi una domanda: già, ma dove si forma la coscienza? La questione è tutt’altro che retorica. La coscienza infatti poggia prima di tutto sull’educazione.

Ma il problema è che, nel corso degli anni, tutte le agenzie tradizionalmente deputate a questo lavoro sono state indebolite: la famiglia, oltre a essere diventata anche evanescente, non è esente da quel 'familismo amorale' che fa prevalere il bene particolare a dispetto di qualunque considerazione generale; la scuola è stata a poco a poco svuotata di buona parte dei suoi compiti educativi: un malinteso senso della libertà di pensiero impedisce agli insegnanti di esporsi a parlare di 'coscienza'; la Chiesa non arriva a tutti mentre certa politica e parecchi mezzi di comunicazione – a cominciare dai social – fanno a gara a sbeffeggiare l’idea stessa di coscienza. Né, d’altra parte, aiuta l’esperienza concreta: a causa di quel circolo vizioso di cui si è parlato prima, in Italia troppo spesso avere coscienza espone al rischio di passare per 'fessi'.

Forse, dobbiamo fermarci un attimo. E prendere l’occasione che ci viene offerta dall’espressione di Draghi per porci una domanda che non osiamo più farci: qual è la mediazione che dobbiamo ricercare tra il legittimo interesse privato e il necessario bene comune? E come facciamo a costruire una cultura condivisa in cui possano crescere le coscienze dei cittadini e la fiducia reciproca? Lo abbiamo ripetuto mille volte nel corso di quest’anno di pandemia: nessuno si salva da solo. Il virus ci ha fatto vedere proprio questo: siamo legati gli uni agli altri. E il mio comportamento ha riflessi su chi mi sta vicino, così come quello altrui lo ha su di me. L’individuo isolato non esiste. Esiste la persona in relazione con gli altri, con l’ambiente, con le istituzioni.

Possiamo tornare a costruire un linguaggio comune basato su questa idea? Ne abbiamo urgentemente bisogno. Non solo per lasciarci alle spalle la pandemia e i suoi effetti disastrosi. Ma anche per combattere l’evasione fiscale, il lavoro nero, la corruzione, le piccole e grandi disumanità dettate dall’egoismo...

E per costruire un’economia sostenibile. Perché la 'sostenibilità' non si trasformi in una armatura insopportabile di regole e procedure, abbiamo bisogno di uomini e donne responsabili. Capaci di coltivare quella coscienza a cui si è appellato Draghi. Insomma, non è del passato che stiamo parlando. Ma, civilmente, del nostro presente e soprattutto del nostro futuro.

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