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Casa Alber. Dove nessun bambino era perduto

Post n°4197 pubblicato il 13 Gennaio 2026 da namy0000
 

2026, FC n. 2 del 11 gennaio

La storia di una coppia che trasformò una dimora di paese in un “Nido” per 121 bambini in stato di abbandono, creando una casa-famiglia

Casa Alber. Dove nessun bambino era perduto

Prima che l’affido fosse riconosciuto dalla legge, Silvio Barbieri e Albertina Negri, a Olginate (Lecco), hanno cresciuto generazioni di “figli ritrovati”, offrendo accoglienza senza condizioni. Un “miracolo” di straordinaria normalità

A Olginate, quando l’inverno scivola dal Resegone fino alle case basse del paese, c’è un portone che per decenni è rimasto aperto. Si entrava senza bussare, tra il profumo di minestra e di legna asciutta, e c’erano sempre voci di bambini che correvano, litigavano, ridevano. Era Casa Alber, e sembrava una casa come tante. Non lo era.

Nel 1961, quattro anni dopo essersi sposati, Silvio Barbieri e Albertina Negri decisero che la loro casa non avrebbe ospitato soltanto la loro famiglia. Amavano molto. Così i primi dodici bambini arrivarono quasi senza che se ne accorgessero. E negli anni, fino al 1986, sarebbero diventati centoventuno: minori in stato di abbandono, storie spezzate che cercavano un posto in cui ricominciare. «Mi avevano dato per spacciato. Avevo due anni e mezzo, nessuno voleva più occuparsi di me. Quando arrivai a Casa Alber ero un corpo da gestire, non un bambino». A parlare è Paolo M., uno dei ragazzi cresciuti in via Conciliazione. Ricorda il giorno in cui Silvio lo prese in braccio senza dire nulla, come si prende un figlio che ha fatto un lungo viaggio. «Mi guardò negli occhi e disse solo: “Ce la facciamo, vedrai”. Io non sapevo parlare, ma capii che avevo trovato casa». è uno dei tanti miracoli silenziosi che qui accadevano ogni giorno. Enrico, che a dieci anni aveva già cambiato dodici istituti, racconta che la prima volta che vide Albertina non riuscì a reggere lo sguardo: «Era come se avesse già capito tutto, anche quello che non volevo dire». Carlo, il più timido, trovò in Silvio un maestro di scuola e di vita: «Mi insegnò a fare i compiti, ma soprattutto a non aver paura di sbagliare». Tra compiti di matematica, partite improvvisate nel cortile, turni per apparecchiare, lacrime di notte, abbracci del mattino, i giorni scorrevano come in una famiglia che si inventava ogni giorno, ma con una regola ferma: nessuno è solo, mai.

Silvio e Albertina non avevano un metodo scritto. Ne avevano uno vissuto: «I figli si accolgono, non si aggiustano», «ai ragazzi serve l’esempio, non le prediche», «la severità è inutile senza fiducia». Il figlio naturale Paolo Barbieri, oggi vive ancora nella casa dei genitori e lo dice con pudore: «La loro normalità era straordinaria. Per me era normale cenare con una tavolata di dieci bambini. Eppure oggi che sono padre mi rendo conto che quello che facevano era enorme. Sapevano dire “noi” anche quando erano stanchi, scoraggiati. Non hanno mai smesso».

Silvio, che per anni fu giudice onorario al Tribunale per i minorenni, portava in Tribunale lo sguardo che imparava a casa; Albertina, che nel 1945 aveva fondato lo scoutismo femminile a Lecco, trasformava ogni gesto quotidiano in un’impresa educativa. Il loro era un matrimonio di mani: mani che cucinavano, lavavano, sorreggevano, asciugavano lacrime, firmavano pagelle, accompagnavano alla maggiore età. E questo intreccio di tenerezza e fermezza che colpì il professor Carlo Mario Mozzanica, amico della coppia e studioso della loro esperienza: «Erano avanti trent’anni. Non facevano assistenza, facevano famiglia. Hanno anticipato ciò che la legge avrebbe riconosciuto solo nel 1983. Erano profeti senza saperlo».

Lo stesso Mozzanica ricorda che molti dei ragazzi, grazie a Silvio e Albertina, presero un diploma, un mestiere, una strada. «La loro grandezza era far sentire ogni ragazzo necessario, non tollerato». Tra gli adulti che custodiscono la loro memoria c’è Maurizio Volpi, l’autore del libro che ha rimesso in ordine la storia. «Per me erano semplicemente due persone che, invece di lamentarsi del mondo, hanno fatto qualcosa. Hanno preso in braccio i ragazzi feriti e li hanno fatti sedere a tavola. Senza proclami, senza eroismi. La loro santità stava nella porta aperta». E poi c’è la voce di Federica Frattini, che ha studiato Albertina nella sua radice scout: «Era una donna che partiva dal concreto. Dallo zaino da preparare, dal fazzolettone da annodare, dal sentiero da percorrere. È così che si educa: camminando insieme. A Casa Alber questo stile è diventato vita quotidiana». Di Albertina ricorda anche il sorriso severo ma accogliente, la capacità di parlare poco e di fare molto. «Diceva che i ragazzi hanno più bisogno di amore quando lo meritano meno. È una frase che oggi dovremmo tornare a scrivere sui muri delle nostre scuole».

«Qui dentro c’è ancora il loro modo di stare al mondo», dice Martina Barbieri, nipote della coppia. «Hanno insegnato che la famiglia non è un confine ma una scelta continua. E che l’amore, se non si spreca, non finisce mai». Camminando tra le stanze, si ha l’impressione che da un momento all’altro possa spuntare uno dei ragazzi con la cartella sulle spalle o con le mani infangate dopo una partita. La storia di Casa Alber non è finita nel 1986: è entrata nel Dna delle persone che ci sono cresciute. E continua, come tutte le storie che hanno radici profonde, a dare frutti senza chiedere nulla in cambio. Perché qui, in questa casa semplice affacciata sul paese, valeva una sola regola: nessun bambino è perduto, se qualcuno decide di essere la sua famiglia.

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