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Il covid e la forza dei nostri ragazzi

Post n°3589 pubblicato il 04 Maggio 2021 da namy0000
 

Corriere della Sera, 30 aprile 2021

Il covid e la forza dei nostri ragazziLa pandemia semina morte, ma ci ha portato a riscoprire quanto siamo fragili, e quanto siamo legati all’affetto e alla dedizione di chi ci sta vicino. E ha fatto emergere una generazione di ragazzi meravigliosi: liberi, mentalmente aperti, impegnati, seri

di Susanna Tamaro

In primavera, girando per le campagne, non è raro vedere dei grandi appezzamenti di colore arancione che ci colpiscono in modo particolare nel mezzo del trionfo verde tenero di questa stagione. Non si tratta di un nuovo tipo di coltivazione ma dell’uso di qualche diserbante, un metodo piuttosto rapido e diffuso, purtroppo, per liberarsi dalle erbe infestanti: l’erba non c’è più e il problema appare risolto.

In realtà la terra, così come il mare, è un organismo ad alta complessità e solo il suo equilibrio — costituito da batteri, microrganismi, artropodi, collemboli e via dicendo — è in grado di garantire una lunga e sana fertilità.

In tempi brevi, insomma, il veleno produce un beneficio ma in tempi lunghi il beneficio comincia a mostrare il suo vero volto che è quello della sterilità.

Il 
virus che si è abbattuto come una tempesta perfetta sulla nostra civiltà, mettendola in ginocchio, ha riportato prepotentemente il concetto di realtà nelle nostre vite. La realtà esiste ed è fatta di indiscutibili verità, la principale delle quali è che noi siamo esseri biologicamente fragili e che nonostante siamo in grado di viaggiare nello spazio e scrivere arditi toni sull’impossibilità di definire il reale, basta la caparbia energia di un virus per farci sparire dalla faccia della Terra.

Scoprendoci fragili abbiamo forse iniziato a capire due cose: la prima è che la natura non è buona in sé, la seconda che 
la fragilità trova conforto e sostegno soltanto nell’affetto e nella dedizione di chi ci sta vicino.

Ho avuto diversi amici ricoverati per il Covid, tutti per fortuna sopravvissuti, ma ognuno di loro è uscito dall’ospedale con il cuore ricco di gratitudine per l’umanità e la competenza con cui è stato curato. La lunga abitudine al cinismo, ai più o meno striscianti neo darwinismi, all’esasperazione dell’individualismo ci hanno fatto dimenticare che 
la nostra essenza sta nella relazione e che solo le relazioni in cui avviene il dono di sé sono quelle in cui il nostro cuore trova la sua pace.

Lo stupore per l’umanità che proviamo in questi mesi di che cosa ci parla se non di una lunga lontananza dalla nostra stessa natura umana? 
La società non è molto diversa da un terreno, ci sono molte realtà che devono collaborare perché sia in equilibrio e l’equilibrio di quella occidentale è stato lentamente e inesorabilmente distrutto dal percolato tossico del Sessantotto.

Si parla molto del Dopo Covid come del Dopoguerra ma c’è un fatto fondamentale che non si prende in considerazione: la guerra aveva reso anche le persone giovani, come i miei genitori, resilienti e capaci di affrontare sfide e sacrifici e, oltre a ciò, avevano quasi tutti una famiglia alle spalle con la ricchezza di complessità e relazioni che questo comporta. Ma ora? Cos’hanno alle spalle i bambini e i ragazzi che costituiranno la società del domani? Un mondo fluttuante, senza memoria, che continua a ripetere che non siamo altro che scimmie casualmente fortunate, inconsapevoli schiavi dei nostri geni e devoti servitori dei capricci del nostro inconscio; frammenti di famiglie, relazioni precarie o succubi, comunque non educanti; 
una scuola che si accontenta, che non chiede e non dà il massimo. Nessuna sfida viene posta loro se non la modesta richiesta di disturbare il meno possibile. Un ragazzo che non disturba è un ragazzo perfetto. 

In realtà basta affacciarsi a qualsiasi scuola primaria per rendersi conto che ormai in ogni classe sono presenti diversi bambini con grossi problemi comportamentali; è sufficiente scorrere anche distrattamente le statistiche dei Centri di Igiene Mentale per accorgersi che i disturbi psichiatrici nell’adolescenza e prima giovinezza dilagano come un’inarrestabile macchia d’olio. Il Covid certo ha accelerato il diffondersi di questi disagi, ma erano già presenti nei disturbi alimentari, negli atti di autolesionismo, nell’abuso di alcol e di droga — che rendono ancora più gravi i problemi mentali — nella ferocia intergenerazionale sempre più forte che si manifesta con la crescita esponenziale di atti di bullismo e di gogna digitale, di sadismo libero e gratuito usato come espressione quotidiana.

Accanto a questa drammatica realtà, per fortuna, 
c’è anche una generazione di ragazzi meravigliosi, meravigliosi per la libertà, per l’apertura mentale, per l’impegno e la serietà che dimostrano in ogni cosa che fanno. Sono coloro che hanno avuto il dono di essere accompagnati nella loro crescita da adulti in grado di vederli, di prendersi cura di loro: i genitori, principalmente, ma anche un nonno, una zia, un professore, una guida spirituale.

Che cosa offre la nostra società a questi ragazzi? L’impossibilità di imparare seriamente un mestiere, un’università parcheggio, in cui le lauree, divenute in molti casi inutilmente quinquennali, conducono nella plaga umiliante degli stage semigratuiti, di costosissimi master che si susseguono implacabili spesso ben oltre la soglia dei trent’anni.

In cinquant’anni, il percolato tossico ha sottilmente avvelenato tutto ciò che costituiva le ragioni del nostro esistere, ha ridicolizzato e distrutto i legami familiari, trasformando l’atto di mettere al mondo un figlio in un’attività non molto diversa da quella di alcuni pesci che fanno le uova e poi le abbandonano, lasciandole trasportare dalle correnti dell’acqua, dove per noi le correnti dell’acqua sono le istanze educative del mondo dei media che tutto hanno a cuore tranne la reale crescita della persona. Il percolato tossico ha deriso con ossessiva perseveranza qualsiasi cosa contenesse in sé il principio della costruzione e dello sforzo, propagando un edonismo individualista sventatamente allegro ma intorno al quale si aprono in realtà terrificanti abissi di solitudine e di disperazione.

E, di questo progressivo scempio, la cultura è stata purtroppo quasi sempre fedele ancella; fedele e vigile, in quanto pronta ad eliminare dal suo orizzonte chiunque avesse percepito l’odore dell’incendio che stava divampando e avesse osato denunciarlo.

Credo che il virus, in qualche modo, ci abbia posto davanti a un muro e questo muro ci dice che è giunta l’ora di invertire la rotta. La si può invertire però soltanto parlando della vera essenza dell’essere umano e non di quella propagandata da cinquant’anni di servile nichilismo. Perché noi esseri umani siamo capaci di compiere abominevoli orrori, sappiamo sguazzare nelle più bieche bassezze, ma 
siamo anche in grado di creare la bellezza, attraverso la musica e l’arte, di progettare grandi opere al servizio del bene comune e di illuminare il grigiore di ogni giorno con la nostra capacità di amare.

E l’amore non è predeterminato da qualche frammento di Dna ma da una scelta interiore che ha che fare con la consapevolezza del bene e con l’uso della volontà. Posso fare del male, perché è più facile, più comodo, più immediato, ma scelgo di non farlo perché so riconoscere la fondante importanza del bene.

Il grande inganno, la grande decostruzione, la forza sottile e indistinta capace di togliere la luce a ogni sguardo, è proprio questa: considerare l’equivalenza di tutte le cose, il loro uso unicamente secondo un’egoistica e primaria necessità. Non esiste il «noi» in questo mondo fluido e senza confini, esiste solo l’«io» con le sue protervie, ed è un «io» sempre più incattivito per la sensazione di vuoto e di vacuità di tutto ciò che lo circonda.

Mi piace pensare che il virus, oltre a seminare disperazione e morte, abbia cominciato ad aprire una feritoia in questo muro in grado di far riaffiorare la ricchezza del «noi» davanti alla povertà dell’«io». E che questa sottile lama di luce ci dia il coraggio di parlare nuovamente di realtà importanti, ricordando soprattutto che
 l’essere umano realizza il suo destino soltanto quando è in grado di compiere delle scelte, perché nei momenti difficili, come ci ha ricordato il nostro premier Mario Draghi il 25 aprile, ci sono momenti in cui «non scegliere è immorale».

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