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Post n°4196 pubblicato il 10 Gennaio 2026 da namy0000
2026, FC n. 2 del 11 gennaio Fiction Un professore: forse un’occasione persa Un professore, la cui terza stagione si è appena conclusa. Io darei un giudizio complessivamente positivo a questa fiction, a cui riconosco diversi meriti: col pretesto della filosofia solleva domande che non si è soliti sentire in prima serata; la sceneggiatura – considerato il piccolo ecosistema di una classe di liceo – è ben costruita; gli attori, in particolare quelli giovani, sono davvero bravi e Alessandro Gassman si avvia a superare in espressività il suo gigantesco genitore. In tutto questo due aspetti mi hanno però dato fastidio: la sovraesposizione del tema della omosessualità, con sei tra ragazzi e ragazze (sei su dieci di cui si narrano le vicende) che la vivono come una condizione possibile, se non proprio normale; lo schiacciamento di ogni relazione affettiva nascente – è indifferente che veda coinvolti omo e etero, studenti o professori, adulti o giovani – su una immediata “prova del letto”. Fare sesso: “Cosa aspettiamo?”, chiede un giovane alle sue compagne di classe un attimo dopo aver deciso di sperimentare una improbabile relazione a tre; ma la stessa cosa capita anche al professore in palestra, al nuovo insegnante con la ex del professore, al ragazzo e alla ragazza che si perdono durante la gita. E l’elenco potrebbe continuare. Il tutto in un’aura di trasgressione e di nascondimento che ne rivela la precarietà e in qualche modo anche la loro impresentabilità pubblica: “andiamo a casa mia, oggi i miei genitori non ci sono…”; “andiamo in una camera dell’albergo” così nessuno saprà niente ecc. Sul primo punto: l’omosessualità esibita a grandi numeri, al di là che sembra ormai un prezzo da pagare al politicamente corretto prevedere in ogni fiction almeno una relazione omosessuale (meglio se presentata con la naturalezza di una gita o di un bicchiere d’acqua, sottacendo invece le oggettive difficoltà a cui vanno incontro ancora oggi le persone dello stesso sesso legate affettivamente), mi sembra che sei ragazzi su dieci aperti a relazioni omosessuali trasmettono agli altri quattro (e quindi alla massa di telespettatori, ed è questa la chiara intenzione degli sceneggiatori) il messaggio che se non sei aperto e disponibile a provare una relazione omosessuale “non sai cosa ti perdi”. Sul secondo punto, pare evidente che gli sceneggiatori non sappiano più raccontare una relazione affettiva matura che, al di là della dimensione sessuale, sia aperta al futuro, a un progetto di vita, anche solo a un cammino che si vuole percorrere insieme. Una “scopatina”, e via. Passando da questo a quello. Da adulto e da genitore di questo tempo, io dico: non ci sto e non mi arrendo a identificarmi nell’ironico professor Lombardi, che sembra essere l’unico adulto con la testa sulle spalle, ancorché irrimediabilmente incanutito e quindi fuori gioco. Ci vuole l’improvvisa gravidanza della protagonista, una virata di grande dignità autorale, a smascherare tutta la superficialità degli adulti maturi posti davanti alla domanda che ormai li inchioda: “Nasce un bambino, e adesso… che facciamo?”. Il professore, a questa notizia, sembra ritrovarsi dopo un periodo di scoramento. Ma avrà capito che in gioco non c’è (solo) il suo futuro di insegnante, ma (soprattutto) una piccola vita che gli sconvolgerà (in bene) il suo, di futuro? Avrà capito che quella creatura non manderà in frantumi solo la sua quotidianità di piccolo cabotaggio e di grandi domande lasciate senza risposta, ma la indirizzerà verso scelte e decisioni davvero mature? Lo scopriremo nella quarta stagione, che spero sarà all’altezza di questa salutare virata. Concludo dicendo che non mi turbano le scene di sesso o le relazioni omosessuali. Mi turbano gli sceneggiatori che le agitano come una bandiera davanti a milioni di spettatori al grido “non sapete cosa vi siete persi”. Sono sposato, ho tre figli e una vita molto ricca e varia, giocata anche (ma non solo) sul registro della affettività e di una sessualità che non conosce le sue stagioni. Proprio ieri sera Rai3 (notare: non Rai1!) ha trasmesso Tutti insieme appassionatamente lasciate che dica agli sceneggiatori di Un professore che forse hanno molto da imparare, in materia di amore, dei suoi linguaggi e delle sue stagioni, da quella che è una delle più coinvolgenti sceneggiature della cinematografia mondiale. Prova ne sia che i miei figli ventenni – millennials! – sono stati davanti allo schermo fino alla fine, attendendo per l’ennesima volta che Fraülein Maria e il Comandante dichiarino il loro amore e vivano di esso. – Guido M., Monza Caro Guido, pubblico per intero la tua lettera, perché non avrei potuto esprimere meglio il senso di desolazione che anche a me viene da questo gioco al ribasso. Quanto scrivi corrisponde, purtroppo, alla realtà. Nelle serie televisive, anche in quelle qualitativamente valide come Un professore, vengono sistematicamente inseriti dei personaggi e delle situazioni funzionali a veicolare messaggi della cosiddetta “cultura woke” che, nata per sensibilizzare sulle tante discriminazioni nella nostra società, spesso le enfatizza banalizzandole: ecco allora l’adolescente “fluido” alle prime esperienze sessuali, il ragazzino bullizzato, la donna vittima di violenze domestiche, l’immigrato sfruttato sul lavoro, il sacerdote che ha una sbandata con una parrocchiana. Intendiamoci, tutti temi serissimi! Ma che, in nome del politicamente corretto, rischiano di ingenerare nello spettatore esattamente l’effetto opposto, cioè di banalizzarli, perché dipingono una realtà distorta. Forse i signori della Rai (e non solo quelli della Rai…) non hanno capito che questo modo subdolo di veicolare temi impegnativi semplificandoli all’eccesso e normalizzandoli acriticamente, sta producendo nella società civile una sorta di rifiuto collettivo. L’esempio degli Stati Uniti alle ultime elezioni è lì a mostrarcelo chiaramente. Probabilmente anche qui da noi è solo questione di tempo. E, allora, sfruttando meglio certe intuizioni valide come quelle della serie Un professore, produttori, sceneggiatori e attori farebbero un miglior servizio alla collettività se offrissero motivi di riflessione seria su queste tematiche, aiutando le persone a fare su di esse considerazioni profonde che portino, soprattutto (ma non solo) i giovani, a prendere seriamente la vita e a orientarla verso il bello, il buono e il giusto. Altrimenti che vita è? |
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