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Disobbediente a ordini ingiusti

2022, Scarp de’ tenis, Aprile

Katarzyna (Kasia) Wappa: disobbediente a ordini ingiusti. Ha salvato decine di profughi

Attivista. «Siamo diventati attivisti perché non avevamo scelta. Dovevamo scegliere se aiutare le persone o lasciarle morire», ha spiegato in un’intervista.

Polacca, con radici familiari bielorusse, insegnante di inglese e traduttrice, vive da sempre nella quieta cittadina di Hajnowieza, a poca distanza da Bialowieza, l’ultima delle primitive foreste d’Europa, a ridosso del confine tra Polonia e Bielorussia.

Su quel confine, nell’estate del 2021, hanno cominciato ad ammassarsi migliaia di migranti, venuti dai paesi più poveri del mondo con la speranza di entrare in Europa grazie ai visti bielorussi messi in vendita per ordine del dittatore Aleksandr Lukashenko. Illusi dalla propaganda del regime bielorusso, uomini, donne, bambini si sono ritrovati nella foresta, fra paludi, insidiosi corsi d’acqua, boschi talmente fitti da rivelarsi una trappola mortale. Il governo polacco ha reagito gridando all’invasione e militarizzando la frontiera, costruendo una barriera di filo spinato e vietando alla popolazione di dare aiuto ai migranti.

Kasia Wappa ha disobbedito. Si è unita ai militanti dell’ong Grupa Granica, il Gruppo della Frontiera. È andata nei boschi cercando i bambini che si erano persi, le famiglie che vagabondavano smarrite, senza cibo da giorni; ha soccorso le persone che avevano bevuto per disperazione l’acqua delle paludi e si erano ammalate. «Ciò che ci ha dato il coraggio di dare una mano – ha spiegato – è stato il fatto che nella foresta non abbiamo incontrato statistiche, titoli di giornale o questioni politiche: abbiamo solo visto esseri umani, con evidenti segni di fatica, di sofferenza, di fame, di disidratazione. Parlavano una lingua che tutto il mondo capisce: la lingua universale della richiesta d’aiuto».

Nel febbraio scorso, ascoltata in videoconferenza dal comitato permanente sui diritti umani della Camera dei deputati, Wappa ha raccontato dei cadaveri raccolti nella foresta di migranti dallo Yemen, dal Camerun, dall’Iraq che avevano avuto le dita dei piedi amputate per aver camminato a piedi nudi nei boschi. Ha raccontato di una donna curda, fuggita con il marito e cinque bambini, che i soccorritori avevano trovato in fin di vita, devastata dalla setticemia, dopo che il suo bambino le era morto nel grembo.

In quell’audizione, con voce piana, serena, Kasia Wappa ha riferito le minacce, gli insulti, le parole di scherno che le sono state rivolte per mesi: le pistole dei militari puntate alla testa, gli inseguimenti notturni, l’accusa di essere una spia di Lukashenko, le perquisizioni a casa. Nulla di tutto questo l’ha convinta a desistere. Commentando la tragedia della foresta ha detto: «È come una guerra senza la guerra».

Poi la guerra è arrivata davvero. Sulla Polonia si è riversata un’ondata di profughi dall’Ucraina invasa: sono stati accolti con generosità.

Dei migranti nella foresta si è smesso di parlare, e si è smesso di contare i loro morti. Ma le tragedie della storia non si cancellano l’una con l’altra, voltando pagina.

Per questo non bisogna dimenticare il nome di Kasia Wappa, disobbediente a ordini ingiusti.

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