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Sporcarsi le mani

Sporcarsi le mani, andare contro, esporsi. L’eredità di Pierpaolo Pasolini (Giorgio Terruzzi, Scarp de’ tenis, Aprile 2022)

Si chiamava Pierpaolo Pasolini. Nato nel centro di Bologna, a due passi dalla Basilica di Santo Stefano, il 5 marzo 1922, morto ammazzato sulla spiaggia dell’idroscalo di Ostia il 2 novembre 1975.

L’anniversario porta a lui, una volta di più. Alla sua opera, monumentale, perché stiamo parlando di un poeta, di un saggista, di un reporter, di uno scrittore, di un insegnante, di un regista instancabile.

Di Pasolini è stato detto molto, moltissimo, da persone che l’hanno conosciuto, l’hanno frequentato, hanno studiato e analizzato i testi, gli snodi di una vita colma di approfondimenti e studi, cambi di passo. Curiosità e interiorità. Così, dovendo ricordarlo qui, preferisco pensare alla sua anima sensibile, dotata però di un rarissimo coraggio, di quella indipendenza che viene dall’intelletto, una sorta di libertà del pensiero che ha amplificato, nel tempo, l’autorevolezza.

Noi, che negli anni Settanta eravamo studenti agguerriti e spaventati nel contempo, Pasolini dovevamo rincorrerlo in qualche modo e in permanenza, consapevoli di avere a che fare con un intellettuale lucidissimo, preso dalle contraddizioni fornite da un ideale comunista impregnato di cultura cattolica. Aspirazioni sincere e sensi di colpa, un’attenzione verso gli ultimi non sempre declinata sul fronte della politica. Ciò che portava molti di noi ad oscillare, a commettere errori, a misurare, in definitiva, una sorta di doloroso fallimento. Mentre lui, era già morto, dopo aver volato più alto, individuando precocemente le tracce forti e per certi versi penose della borghesia dentro la protesta, svelando retoriche e conformismi dentro la sinistra. Qualcosa che avremmo compreso nel tempo e in ritardo, senza riuscire davvero a cogliere un insegnamento. Parlava di volontà intima e identificazione con il diverso, dell’umiltà intellettuale, appunto, che porta a perseguire una direzione “ostinata e contraria”.

Mentre preparavo questa nota per Scarp mi sono reso conto di quanto autentica fosse la sua modernità. Un uomo scandaloso al punto da generare una sorta di disorientamento perbenista, allora, focalizzato sulla sua omosessualità e su quella parte autodistruttiva che lo accompagnò sino ad una morte a sua volta scabrosa e misteriosa. Ma oggi, proprio ora, mentre abbiamo a che fare con gli esisti macroscopici del conformismo messo a fuoco così precocemente da Pasolini, i suoi testi, i suoi saggi, i suoi film assumono un’attualità formidabile. Circondati come siamo da intellettuali collusi, molle il ventre, in un’apparenza di integrità. La sinistra come una bandiera sventolata da poltrone sempre un po’ troppo comode, il “grande giornalista” che si accomoda in una ricerca di consenso e lì si ferma, in una rete di gratificazioni simile a un sedativo.

Sporcarsi le mani, andare “contro”, esporsi. La strada tracciata da Pasolini è invisibile, mimetizzata, colma di erbacce. L’applicazione dello studio alla dialettica, una rarità da tenere ai margini. Siamo qui, imbarazzati, imbolsiti ma capacissimi di farci accogliere, scambiando buonismo per progressismo, facendo bene attenzione ad uscire da un confort talmente radicato da non generare alcuna contestazione. Bon ton, maledizione. E che nessuno alzi la voce, per carità, alla faccia di urgenze assolute. Era scarno, segnato il volto di Pasolini. Il nostro molto meno. Anche se siamo morti, più morti di lui.

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