Creato da namy0000 il 04/04/2010

Un mondo nuovo

Come creare un mondo nuovo

 

Messaggi di Aprile 2021

Una pastorale nuova

2021, FC n. 15 del 11 aprile.

Il coraggio di scommettere su una pastorale “nuova”

È tempo di cambiare. È precisamente tempo di cambiare mentalità pastorale. Quella ricevuta non è più all’altezza del cambiamento d’epoca con il quale tocca fare i conti. Per la comunità cristiana è questo un passo urgente e vitale allo stesso momento così scrive Armando Matteo facendosi portavoce e interprete di una esigenza che sembra avvertita da tutti ma che, ho paura, stia diventando un mantra che non andrà oltre la ripetizione di intenti che non troveranno attuazione concreta nelle nostre Chiese locali.

In realtà l’impressione che ho è che non vediamo l’ora che passi questa pandemia per tornare a fare le stesse cose di prima rattoppando il tessuto connettivo tradizionale. Manca il coraggio di scommettere finalmente sul “nuovo” di cui c’è urgente bisogno per seminare il futuro di una Chiesa che ritrovi se stessa in quello che Chi l’ha pensata e voluta le ha consegnato per svolgere la sua missione di «segno e strumento di salvezza per tutto il genere umano».

La domanda allora diventa: come cambiare? E non credo che la risposta la possiamo trovare nella confusione delle lingue delle nostre discussioni pastorali dove finiamo per affogare nelle nostre parole. Credo piuttosto che sia giunto il momento di farci “schiaffeggiare” dalla Parola e, in particolare, dal Vangelo per svegliare la nostra coscienza di pastori e per sollecitare quella di quanti “vogliono” essere cristiani, non ognuno a modo suo ma secondo quello che Cristo chiede ai suoi discepoli. In altre parole, il cambiamento lo dobbiamo cercare in quello che Gesù dice a proposito della sua Chiesa.

Che cosa significa, per esempio, «Voi siete il sale della terra… Voi siete la luce del mondo» (Mt 5,13-14) se non l’abbattimento della preoccupazione del quantum che ha da sempre condizionato e continua a condizionare la nostra pastorale? E che cosa significa «trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini» se non la revisione radicale della cosiddetta religiosità popolare che continuiamo a far passare come espressione della fede della nostra gente quando invece è per lo più la sagra dell’idolatria e quasi dappertutto è diventata uno strumento di potere per i politici di turno quando non lo è addirittura per la criminalità organizzata?

Ma vorrei richiamare l’attenzione soprattutto su un aspetto che a me sembra di importanza capitale. La nostra pastorale si regge ancora su un’impalcatura che abbiamo costruito non ex verbis Christi ma ex silentio. Parlo in particolare della vita sacramentale. Nel Vangelo e negli scritti neotestamentari non c’è traccia del fatto che i sacramenti siano destinati ai piccoli non ancora in grado, evidentemente, di ascoltare e accogliere consapevolmente e liberamente la Parola che chiama alla conversione, condizione fondamentale per accedere alla vita sacramentale se è vero quello che scrive, per esempio, l’evangelista Marco: «Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato» (Mc 16,16). Noi viaggiamo ancora sulla lunghezza d’onda della fede parentale in forza della quale chi nasce da genitori cristiani (?) appartiene alla Chiesa fin dalla nascita. Non è la fede che Gesù chiede ai suoi discepoli, che è personale e che va scelta tenendo presente quello che comporta: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mt 16,17).

Come cambiare, dunque? Sono prete da 46 anni e confesso che la mia più grande sofferenza la vivo quando, celebrando i sacramenti, so in partenza che tutto si risolve in una sorta di recita dove alle domande si deve rispondere con un sì che rimane sulle labbra e non è penetrato nel cuore. Il giorno in cui potremo celebrare il battesimo per coloro che liberi e consapevoli sceglieranno Cristo, quello sarà il segno concreto del rinnovamento di cui abbiamo bisogno – Lorenzo B..

 
 
 

Persone in cammino

Post n°3568 pubblicato il 09 Aprile 2021 da namy0000
 

2021, FC del 4 aprile.

Profughi d’America. Parla suor Leticia Gutierrez Valderrama che in Messico ha assistito i migranti diretti verso gli Stati Uniti, vittime di sequestri e di abusi

Intere famiglie fuggono dagli orrori e dalla miseria del proprio Paese e poi subiscono violenze alla frontiera, come nel Mediterraneo.

Suor Leticia Gutiérrez Valderrama risponde al telefono da Guadalajara, in Spagna: è venuta a trovare un «»rifugio e un po’ di tranquillità qui dopo anni di battaglie per i diritti umani in prima linea che l’hanno prosciugata. Ma il pensiero è sempre rivolto al Messico, il suo Paese, la sua terra di missione. Religiosa scalabriniana, 52 anni, suor Leticia ha lavorato per molti anni nell’assistenza e nella protezione dei migranti centroamericani in fuga da Honduras, El Salvador, Nicaragua, Guatemala, direzione Stati Uniti attraversando il Messico. Quasi dodici anni, dal 2006 al 2018, di servizio in una missione di frontiera, non solo geografica ma anche umana e sociale. Anni faticosi, durissimi, nei quali ha subìto minacce di morte.

Suor Leticia lavorava all’interno della Pastorale dei migranti della Conferenza episcopale messicana, poi nel 2013 con altre consorelle ha fondato l’associazione Scalabrinianas-Mision con migrantes y refugiados, dedicata all’assistenza anche legale ai migranti vittime di delitti e abusi, in un Paese, il Messico, che rappresenta l’ultimo tratto obbligato del corridoio migratorio più battuto del Nord del Pianeta e che ogni anno viene attraversato da circa 800.000 persone provenienti dal Centroamerica (dati del 2018). «Abbiamo cominciato a denunciare gli abusi, le violenze, i sequestri, i massacri, le torture perpetrati dai gruppi criminali, ma anche dalle autorità, sui migranti e sugli attivisti che li assistevano. Abbiamo aperto il rifugio Casa Mambré, e abbiamo dato sostegno ai difensori dei diritti umani in pericolo di vita. A un certo punto sono scoppiata e finita in burnout. Ho chiesto di lasciare e andare via per un po’». «Il 1° dicembre del 2006 l’allora presidente Felipe Calderon dichiara la guerra contro i cartelli del narcotraffico e la criminalità organizzata, dietro i quali ci sono anche funzionari dello Stato corrotti. Una guerra mal gestita, priva di pianificazione, senza strategia. Io entro nella Pastorale il 23 marzo del 2007. Dopo solo 24 ore ricevo la chiamata di padre Alejandro Solalinde, sacerdote attivista per i diritti umani che ha fondato il centro di aiuto Hernanos en el camino a Oaxaca, che mi dice: “Letty, siamo stati incarcerati perché abbiamo denunciato il sequestro di alcuni migranti”. Quello per me è stato il primo allarme dei sequestri massivi che i migranti stavano subendo».

Sequestrare i migranti significa estorcere soldi chiedendo il riscatto alle loro famiglie emigrate negli Stati Uniti. L’estorsione si accompagna a minacce e tortura psicologica. «A quei poveri che non hanno già una rete di conoscenze negli Stati Uniti i criminali chiedono il contatto delle famiglie in Centroamerica: tante ipotecano le poche proprietà che hanno per pagare il riscatto del familiare rapito. Chi cerca di fuggire ed è ripreso viene ucciso davanti agli altri. Per pagare il riscatto, tanti vengono costretti ai lavori forzati nelle fincas (proprietà terriere) lontane dalle zone urbane, le donne subiscono terribili abusi sessuali. Altri vengono usati come corrieri della droga nell’ultimo tratto attraverso il confine con gli Stati Uniti».

Quanto alla politica migratoria statunitense, suor Leticia è molto chiara: «Non è tutta colpa di Donald Trump. La politica migratoria arrivava dall’amministrazione Obama con una forte carica di militarizzazione e securizzazione, meno visibile ma sempre presente. Quando nel 2014 sono arrivati 60.000 minori alla frontiera e il presidente ha dichiarato che era in corso una crisi umanitaria, la risposta è stata implementare il Plan Frontera sur (un piano di contenimento del flusso migratorio attraverso la militarizzazione dei confini sud del Messico con più polizia e checkpoint, ndr), nonostante la persecuzione dei migranti avesse raggiunto l’apice. Trump ha reso questa politica di securizzazione più aperta, plateale, imponendo al Messico e a Guatemala, El Salvador e Honduras di fermare l’esodo in cambio di accordi commerciali con gli Stati Uniti. I muri sono verticali, orizzontali, trasversali, transnazionali. E oggi si giustifica la risposta poliziesca con la scusa del Covid-19». Alla fuga dalla miseria e dalla violenza si è aggiunta quella dei migranti climatici, dopo che gli uragani Eta e Iota, a novembre 2020, hanno devastato l’Honduras. L’amministrazione Biden promette un cambiamento radicale. «Io però vado con i piedi di piombo: Biden non decide da solo, è soggetto al Congresso. Senza dubbio, le sue prime azioni sono importanti, come la creazione di un Comitato per risolvere il caso dei bambini separati dai genitori immigrati irregolari». Con un rovescio della medaglia: le speranze alimentate dalla nuova presidenza hanno aggravato la crisi al confine fra Messico e Stati Uniti con un massiccio aumento degli arrivi alla frontiera, compresi tantissimi minori.

Oggi suor Leticia si occupa di accoglienza delle donne migranti. L’anno scorso è stata in missione sull’isola greca di Lesbo, nei giorni dell’incendio che ha distrutto il campo profughi di Moria. «Da messicana, guardavo all’Europa come baluardo della difesa dei diritti umani, la “sorella maggiore” della protezione e della giustizia. Ascoltando le storie dei profughi di Moria mi sono resa conto che erano le stesse che avevo sentito da migliaia e migliaia di migranti centroamericani in Messico. E accade anche nel Mar Mediterraneo. Cambiano i Continenti, ma la tragedia dei migranti è la stessa, in qualunque parte del mondo».

 
 
 

L'aiuola

Post n°3567 pubblicato il 08 Aprile 2021 da namy0000
 

2021, don Luigi Ciotti, FC n. 14 del 4 aprile.

Due immagini potenti e celeberrime aprono e chiudono l’Inferno di Dante: la «selva oscura» in cui il Poeta si «ritrova» nel «mezzo del cammin di nostra vita» smarrita «la diritta via», e le “stelle”, che Dante e Virgilio “rivedono” conclusa la loro discesa nell’abisso infernale.

La «selva oscura» e le «stelle»: la Divina Commedia continua a parlarci, a 700 anni dalla nascita del Poeta, con quella forza che solo possiede la poesia che muove dall’esplorazione della condizione umana, dei suoi abissi e delle sue vette. Poesia ribelle alla vita apatica, inerte, chiusa alla sete di infinito – di Altro e di Oltre – insita nell’animo umano. La vita «sanza infamia e sanza lodo», la definisce Dante, di chi vive solo per sé, indifferente alle storture e ingiustizie del mondo.

La «selva oscura» è immagine quanto mai calzante alla situazione attuale. Da un anno, infatti, la pandemia ci ha gettati in una regione oscura e inesplorata, dove la previsione del futuro è condizionata da molte incognite. Regione dove coabitiamo con un’incertezza alla lunga logorante, nell’impaccio di relazioni mediate da tecnologie che “liofilizzano” l’incontro con l’altro e nella fatica di progetti suscettibili di continue correzioni o revoche. Logorio che in certi casi deprime o persino paralizza lo slancio vitale.

Ma non per tutti, però. C’è chi nell’oscuro e nel torbido da sempre è abituato a razzolare e ingrassare: mafiosi, corrotti, dittatori. Con le rispettive reti criminali. Da sempre il male si rafforza nell’oscurità, nella menzogna e nell’apatia morale, in quelle zone d’ombra dove lecito e illecito non si distinguono e la sola legge riconosciuta è quella del potere. L’uscita dalla pandemia richiede dunque una conversione morale, una trasformazione del cuore e della mente. Sì, perché essa non ha fatto che evidenziare, e in certi casi acuire mali preesistenti, di cui troppi sono stati indirettamente complici con i loro silenzi, le loro inerzie, la loro diserzione etica.

Ma quali sono le guide che nel buio della selva oscura possono condurci fuori, nel punto dove, come Dante e Virgilio, potremo rivedere le stelle? È presto detto: sono gli ultimi, i fragili, gli esclusi. Sono i giovani, nel cui cuore arde potente la sete di infinito. I migranti, vittime di un sistema economico che ha provocato disuguaglianze intollerabili, sfruttando e desertificando il Pianeta.

Infine i poveri, che come ci dice papa Francesco, sono una categoria teologica prima che sociologica e politica. I poveri che, con la loro sola presenza, i loro sofferti silenzi, il loro disperato sperare ci indicano le coordinate per uscire dalla selva oscura dell’ingiustizia e della sopraffazione per rivedere le stelle della giustizia e della verità. Stelle di un mondo a misura di relazione: relazione tra noi umani e tra noi e la Terra che ci ospita e nutre. Casa comune non più recintata e sfruttata dalla brama di possesso dell’Io, ossia dell’«aiuola» - per usare ancora le parole di padre Dante - «che ci fa tanto feroci».

 
 
 

Una candela dopo il buio

2021, FC n. 14 del 4 aprile.

Fino a qualche giorno prima, via Acqua dei Buoi a Nembro era una strada totalmente sconosciuta per Monica e Alex. Ma sabato 20 marzo, quando all’improvviso è partito il travaglio della loro terza figlia, è diventata il luogo dove ha visto la luce Chiara. Sì, proprio nel parcheggio dell’Esselunga del paesino bergamasco, mentre mamma e papà stavano cercando di raggiungere il punto nascita più vicino. «Alle 6,25 ho rotto le acque e alle 6,30 è nata», racconta Monica. «La temperatura era meno 5, ma io, giuro, non mi sono accorta di nulla».

Il pomeriggio del 19 marzo, proprio in occasione della festa del papà, ormai giunti oltre la 41ma settimana di gravidanza, avevano fatto una visita di controllo, con scollamento delle membrane, ma dall’ospedale di Segrate erano stati rimandati a casa. L’impressione era che ci fosse ancora qualche giorno da aspettare e, invece, la piccola ha bussato prima del previsto alla porta. «Alle 5 del mattino di sabato sono stata svegliata da una fitta, così ho deciso di mettermi sul divano per capire se erano le prime avvisaglie. Dopo sette minuti ho sentito il bisogno di spingere». Così Monica, nella concitazione, ha svegliato il marito, ha allertato la suocera al piano di sopra (Nicola di 4 anni e Marta di 2 dormivano) e ha telefonato alle ostetriche di Terre Alte: «I miei angeli custodi. Un servizio che esiste da quando hanno chiuso il punto nascita di Piario e che funziona h24. A loro ho detto: “Mi fermo comunque a Piario, almeno troverò un dottore”. Ma poi, di concerto, abbiamo deciso di provare a raggiungere Segrate rimanendo tutto il tempo in contatto telefonico». Niente da fare. Partiti da Ardesio, dove vivono, al bivio di Nembro hanno dovuto parcheggiare nel piazzale del supermercato. «Nel frattempo l’ostetrica Patrizia, che abita in Val Gambino, aveva già allertato la collega Caterina di Clusone, più vicina a noi. Alle 6,30 partecipavamo tutti insieme all’arrivo precipitoso di Chiara».

Chiara che è stata concepita ed è nata nel pieno della pandemia: «L’idea di fare tre figli ci è sempre piaciuta. Avendo io 40 anni, nonostante i primi due siano a loro volta piccoli, ci siamo detti: “O adesso o mai più”». Siamo stati irresponsabili, si chiedono? «Avevamo voglia di futuro. Io lavoro in un ricovero di anziani che non è stato massacrato dal Covid, ma vedevo quel che stava capitando intorno. Oltre ad aver fatto turni su turni, lo scorso anno, per sostituire le colleghe che si ammalavano. Non sappiamo se è stata la voglia di avere speranza o il caso, ma fatto sta che appena abbiamo provato sono rimasta incinta».

Nemmeno le preoccupazioni economiche li hanno fermati: «È stato proprio il desiderio della famiglia numerosa! Poi ci siamo detti che il rischio del lavoro che c’è oggi e non c’è domani esiste – mio marito fa l’operaio -, ma dove si mangia in quattro si mangia in cinque. In caso si taglierà sul superfluo». Così come non li ha frenati quest’anno – e questi ultimi mesi particolarmente – stare sempre insieme a casa: «È stato pesante, questo è innegabile. Ma sentirmi una persona dinamica mi aiuta. Quando siamo entrati in zona arancione rinforzato mi sono spaventata all’idea di essere chiusi con tre piccolissimi e, invece, oggi mi sembra tutto fattibile. Certo, per essere pronti e vestiti ci vuole mezza giornata. Ma i due fratellini si contendono Chiara. Marta vorrebbe baciarla tutti i secondi, Nicola si sente il grande della situazione e vorrebbe guardarla solo lui. La prima sera quando siamo tornate dall’ospedale ho provato una tenerezza infinita: si sono messi tutti e tre sul divano a guardare i cartoni. Dopo poco si è addormentato Nicola, poi Chiara e per ultima Marta».

Che Pasqua sarà quest’anno? «Una Pasqua di risurrezione; la luce in fondo al tunnel. Certo avremo tante cose per cui ringraziare. Mio suocero lo dice sempre e lo farò: “Devi andare ad accendere un cero al santuario della Madonna delle Grazie se siete qui ed è andato tutto bene”. È proprio così, abbiamo un angelo in più in casa».

Quando oggi, leggendo il codice fiscale dell’ultima arrivata, Monica realizza che tra i caratteri c’è Nembro, riflette sulla coincidenza: «Noi abitiamo ad Ardesio e lei è nata proprio lì, nell’epicentro della prima ondata. Lo viviamo come un segno per dare coraggio a un paese falcidiato dalla pandemia. Per un territorio così duramente colpito Chiara rappresenta una candela dopo il buio che dà luce e speranza».

 
 
 

Soffrire per chi?

Post n°3565 pubblicato il 07 Aprile 2021 da namy0000
 

2021, Lello Ponticelli, sacerdote e psicologo, Avvenire 6 aprile.

Nella vita non possiamo scegliere se soffrire o meno. Le sofferenze arrivano, senza chiedere il permesso. Sono diverse, ci toccano da ogni dove, con diversa intensità; talvolta in modo improvviso, violento, destabilizzante. Ci spiazzano, fino a farci perdere il fiato e l’orientamento. La cosa più difficile, forse, è che potrebbero non avere un 'perché ' o, per lo meno, questo potrebbe essere molto nascosto, lasciandoci nello sconcerto e nel non-senso. Allora, cosa ci resta da fare? A Napoli c’è un proverbio: « Se po’ campa senza sapé pecché, nun se po’ campà senza sapé pecchi'.

Lo si potrebbe declinare anche rispetto al soffrire. Si può soffrire senza sapere un 'perché', ma non si può soffrire senza sapere 'per chi'. Gesù nella sua vita e nella sua passione sin dall’inizio ci ha confidato il 'per chi' vale la pena affrontare le sofferenze: «per noi uomini e per la nostra salvezza». Ed è per noi, per ciascuno di noi, che ci ha mostrato anche come combatterle, ma anche come accoglierle: con la debole potenza dell’amore che tocca e si lascia toccare e così guarisce, risana, rialza chi è caduto. Gesù nella sua vita e nella sua passione d’amore e di morte, ci ha introdotto nella possibilità di dare un senso più grande, anche quando il soffrire sembra non averne alcuno, specie il soffrire dell’innocente: e qui cala il silenzio che si fa invocazione, grido, preghiera. Mentre l’altra mattina stavo scrivendo gli appunti per questo articolo, ho aperto Facebook e ho trovato un 'post' di una giovanissima donna che conosco da quando era bambina, presso l’Oratorio dove per anni ho collaborato.

Racconta con passione un’esperienza di lotta a rischio vita con il Covid vissuta qualche mese fa. Il testo è forte, mozza il fiato come l’affanno, i singulti e le corse dei familiari per trovare l’ossigeno. Emerge la voglia matta di riprendersi la vita in mano, ma fa anche di far riflettere tutti quelli – soprattutto i coetanei – che la vita rischiano di sciuparla, che non sanno sopportare un minimo di rinuncia e continuano imperterriti con comportamenti davvero superficiali, pericolosi per sé, ma soprattutto incuranti delle conseguenze sugli altri, compresi familiari e amici più fragili. Sapete come si apre quel racconto? Con una frase lapidaria, per altro riportata anche in greco: «Le sofferenze sono insegnamenti».

Questa giovane donna dice a tutti noi, soprattutto adulti, almeno due cose riguardanti la verità della vita. La prima è che dalla sofferenza si può imparare, uscendone migliorati in tutti i sensi. Ciascuno di noi, almeno qualche volta, questo lo ha sperimentato direttamente o lo ha potuto veder accadere, con ammirazione e gratitudine. La seconda cosa è che i giovani danno il meglio di sé, se si offre loro un’opportunità e non li si inganna con l’effimero, con bugie e promesse di scansare il soffrire perché inutile e da rimuovere più della morte stessa.

Ma soprattutto, quando li si aiuta a scorgere il significato segreto di ogni dolore, i giovani scoprono che l’amore vero è sempre accompagnato da sofferenza e che se non si impara ad accettare le sofferenze che la vita riserva, non si apprenderà mai l’arte di amare. Perché amare non è solo «voce del verbo morire» (don Tonino Bello); amare è anche voce del verbo «soffrire». Ad appena ventiquattro ore da questi pensieri e dalla lettura del post della giovane Rita, un suo coetaneo, Francesco, prete, mi scrive così: «Sono bastati pochi mesi di sacerdozio e un po’ di confessioni perché io vedessi capovolta la mia idea della sofferenza.

Quanto è importante la sofferenza! Ho l’impressione che il mondo, la società in cui viviamo, sia continuamente pungolato da una tentazione: pensare che la felicità sia il benessere e che il benessere sia l’assenza di sofferenze. Dopo un po’ ho iniziato a chiedere alla gente 'Per te, chi è una persona felice?'. Quasi sempre la risposta è 'chi non soffre'. Ma forse qui c’è un inganno. Chi lo ha detto che il più felice è quello che soffre meno? La mia fede crede che l’uomo più felice della storia sia l’uomo che ha sofferto di più al mondo. Le mie Scritture dicono che il più bello tra i figli dell’uomo è quello che, talmente fu percosso e maltrattato, non sembrava più un uomo, era più simile a un verme schiacciato.

La sofferenza è utile, è importante, è il luogo privilegiato in cui poter incontrare Dio... È Dio che passa ogni volta che soffriamo, è Dio che si manifesta ogni volta che un suo figlio è nel dolore, nella sofferenza, nell’angoscia. Ed è il Dio che patisce per noi per amore e con amore, lasciandoci un esempio perché ne seguiamo le orme che i nostri occhi contemplano nel mistero della Santa Settimana». Da adulto e da prete, in fondo al cammino della Pasqua 2021, a questi e a tanti altri giovani di cui essi sono il 'segno' luminoso, posso solo dire grazie: mi avete dato un grande aiuto su come vivere ancora una volta questo tempo di passione e d’amore.

 
 
 

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